15 Settembre 2019 - Ultimo aggiornamento alle 11.01

L'INTERVISTA

Alessia Vegro, scrittrice e sceneggiatrice, presenta il suo romanzo d’esordio “Elephant”

10 Luglio 2019

L’INTERVISTA

Ciao Alessia, benvenuta presso la nostra Redazione.

Ciao Andrea e grazie a te per dedicarmi il tuo prezioso tempo.

Oltre un anno fa, sul nostro magazine, abbiamo presentato il tuo film che hai scritto, prodotto e realizzato, e che da allora ha ricevuto tantissimi riconoscimenti soprattutto internazionali. Il titolo del lungometraggio, “È un Cerchio Imperfetto”. Ci racconti come è nato questo film e quali e quanti premi ha vinto in giro per il mondo?

“Cerchio”, come ormai ho iniziato a chiamarlo, è stata la mia prima vera avventura in questo campo. In precedenza avevo scritto molto, mi ero occupata di montaggio e riprese video ma, abitando in provincia di Padova, non avevo mai avuto la possibilità di mettermi davvero alla prova. Poi un giorno ho iniziato a vedere nella mia testa questo personaggio, Theo, schivo e un po’ borderline se vogliamo, uno che non sai se “ci è o ci fa”, come si dice. M’incuriosiva e così, per cercare di capirlo un po’ di più, ho iniziato a scrivere la sua storia. Che è particolare, con molteplici interpretazioni, e avevo ben chiaro che la musica doveva essere un ingrediente essenziale. Proprio per questo suo non essere il classico film italiano ho pensato che, se ci credevo davvero, avrei dovuto mettermi in gioco a 360° per realizzarlo. E così, oltre a sceneggiatrice, mi sono ritrovata a rivestire per la prima volta i panni di produttrice. Praticamente nessuno ci scommetteva che sarei arrivata alla fine dell’impresa (diciamocelo, per qualcuno che il mondo del cinema lo conosce solo da distante in effetti è un qualcosa di titanico…) e forse proprio questo mi ha dato la carica per realizzarlo. Alla fine però ne è valsa la pena. Come dicevi tu “Cerchio” ha collezionato numerosi premi internazionali, dal Canada e gli USA all’India passando per l’Inghilterra e l’Italia e arrivando perfino in Africa. 18 riconoscimenti, per l’esattezza. E quello che mi ha dato maggior soddisfazione è stato che il 18esimo è arrivato allo scorso Festival del Cinema di Salerno. Pensavo che l’Italia non avrebbe mai apprezzato un prodotto del genere, fortunatamente mi sono dovuta ricredere!

Da qualche giorno fa è uscito il tuo romanzo d’esordi, Elephant, edito da Les Flâneurs Edizioni, giovane casa editrice di Bari. Ci racconti come nasce questo progetto editoriale? Cosa troverà il lettore leggendo questa storia?

elephant book copiaElephant… Cosa posso dire di Elephant? Sono follemente innamorata di questa storia e di questi personaggi. Com’è nato? Devi sapere che io non scrivo nulla se devo “pensarci”. Intendo dire, non mi piacciono quelle operazioni commerciali per le quali ti metti a tavolino e studi la situazione attuale e decidi cosa funziona e cosa no. Io per prima cosa devo “vedere” i personaggi. In questo caso avevo LeRoy, un anziano sassofonista di New Orleans, che continuava a strimpellare musica jazz. Io adoro il jazz e adoro il sax quindi ho avuto un colpo di fulmine per lui, tanto da voler conoscere la sua storia. Percepivo della tristezza, delle ferite mai rimarginate, dei sensi di colpa che si riflettevano nella sua musica, una melodia che potevo udire solo io. Ma che meritava di essere portata fuori dalla mia testa. Purtroppo non scrivo musica… ma ho provato a tradurla in parole. Un po’ alla volta, poi, sono arrivati gli altri personaggi, ognuno con la sua storia, con la sua voce unica. E non potevo esimermi dal narrare questo piccolo, prezioso pezzo delle loro vite. Spesso nelle prime pagine di un libro si legge una citazione. Io ne ho scelta una di Charlie Parker: “Non suonare il sassofono, lascia che sia lui a suonare te.” L’ho scelta non solo perché è il modo in cui LeRoy e suo nipote Josh si approcciano al loro strumento, ma anche perché è come io mi avvicino alle storie che scrivo: in realtà sono loro a scrivere me, io sono solo un mezzo per portarle fuori, per metterle nero su bianco.

Per quel che riguarda quello che troverà il lettore… musica, ovviamente, tanta musica. E uno sguardo diverso su New Orleans, una delle città che più mi affascinano. Ovviamente non si può parlare di Crescent City senza incrociare il Voodoo, che infatti non mancherà. Ma Elephant è innanzitutto un romanzo di formazione, di amicizia, di sogni e del coraggio che serve per realizzarli.

Una domanda difficile Alessia: Perché i nostri lettori dovrebbero comprare il tuo libro? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria a comprarlo.

Effettivamente non è facile dare una ragione universalmente valida. Ma come dicevo prima, quello che ho sempre cercato di fare con la scrittura è di riuscire a trasmettere emozioni. Ecco. Io ho riletto infinite volte Elephant, durante le varie stesure e poi rapportandomi con l’editor e ancora quando finalmente ho avuto il libro stampato tra le mani. E devo ammettere che, per quanto io conosca a memoria ogni singola frase, ogni volta mi sono commossa, emozionata. Ecco, forse il motivo principale è proprio questo: per provare, per sentire qualcosa dentro. Ma Elephant è interessante anche per come è strutturato, ossia come una Jam Session di Jazz. Ogni personaggio, non solo i protagonisti, ha avuto la possibilità di avere il suo assolo, di farsi conoscere… meglio e di conoscere meglio sé stesso. E credo che, visto il periodo storico che stiamo vivendo, possa essere interessante anche lo sguardo al razzismo e al suo superamento. Chase, che nonostante il nome è italiano, si ritrova infatti a immergersi in un mondo, distante da casa, di soli neri e ovviamente viene accolto con molta diffidenza. Ma, in questo caso, è l’amore per la musica che permette di superare la barriera del colore della pelle e creare legami forti. Ci sono però anche altri temi importanti ed attuali, come il bullismo e la depressione. E non mancano le donne forti, quelle che nonostante le difficoltà della vita riescono ad andare avanti senza smettere di lottare per quello in cui credono, che sia la felicità di un figlio o la realizzazione nel mondo lavorativo. Insomma, credo Elephant sia una storia ad ampio spettro in cui tutti possono trovare un personaggio in cui rispecchiarsi e per il quale “fare tifo”.

Oltre a sceneggiatrice di successo, adesso sei anche una scrittrice, Alessia. La maggior parte degli autori ha un grande sogno, quello che il suo romanzo diventi un film diretto da un grande regista. A questo proposito, Stanley Kubrick, che era un appassionato di romanzi e di storie dalle quali poter trarre un suo film, leggeva in modo quasi predatorio centinaia di libri e perché un racconto lo colpisse diceva: «Le sensazioni date dalla storia la prima volta che la si legge sono il parametro fondamentale in assoluto. (…) Quella impressione è la cosa più preziosa che hai, non puoi più riaverla: è il parametro per qualsiasi giudizio esprimi mentre vai più a fondo nel lavoro, perché quando realizzi un film si tratta di entrare nei particolari sempre più minuziosamente, arrivando infine a emozionarsi per dettagli come il suono di un passo nella colona sonora mentre fai il mix.» (tratto da “La guerra del Vietnam di Kubrick”, di Francis Clines, pubblicato sul New York Times, 21 giugno 1987). Pensi che le tue storie sappiano innescare nel lettore quelle sensazioni di cui parla Kubrick? E se sì, quali sono secondo te?

Credo che Kubrick si riferisse ad autori di un livello eccelso a cui non posso neanche lontanamente paragonarmi, però non posso che essere d’accordo con lui. Penso di aver seguito, anche se inconsciamente, questo percorso quando ho iniziato ad immaginare Elephant. A partire dal titolo, breve ma potente, che altro non è se non il nickname con cui è conosciuto il protagonista LeRoy. Un soprannome che richiama la forza della sua musica, la capacità di suscitare emozioni insita in essa e anche l’idea che il sax sia un tutt’uno con l’uomo, la sua proboscide, con la quale si esprime. Anche la copertina l’ho voluta semplice ma d’impatto, con questo sfondo nero su cui spicca la silhouette dello strumento. Credo che incuriosire un possibile lettore sia il primo passo da compiere. Almeno, per me funziona così quando entro in una libreria alla ricerca di una storia di cui ignoro l’esistenza. Osservo la copertina e se m’incuriosisce leggo il titolo. Se è promettente passo alla sinossi e, se ancora una volta il responso è positivo, scorro qualche pagina per capire se la prosa corrisponde ai miei gusti. Visto che quando scrivo ho già le scene ben chiare, visivamente, in testa, e che sono abituata ad usare la sintesi richiesta dalle sceneggiatura, credo uno dei punti di forza possa essere uno stile di scrittura quasi ibrido tra le due strutture. E poi il fatto stesso che sia stato concepito come una sinfonia, con diversi “assoli” dei personaggi permette repentini cambi di stati d’animo. Il lettore verrà cullato dalle dolci sinfonie e riceverà pugni nello stomaco quando si troverà immerso nella realtà più cruda di un mondo che sa essere anche crudele come quello della musica. Ma sarà anche avvolto dalla dolcezza del perdono e stringerà i denti rabbioso davanti alle ingiustizie sociali. Qualcuno forse si ritroverà a battere i piedi a ritmo quando il piccolo Josh impugnerà il suo sax e altri potrebbero sentire un brivido lungo la schiena di fronte all’ingresso nel mondo del Voodoo. Insomma, credo che a seconda della sensibilità personale ciascuno verrà toccato in modo diverso da passaggi diversi. O almeno, questa è la mia speranza.

Alessia Vegro

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Andrea Giostra

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