Amami o bannami, cancellami, strappami dal web. Dimenticami e dimmi “ciao per sempre”. Lascia che le immagini corrano fugaci tra gli anfratti dei processi cognitivi della razionalità. Io prendo a rate la mia immagine e la tua che mi racconta una persona che potresti essere, ma che non so.

Non so perché non ti catturo tra le pieghe della realtà dove tutto è ancora muscoli e sangue, pianti e sorrisi. Mi fischiamo le orecchie, ma non sei collegato, mi starai pensando. Quando ti vedrò se mai ti vedrò? E intanto i miei pollici scrivono sulla tastiera. L’indice scorre la tua vita. Che profumo fai quando sei nella realtà?

Eppure era tutto più semplice prima, quando bastava uno sguardo per innamorarsi, per provare quelle morse che attanagliavano le guance, gli occhi, le braccia. Oggi si ama correndo tra la fluidità e la velocità di questo mondo chiamato internet, non ci hanno abituati in tempo a capire che ci avrebbe sbalzati ben al di là dei sentieri interrotti di Heidegger. Le tane costruite ad hoc per ingabbiare gli amanti. Gli incontri di pensieri e anime che richiedevano il tempo eterno della scelta. Quella ineluttabile che logora i denti di giorno e di notte. In una sorta di terribile e antipatico bruxismo che sublima nel riposo l’irrequietezza atavica, lo scuietu.

Invece, come Ofelia mi aggiro attorno agli argini inconsueti della follia. Non io, ma le tante lei e i tanti lui che sperano di trovare la felicità in quel mondo finto del web che hanno preconfezionato per noi. Dove è bandita l’umanità vera, l’intelligenza emotiva che presuppone l’empatia, quella capacità straordinaria di comprendere l’altro e di amarlo.

Che ne è stato delle foto richieste al proprio amore e conservate gelosamente tra le pagine delle poesie di Neruda? I grafemi convulsi e disgrafici della passione che come scale a chiocciola sapevano aggrovigliarsi, esteti, tra il pensiero sensuale e quello romantico? E non vorrei produrre un’apologia di un tempo che fu, pur essendo terribilmente anacronista. Non vorrei, ma questo tempo mi inorridisce pur essendo vittima consapevole del mio stesso pensiero critico, di questa insofferenza nel comprendere la velocità della necrosi di rapporti umani che si consumano assieme alla fugacità delle emoticon.

Che faccina sarò domani? Che faccina mi regalerai in attesa dei tuoi occhi, delle pieghe del tuo viso adulto? E si piangono lacrime azzurre, come i cartoni animati giapponesi. E si inviano cuoricini rossi. Mediatori di emozioni che rimangano come un aborto nel ventre della vita vera.

Quella che presuppone orari, responsabilità, diritto al lavoro, ad una casa. Impegno, studio, costanza. E perché no anche l’amore che torna a casa la sera e ti racconta come non riesce ad essere pienamente felice perché la vita non è bellezza, ma sacrificio. E non basterebbe mettere un mi piace o condividere una canzone per comprendere questa esistenza fatta da mille cose, tutte polverose e stantie, tutte entusiasmati e fascinose.

E allora “amami o bannami” e la nuova poesia del nostro tempo. La misura che ci permette di comprendere come sia necessario iniziare a coltivare l’umanità, ogni giorno, dappertutto.