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Palermo

Bontà festose

Cibi della tradizione: ecco i “babbaluci du Fistinu” | LE RICETTE

6 Luglio 2019

Più si avvicina “U Fistinu“, il Festino di Santa Rosalia, più l’aria comincia a profumare di babbaluci. La festa più importante per i panormiti, devoti alla loro Santuzza, è inimmaginabile senza il Foro Italico, dove i festeggiamenti si concludono con la sfilata del Carro della Patrona, trasformato in un tappeto colorato di bancarelle ricche di appetitoso cibo da strada, in cui troneggiano i succulenti “babbaluci”.

Una volta “u babbaluciaru” si alzava, sia in autunno che in inverno, dopo un’abbondante e benedetta pioggia, alle prime luci dell’alba, per raccogliere i “crastuna”, lumache grosse e dal guscio scuro, e avviarsi col suo sacco a tracolla e un paniere in mano, verso la città, abbanniando: “C’è ù babbaluciaru, haj i crastuna nivuri! Accattativi i crastuna!”

In estate, invece, racimolava le lumache piccole, dal guscio bianco che, a grappoli, attaccate sugli steli rinsecchiti di molte piante erbacee o in cardi spinosi, erano arse dal sole. Il loro nome ha due ipotesi: la prima lo lega all’arabo “babush“, scarpe da donna con la punta ricurva verso l’alto, da cui “babusce” o “babucce”, pantofole di pezza in siciliano; la seconda al greco arcaico “boubalàkio“, bufalo, a cui venivano paragonati per via delle corna.

Babbaluci

Ma come si mangiano queste prelibatezze? Alcuni utilizzano gli stuzzicadenti per tirare fuori il mollusco dal guscio, ma il palermitano vero ama mangiarle “cu scrusciu”, immaginate il rumore del risucchio, che produce un godimento che non ha eguali. Per facilitare l’uscita della lumaca, si pratica un piccolo foro sulla chiocciola con il dente canino nella parte opposta all’apertura, proprio come dei novelli vampiri, e le carni tenere, aspirate quasi in apnea, si scioglieranno nelle vostre bocche. L’uso delle lumache a scopo alimentare risalirebbe ai tempi dei Sicani, da come è documentato dai ritrovamenti di diversi ingrottati della nostra isola e, precisamente, a Sambuca di Sicilia, nella grotta di Isaredda, dove un reperto di pasto vede predominare questi gasteropodi, che furono apprezzati anche dal popolo romano tanto da allevarli in appositi recinti e nutrirli con carne, farina di farro e mosto cotto. Utilizzati dalla medicina popolare siciliana per guarire casi di esaurimento nervoso, eccessiva magrezza, mali del fegato, congiuntiviti e infezioni della pelle, ai giorni nostri con la loro bava si preparano trattamenti antirughe, per le macchie della pelle, l’acne e le cicatrici.

Ma come si preparano i babbaluci?
Partiamo dal fatto che il “babbalucio” non va mangiato appena trovato perché, spesso, si nutre di erbe che potrebbero essere tossiche per l’uomo. E’ buona abitudine, quindi, farli purgare per almeno tre giorni. Un tempo, per facilitarne la pulizia dell’intestino, venivano posti in grandi calderoni messi al sole con acqua fredda, a cui si aggiungeva della mollica di pane o del pangrattato di cui le lumache, ghiotte, s’ingozzavano per poi sbarazzarsene “naturalmente”. Oggi, invece, per facilitare il tutto si toglie il velo con uno stuzzicadenti, li si mette in una ciotola in acqua tiepida, prendendo quelli che fanno capolino dal guscio e ponendoli in un altro contenitore, sempre in acqua tiepida. Dopo queste operazioni, li si sciacqua 6,7 volte, li si versa in una pentola con acqua fredda e li si fa cuocere a fiamma molto bassa. Quando usciranno nuovamente dal guscio, si potrà continuare la cottura per altri 5 minuti e, infine, spegnere il fuoco. Lasciarli riposare e aggiungere il sale. Andiamo alle ricette.

“Babbaluci in bianco”

Ingredienti:

  • 1 testa d’aglio
  • 1 mazzetto di prezzemolo
  • olio extravergine d’oliva
  • sale
  • pepe

Preparazione:

1. Soffriggete in abbondante olio, l’aglio tagliato grossolanamente e il prezzemolo tritato.
2. Aggiustate di sale, pepe e aggiungete le lumache. Fate cuocere a fiamma moderata, per circa dieci minuti, e servite spolverizzando con pepe e abbondante prezzemolo tritato.

Babbaluci a picchi pacchiu

Ingredienti:

  • 1 Kg di babbaluci
  • 3 cipolle
  • 400 g di pelati
  • olio extravergine d’oliva
  • sale
  • pepe
  • prezzemolo

Preparazione:

1. Dopo la pulitura, mettete in una pentola acqua e babbaluci assieme, a fuoco basso, per farli uscire dal loro guscio e fateli bollire per qualche minuto. Salate e scolate.
2. Fate il picchi pacchiu soffriggendo in olio d’oliva: cipolla tritata, pomodori pelati a pezzetti, sale, pepe e prezzemolo.
3. Una volta cotto il sugo, versate i babbaluci e arriminate.

Così cantano Roy Paci & Aretuska: “Viri chi dannu chi fannu i babaluci, ca chi li corna ammuttanu i balati, su n’era lesta a ghittarici na vuci, viri chi dannu chi fannu i babaluci“. Una sorta di filastrocca su questi gasteropodi così recita: “ziti a vasari e babbaluci a sucari nun ponnu mai saziari”.

Chiudiamo con: “viri chi beni chi fanno i babbaluci“.

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