20 Marzo 2019 - Ultimo aggiornamento alle 16.59
Agrigento

la 74esima edizione

Il costume e i gioielli di Piana degli Albanesi al “Mandorlo in fiore” di Agrigento

11 Marzo 2019
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Cosa mantiene desta una tradizione, una particolare cultura? Innanzitutto la conoscenza critica e approfondita della stessa, ma anche la divulgazione, quel metterla correttamente “in vetrina”. Ecco perché è risultata preziosa la presenza di Piana degli Albanesi alla 74esima edizione del Mandorlo in fiore di Agrigento.

Un glorioso tripudio di colori, stoffe, lingue, profili, danze, voci. Piana degli Albanesi è stata presente – nei giorni 9 e 10 marzo 2019- con la presentazione del libro di poesie “Brezi” di Stefano Schirò, nonché con un approfondimento sulla storia e sul valore sacro del costume e dei gioielli di Piana degli Albanesi a cura di Giusi Demetra Schirò; a sottolineare pure il legame che ebbe Piana -grazie all’intellettuale Zef Schirò– con Agrigento (lo Schirò e Luigi Pirandello erano infatti amici, scambiarono tra di loro copiose e luminose lettere ancora oggi testimonianza sincera di questo intramontabile sodalizio).

Sarà di certo stato fiero il vincitore del Nobel per la letteratura nel constatare che Piana era lì, tra le strade percorse dai suoi passi fanciulli. Il gruppo di ragazze arbëreshe era composto da quattro donne, sfoggianti i fulgidi costumi tradizionali: Giuseppina Demetra Schirò, Gina Cusenza, Vittoria Camalò, Anna Maria Salerno, accompagnate dalle attenzioni di Giovanni Lotà, Stefano Schirò (fondamentale e preziosissima Doresita Marino, estimatrice della cultura arbëreshe , che ha voluto fortemente la nostra presenza e grazie a lei siamo stati presenti).

La sontuosa tetrarchia sfilava con disinvoltura, inserita tra il gruppo dell’India e quello russo di cultura komi-permiacchi (questi ultimi hanno deliziato gli astanti con le danze della loro frizzantina tradizione). Al Mandorlo in fiore sbocciano legami, sodalizi, una tradizione si confronta con un’altra, ci si nutre con autenticità delle culture più disparate.

E poeticamente ci si perde tra un ricamo in oro zecchino, una seta cerulea, in una procella di rubini, perle di fiume, smeraldi della tradizione di Piana, o ci si ritrova a parlare in albanese con alcuni membri del bel gruppo del Montenegro. E non è difficile scorgere qualche volto dall’ovale perfetto pierfrancescano tra le nostre gloriose donne per poi ritrovarne tanti altri mescolati in questa folla deliziosa.

Basta poi un sinuoso corpo messicano a sprigionare ballando colore ed allegria, basta uno sguardo da eroe montenegrino, bastano un sorriso e la fede apodittica nel costume, nella tradizione delle mie conterranee a fare rampollare un mandorlo al cospetto del tempio antico sulla valle; e quell’azzurro che ne fa da sfondo -quasi rubato al pittore Beato Angelico o alla mantellina di Antonello da Messina- simboleggia il trionfo del bello, della virtuosa e ieratica bellezza che anche Piana e le sue donne in costume hanno saputo acuire.

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