24 settembre 2017 - Ultimo aggiornamento alle 18.25
Verso le regionali

Lombardia e Veneto chiedono più autonomia guardando alla Sicilia e noi?

12 settembre 2017

Le elezioni siciliane del 5 novembre saranno precedute da un’altra consultazione elettorale che, apparentemente, non sembra dover interessare la nostra Regione. Il prossimo 22 ottobre, infatti, in Veneto e Lombardia, si svolgerà un referendum consultivo in cui sarà chiesto, in modo un po’ generico, agli elettori delle due regioni del Nord se sono d’accordo nel richiedere allo Stato nuove competenze e una maggiore autonomia.  Il referendum in sé è un’iniziativa completamente inutile, e politici consumati come i leghisti Maroni e Zaia, presidenti di Lombardia e Veneto, sanno bene che non avrà alcun effetto pratico.

D’altra parte, per richiedere la soddisfazione di queste rivendicazioni, essi non avevano che da utilizzare un comma della Costituzione, introdotto con la riforma del 2001, che consente alle Regioni che hanno i conti in ordine di chiedere allo Stato l’affidamento di nuovi poteri e competenze. Iniziativa, peraltro, che sta intraprendendo la Regione Emilia Romagna senza alcun bisogno di ricorrere all’uso del referendum. È, pertanto, l’uso propagandistico di questa iniziativa.

Dal momento, però, che né Maroni, né Zaia sono degli sprovveduti, essi tentano in maniera subdola di spingere quelle popolazioni alla richiesta di una maggiore autonomia, rispolverando l’anima indipendentista e antimeridionalista della Lega nord che negli ultimi tempi si è un po’ appassita a favore di una politica ancor più razzista, anti immigrati, forcaiola e reazionaria.

Saremmo quindi in presenza di una nuova strategia della Lega nord per ottenere una maggiore autonomia dal potere centrale, rivendicando una specificità “lombarda”. Il modello a cui Maroni fa riferimento è la Sicilia e il suo Statuto. Sì, proprio, il modello siciliano, il vituperato statuto e la sua vituperata Autonomia, fonte di tutti i mali e di tutti i vizi che, fino a qualche tempo fa, in molti volevano abolire.

E’ evidente che dopo questo referendum si riaprirà nel paese il dibattito sull’assetto istituzionale del Paese, riprenderanno forza le spinte centrifughe, anche perché al fondo di questa rinnovata rivendicazione vi è una valutazione politica che tiene conto dei nuovi scenari economici che si stanno riaprendo.

Il paese lentamente sta uscendo dalla lunga crisi che, per le sue origini internazionali, oggi è aiutato anche dalla congiuntura favorevole a livello generale. Riparte il treno dello sviluppo, in particolare in Europa, e per agganciare questo treno della ripresa occorre dunque attrezzarsi. Istituzioni efficienti, imprenditori carichi di entusiasmo e voglia di intraprendere, territori sicuri da ogni punto di vista in grado di attrarre investimenti e soprattutto nuove risorse per lo sviluppo.

Ecco perché per Maroni il referendum è la prima tappa per un successivo sganciamento dall’unità nazionale e intanto la possibilità di trattenere maggiori risorse in Lombardia che oggi, a suo dire, sono sottratte dal potere centrale che li dirotta verso il Sud per foraggiare mafie, clientele e corruzione.
Ecco perché sono importanti le prossine elezioni siciliane il cui risultato peserà nuovamente sulle prospettive di sviluppo dell’isola e dell’intero Sud.

La ripresa economica può, infatti, essere l’occasione per una crescita equilibrata del paese o può rappresentare una nuova emarginazione delle aree più deboli a vantaggio di quelle del Nord più attrezzate in termini di infrastrutture, disponibilità finanziarie e solidità istituzionali. Certamente inquieta un centrodestra a forte egemonia leghista e illiberale che in Sicilia fa le prime prove, come la frantumazione a sinistra e l’inconsistenza programmatica dei Cinquestelle. La Sicilia, in ogni caso, non può permettersi di bruciare un’altra legislatura nel galleggiamento e in pratiche di piccolo cabotaggio. Fallirebbe l’occasione per agganciare la ripresa condannandosi ad un’irreversibile marginalità.

La speranza è che dalle urne nasca una nuova classe dirigente che proponga la prossima legislatura che abbia al centro il tema dello sviluppo che non può commisurarsi solo in termini di singole iniziative o di singoli settori.
Rilanciare l’economia, offrire un’opportunità di lavoro ai tanti giovani e ragazze che caparbiamente insistono per vincere qui, nella propria terra, la battaglia per il lavoro con uno sviluppo produttivo e duraturo che chiuda per sempre la piaga del precariato. Con questo enorme numero di disoccupati sulle spalle e con la costante emorragia di risorse umane che subisce, la Sicilia non ha dove andare!

Bisognerà, però, spiegare con chiarezza alle forze più deboli, alle donne, ai giovani che la rinascita della Sicilia non può essere più affidata alle precarie risorse della finanza pubblica, ma all’impresa, alla capacità dell’iniziativa privata.

Riaprire, dunque, il confronto sul nuovo modello di sviluppo che sia in rapporto diretto con la diffusione della cultura, la valorizzazione delle competenze, gli apparati di ricerca, una nuova formazione professionale, individuando forme e strumenti nuovi per una rapida diffusione dell’imprenditorialità e di uno sviluppo industriale legato alle vocazioni del territorio.

Uno dei limiti della nostra Regione è la carenza progettuale. Ecco perché non partono le risorse europee o si disperdono in mille rivoli inconcludenti, progetti e processi d’integrazione nei territori tra agricoltura- industria- turismo- servizi e beni culturali. Ecco perché la Sicilia ha bisogno di una nuova Autonomia, di un nuovo Statuto che contribuiscano a un progetto federalista per il Paese come la strada necessaria, nel quadro dell’unità nazionale, per superare lo storico dualismo tra Nord e Sud.

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