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33^ puntata

Romanzi da leggere online: 16° capitolo del romanzo “La voglio gassata”.

18 Agosto 2019

La 33^ puntata della rubrica “Romanzi da leggere online” prosegue con il sedicesimo capitolo del romanzo di Caterina Guttadauro La Brasca, “La voglio gassata”.

CAPITOLO 16°

Mi misi in cerca di una badante. Quando comprese cosa stavo facendo, mi manifestò il suo dissenso, ma quando le presentai Emy, cedette e forse con sollievo.

Emy era venuta i Italia per sostituire una sua amica, Gloria, incinta di una bambina che avrebbe visto la luce e si sarebbe chiamata Kimberly.

Quando guardavo Emy, mi assalivano dei dubbi: così minuta sembrava una bimba, era clandestina, non mi starò cacciando nei guai, pensavo?

Nel tempo mi dovetti ricredere, Emy era fortissima e, come diceva lei, Dio fa incontrare le persone giuste quasi per caso. Un pomeriggio, mi raccontò una storia che aveva vissuto una sua amica e che fugò i miei dubbi sul suo conto. Afez era venuta in Italia per necessità, come tanti della sua gente, poveri, malati, senza lavoro. Nonostante tutto amava quelle distese di sabbia arroventata d’estate, percorsa da uomini scalzi dietro a scarni animali che morivano d’arsura lungo le strade. Le donne smunte, con bambini attaccati ad un seno arido, floscio, vuoto di ogni legame con la vita. Membra sfinite, occhi incavati e l’unica soluzione per non lasciare alla morte i suoi figli era stata quella di partire. Andare verso luoghi estranei alla tua lingua, alle tue origini, abbandonare la tua famiglia per poterla aiutare.

Decidere di non vivere più dove e come si vuole non bastava. Si diventava schiavi di sfruttatori, di mercanti del mare che ti chiedevano un prezzo impossibile per darti in cambio un posto in un barcone sgangherato dove rischiavi più che ad andare a nuoto. Sapeva che doveva farlo, nessuno al suo posto avrebbe potuto. Non si riuscivano a difendere più da niente: dalla malattia, dalle mosche, dalla miseria. Dove trovare il danaro per percorrere in una carretta quel mare oltre il quale ci poteva essere una forma più umana di vita? Ci si rivolge a gente senza scrupoli che lucrano sulla povera gente, dimenticando che tempo fa anche loro avevano fatto lo stesso viatico. Le trattative del prezzo erano estenuanti, poteva essere pagato in parte, il saldo all’arrivo dove Afez era aspettata da una cugina ed un’amica, vittime anche loro di uomini senza scrupoli, partiti servi e tornati padroni. Si ritrova una notte senza luna, assieme a tanti altri visi spaventati e confusi nel buio che stanno affidando la loro vita a dei mercenari.

Inizia la navigazione su una barca piena all’inverosimile, notti e giorni senza orizzonti, affamati, sporchi, talvolta invocavano la morte, traditrice anche lei che non arrivava.

I più vecchi morivano diventando pane per i pesci, i più piccoli cadevano in un torpore molto simile alla morte. Aiutarsi era impossibile, come era importante non muoversi per non rischiare che l’equilibrio della carretta cedesse e quell’odissea diventasse tragedia. Afez aveva accanto a se una bimba, silenziosa, sola, magrissima e per lei parlavano i suoi occhi. Una notte che rischiarono la fine, la vide piangere e quelle lacrime fino ad allora trattenute sgorgarono copiose. Afez masticava delle radici che aveva portato con se e gliele imboccava perché la bimba non aveva la forza di farlo, con lembi bianchi di lenzuola strappate le curò una brutta ferita che si era procurata in una delle tante cadute di quella infernale ed interminabile traversata. Nessuno dormiva, avevano paura di sognare. Si stava attenti a non urtarsi, non si parlava, si risparmiavano le poche forze rimaste. Le onde che ribaltarono lo scafo, trasformarono il mare in un inferno. Urla, grida di terrore le onde ingorde quella sera ebbero un lauto pranzo, ma Afez non pensò, abbracciò la ragazza e le disse di stare attaccata a lei qualunque cosa succedesse. La bimba spaurita sconvolta dal terrore la strinse e non la lasciò più.  Dopo giorni e giorni di navigazione, ormai stremati, prossimi alla morte, qualcuno con un dito indicò un punto all’orizzonte. Era sicuramente un miraggio, pensò Afez, un brutto scherzo del destino che non si era ancora divertito abbastanza. Afez richiuse gli occhi e abbracciò la bambina caduta in un torpore per l’eccessiva debolezza. Sperava in un miracolo per lei, soprattutto per lei e incominciò a pregare. Le favole degli anziani del suo villaggio dicevano che il Signore aiuta i vecchi e i bambini, e forse era vero perché il mare della speranza all’orizzonte spariva per dare posto alla terra che per coloro che erano rimasti, significava Vita.

Quando il barcone si fermò, aiutati da coloro che li aspettavano a riva si trascinarono, molti svennero, altri seppe poi, sarebbero morti. Afez abbracciò sua sorella che era venuta ad aspettarla e si senti tirare il vestito, Abbassò gli occhi nello stesso momento in cui si senti chiamare: mamma.

Si mise in ginocchio, strinse a sé quella piccola donna e si senti madre come mai più nella sua vita. Talvolta affiorava il mio essere in parte bambina, davo molto peso a degli eventi da me interpretati come segni premonitori.

Una mattina mi sentivo incerta sul da farsi, appena uscita mi trovai davanti una pozzanghera a forma di cuore. In me il cuore aveva sempre argomentato con la ragione e tante volte aveva vinto

Automaticamente pensai: avrei assunto Emy   e ancora una volta si modificarono gli equilibri.

Mia madre, pur essendo lucida, era molto invecchiata e quella giovane donna Emy sarebbe stata il suo sostegno.

Insieme formavano un piccolo nucleo familiare.

Io andavo spesso a trovarle, con tanti regalini per dare amore ad entrambe.

A me bastava un loro sorriso, mi rincuorava, mi facevo forza nel constatare quanto Emy fosse allegra e serena, nonostante la lontananza da suo marito e dai figli.

Le donne, pensavo, sono forti nelle attese, nel dolore, nel sacrificarsi ponendo lunghe distanze dai loro affetti pur di non vederli soffrire la fame e la miseria.

Riflettevo e mi sorprendeva constatare che, tante volte, i regali più importanti ci vengono fatti dalle persone umili e bisognose, ma ricche dentro.

Le ero tanto grata e glielo dimostravo con tanti gesti affettuosi.

Intanto era nata Kimberly, una bimba bellissima, con i capelli neri ed i tratti orientali.

La trovavo spesso con Gloria a casa della mia mamma. Gloria aveva condiviso con noi tanti momenti anche di vita familiare.

Noi vivemmo con lei i momenti dell’attesa e l’arrivo in questo mondo di quel piccolo fiore di nome Kimberly.

Ci sentivamo un po tutte mamme per i sorrisi che ci regalava, ci divertiva ascoltare le sue prime parole incomprensibili.

La mamma la educava, tutte le altre figure di contorno cercavano di esaudire i suoi desideri per conquistare il suo affetto.

La guardavo crescere, notavo che la sua bellezza si perfezionava e aveva una eleganza innata, era aggraziata in ogni suo movimento o gesto.

Fin da piccolissima la bimba manifestò la volontà di voler danzare.

 

Pensai quella fosse la sua strada, tutto in lei era armonia e, guardandola, si rafforzava in me quel convincimento.

Gloria affrontò dei sacrifici per farle frequentare la scuola di danza, ma i risultati ripagavano di ogni cosa.

Gli insegnanti erano convinti che avrebbe avuto un futuro da étoile.

Lei cresceva e con lei la certezza di tutti: quella era la strada giusta. I saggi di fine anno: che meraviglia!

Ricordo questo impalpabile mondo di innocenza e talento, questa nuvola rosa nella quale si muovevano tutti quei tutù, la musica di sottofondo, lo Schiaccianoci o La morte del cigno, un silenzio assoluto in sala poi infranto da un fragoroso applauso e da tanti occhi lucidi.

Quando si guardano i bimbi, la loro gioia, i sorrisi, la spontaneità, si pensa al loro futuro anche se lontano.

Purtroppo questa previsione non è una regola per tutti e Kimberly rientrò nelle eccezioni.

La malattia genera sempre dolore, paura, ma è fonte di disperazione quando è incurabile.

Assurdo pensare che questo possa succedere ad una bimba di 11 anni.

Quel fisico perfetto, nato per danzare come una farfalla cominciò ad indebolirsi, la sua linfa vitale venne brutalmente attaccata da un nemico spietato e quel piccolo fiore, in breve tempo, appassì.

Quando accade una brutta favola come questa viene da chiedersi: “perché è accaduto a lei così piccola, che aveva tanta voglia di vivere?”

Avevo sempre paragonato la malattia ad una punizione, a una giusta espiazione per una colpa grave, ma la storia di Kimberly smontò totalmente questa mia convinzione.

È triste, ma il male colpisce proprio quando sei pieno di speranze e di progetti.

Caterina Guttadauro La Brasca

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