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Vasi d'amore e vendetta

La leggenda delle Teste di Moro, tra Eros e Thanatos

24 Gennaio 2019

Il nostro racconto di oggi, accennando a “Il misterioso caso della vergine dormiente” di Rosa Maria Ponte, un noir avvincente ambientato a Palermo, che vi consigliamo in quanto vi ritroverete in una trama intessuta da eventi inspiegabili, indagini e arcani la cui soluzione arriverà solo alla fine, giunge alla “Leggenda delle Teste di Moro“, che in questo libro ha la sua ragion d’essere che scoprirete solo leggendolo.

La Leggenda delle Teste di Moro

Siamo nell’assolata Sicilia, culla di civiltà e crocevia di tantissimi popoli; luminosa e oscura; generosa e avara; amichevole e riservata; estroversa e intimista; luogo di visibile e invisibile; di riti che, pur affondando nella notte dei tempi, resistono all’oggi e, soprattutto, di leggende truculente come questa. Passeggiando per questa meravigliosa terra di cui Goethe disse: “L’Italia senza la Sicilia non lascia nello spirito immagine alcuna. E’ in Sicilia che si trova la chiave di tutto“, vi sarà capitato di imbattervi in coloratissimi vasi di terracotta, in siciliano “graste” o “rasti“, bellissime opere d’arte, le Teste di Moro, che raffigurano sia il volto di un uomo, sia quello di una coppia, entrambe legate a una differente versione del racconto.

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Prima versione

Secondo la leggenda originale, intorno all’anno 1000, nel pieno della dominazione dei Mori in Sicilia, nel quartiere arabo di Palermo “Al Hàlisah”, che significa l’eletta, oggi chiamato Kalsa, viveva, chiusa in casa per la gelosia del padre, una bellissima fanciulla. L’unico suo svago era la cura quotidiana delle piante del suo balcone. Un giorno, un giovane e bellissimo soldato Moro, che era solito passare da quella strada, nel vederla se ne innamorò a tal punto da dichiararsi con grande ardore. La giovane, colpita da quel volto e quel corpo che sembravano scolpiti nell’ebano, convinta di aver trovato il principe tanto atteso, ricambiò con altrettanta passione.

Il Moro, però, aveva omesso di avere moglie e figli che lo attendevano in Oriente, in quella terra nella quale avrebbe dovuto far ritorno quanto prima. La fanciulla, nell’apprendere tale notizia, sentendosi ingannata, presa da una rabbia incontrollabile e da una freddezza che non sospettava di possedere, decise di imboccare la strada della vendetta. Così, in una notte in cui l’uomo era sprofondato in un sonno pieno e appagato dopo l’amore, lo colpì mortalmente decidendo che quel volto sarebbe rimasto al suo fianco per sempre. Per fare ciò, senza esitazione, lo decapitò, gli aprì il cranio, gli piantò dentro un germoglio di basilico, creando una sorta di vaso. La scelta di piantarvi l’odorosa pianta di “Basilikòs”, l’erba dei sovrani, era legata proprio alla sua aura di sacralità.

L’uomo, che tanto aveva amato al punto da concedervisi e che l’aveva ingannata, sarebbe stato suo per sempre e lei avrebbe potuto guardarlo, possederlo e prendersene cura ogni giorno della sua vita. Mossa da questo pensiero, depose la testa sul suo balcone, innaffiandola quotidianamente con le proprie lacrime che facevano crescere la piantina aromatica rigogliosamente. I vicini, avvolti da quel profumo e guardando con invidia quel particolare contenitore a forma di Testa di Moro, si fecero realizzare, dagli artigiani locali, vasi in terracotta che riproponevano le stesse fattezze di quello amorevolmente custodito dalla fanciulla.

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Seconda versione

Secondo un’altra versione, invece, una fanciulla siciliana, di nobili origini, visse un amore clandestino con un giovane arabo e, per questo atto disonorevole, fu punita con la decapitazione di entrambi. La vergogna di quell’amore fu, inoltre, proclamata dall’affissione di entrambe le teste, trasformate per l’occasione in vasi, su di una balconata. Questa visione sarebbe servita da monito a chi avesse osato abbandonarsi a passioni illecite e disdicevoli.

Cari maschi isolani, continentali e stranieri, adesso sapete quanto sia pericoloso tradire una donna sicula e regalarle una pianta di basilico: uomo avvisato è mezzo salvato. E con questa, che ovviamente è una boutade, chiudiamo questa nostra narrazione.

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