24 settembre 2017 - Ultimo aggiornamento alle 18.25

L’egolatria tra peccato ed errore capitale. Chiunque si improvvisa psicologo

14 settembre 2017

Nessuno dovrebbe mai trattare argomenti di Psicopatologia clinica (per es., depressione), senza che il libro venga supervisionato da un esperto in materia, perché si crea, poi, facilmente, nella gente, confusione o falsa conoscenza.

Purtroppo, in Psicologia, molti si sentono tuttologi. Si usa, spesso, dire: “tu che sei Psicologa insegni a me… però è così!”, e quando si prova a dire come stanno le cose: “ah, ma tu sei giovane, fra qualche anno cambierai idea!”. Poi, arriva l’esaltato di turno: “Non è mia intenzione scrivere un trattato di Psicologia, però, scrivo di sintomi, di come si cura, getto sentenze su quello che fanno o non fanno gli Psicologi, senza saperne assolutamente nulla, con tanto di resoconto di cosa succede nella pratica -peraltro, per alcuni versi confermabili- e lo scrivo con un linguaggio semplice, degno di lode, perché possa essere accessibile a chiunque”.

Non ci si rende proprio conto di quanto quell’ “accessibile a chiunque” sia pericoloso, vero? ‘La legge non perdona l’ignoranza’, si dice. Disgraziatamente, quello che dovrebbe essere un divieto interiore condiviso da tutti, lo seguono solo in pochi superstiti dell’educazione di vecchio stampo.

Anche per questa “assenza di una morale sana” (o “distorsione cognitiva”, che fa credere a un individuo che sia lecito e corretto ciò che non lo è), assistiamo all’apertura di “spazi di ascolto” per i “pazienti” da parte di persone che si improvvisano counselors, perché hanno seguito un corso di “Ami-ayurveda” o perché hanno avuto il cancro e pensano che questo possa essere il miglior modo per aiutare le persone con una simile patologia.

Così ognuno mette sul piatto una spiegazione personale, ognuno col proprio linguaggio. In ambito religioso, rintuzzano affermazioni, quali: “il depresso è tale perché si è allontanato da Dio, ha troncato ogni rapporto con Dio e, per questo, vive nel peccato, sta male perché pensa che Dio non lo ami”; quindi, “si cade in depressione se si vive nel peccato” e, se si acquista consapevolezza di ciò, “il senso del peccato diviene liberante”. I religiosi tutti,con i loro tabu e pregiudizi, sono molto “liberi”: per es.,non benedicono chi nonsi sposa in chiesa. C’è chi asserisce che il depresso sia “iper-razionale”. Iper-razionale? Forse, ipo-razionale (lol).

Ma la carrellata non è finita qui: “Lo Psicologo può sradicare al più qualche trauma, ma non ha come colmare i vuoti che si sono creati nei depressi. L’unico che può riempirli è Dio”. Qui ci starebbe una pausa o una eco, silenzio da un lato e il riverbero dall’altro. A scanso di equivoci, io credo fermamente in una potenza che ci sovrasta e che ci ha creato, non si trattasse altro che di un gruppo di ricercatori con una tecnologia avanzata anni luce rispetto alla nostra. Credo sinceramente nella buonafede dei sacerdoti cattolici, sui quali tutti facciamo grande affidamento, ricercando in essi il conforto, la benedizione e la compassione, soprattutto, nei momenti difficili o importanti della vita. Ma ho sentito, spesso, troppi blasfemi simili senza con questo voler fare di una erba un fascio o trattare un peccatore alla guisa di un fastelletto. Si può, infatti, scrivere con buoni propositi pur sfociando nell’“egolatria” che, di certo, non tiene nella giusta considerazione l’altro prima dell’ego.

Io propongo una riflessione, basandomi su specifici fondamenti scientifici e linguistici: facciamo una rapida distinzione tra “senso di colpa”, “errore” e “peccato”. Il senso di colpa si colloca nello sviluppo morale di una persona. Grazie al fatto che interiorizziamo la differenza tra bene e male, i nostri atti divengono responsabili e consapevoli. Se veniamo meno a questi schemi interni, ci sentiamo in difetto, proviamo timore e altre sensazioni sgradevoli, ma correttive. Come in tutte le cose, se questo senso viene fomentato alla dismisura, non riusciremo a essere noi stessi e si genereranno frustrazione, rabbia, sofferenza, disagio.

Le degenerazioni, gli effetti collaterali, gli eccessi, le gabbie in cui cadiamo possono essere un valido esempio di “peccato”, nel senso che è un peccato vivere in una condizione che provoca dispiacere. Lo stesso dicasi per il fatto che gli esseri umani, in media, sono incapaci di perseguire la retta e giusta via ed è un vero peccato che si pensi di predicare e razzolare bene, uscendo dal proprio seminato e, con questo, intaccando e sminuendo, anche privi di cattive intenzioni, il già arduo operato di altri.

Errare è umano, perseverare può essere indice di limitazioni psichiche che si possono superare con l’aiuto di un esperto. Gli errori sono evolutivi, spesso, necessari, l’importante è cercare di analizzare le esperienze in modo da trarne un vantaggio trasformativo.