15 Settembre 2019 - Ultimo aggiornamento alle 17.31

sullo sfondo di una "deforme normalità”

Libri, “Malavita” di Giankarim De Caro: memorie di una Palermo del passato

16 Giugno 2019

Ci sono luoghi ispiranti, come l’immaginifico Orto Botanico di Palermo, ed eventi dall’atmosfera d’incantamento, come “Una Marina di libri”, che unendosi in un magico connubio, regalano incontri che sono, in realtà, riconoscimenti e avvengono grazie a preziosi ganci, o sarebbe meglio definirli “ponti”, che collegano individui che altrimenti non si sarebbero sfiorati e permettono di costruire mondi “altri”, aprire orizzonti e appassionarsi a una storia, a un autore e a un libro che sono parte di un tutto inscindibile. E’ il caso di “Malavita” di Giankarim De Caro, talentuoso scrittore palermitano, che pone al centro della scena Palermo con la sua struggente decadenza, che collega lo ieri all’oggi, e sembra vivere troppo spesso in uno “stato di deforme normalità” che si riflette  in questo struggente romanzo.

Già il nome dell’autore, Giankarim, felice crasi di ebraico e arabo, che unisce il significato di “dono del Signore” a quello di “colui che è generoso come Allah”, è una sorta di viaggio iniziatico nei vari piani della sua esistenza e nei tanti universi che lo abitano. Esploratore di mondi, vite ed epoche vissute e presentite, è munifico nel raccontare una storia che potrebbe appartenere al filone del realismo, per i temi affrontati, e attrae immediatamente per la bellissima copertina, per la grana della carta e il suo color avorio (merito di Navarra, casa editrice palermitana, garanzia di qualità) che fa immaginare al lettore di toccare un libro di altri tempi, introiettando, con cruda delicatezza, memorie del passato.

Copertina Giankarim De Caro

Malavita” si dipana in un arco di tempo che va dai primi anni del ‘900 alla fine della seconda guerra mondiale e ha per protagoniste Lucia e le sue tre figlie, Provvidenza, Pipina e Grazia, costrette a cedere il proprio corpo, come la madre, per mantenere se stesse e i piccoli uomini che le sfruttano. Due generazioni di prostitute, vessate dall’universo maschile, un amalgama fatto di aristocratici e poveri diavoli, che si confrontano con la durezza della vita sin da ragazzine e, nonostante il “mestiere”, svettano dinanzi a questi omuncoli per la grande dignità che le caratterizza. Un libro che dà voce alle donne, con una sensibilità tale da far pensare che l’autore si sia calato in queste vite, cristallizzandole dentro, tanto da dipingere con tratti decisi le atrocità e le privazioni della guerra che vanno, però, ad interfacciarsi con gli eventi più privati e drammatici che investono le protagoniste. Una storia nella storia, trama e ordito che diventano tessuto di grande pregio.

Lucia, Provvidenza e Pipina, abbandonate a se stesse, dinanzi alla prepotenza dei nobili Manfredi e Saverio, alla sete di possesso dei “protettori” Silvestro e Minico, sono rassegnate al loro destino, ma una di loro, Grazia, in un certo senso, riscatterà le altre, si affrancherà non affrancandosi, si darà un futuro, sfrutterà la sua bellezza, invece di farla “fruttare” ad altri. Penetrando tra le sue pagine, a cui si resta incollati grazie a una narrazione vibrante, intensa e coinvolgente, che pur trattando argomenti forti non scade mai nella volgarità, riuscendo a rendere poetiche anche le immagini in cui furoreggia una violenza che spezza il fiato, si resta colpiti dal fatto che questo libro, in un mondo che è elogio della morbosità, esca fuori dal coro non indugiando sul becero e facile voyeurismo. Ciò che sembra interessare all’autore, infatti, è il far emergere il sommerso, quello stato di impotenza e subalternità delle donne delle classi sociali più disagiate, la sopraffazione dei ceti dominanti, l’abietta complicità di chi dovrebbe proteggerle, padri e compagni, e il volergli stare al fianco, non giudicandole, ma comprendendole e facendole comprendere al lettore.

Bisogna ringraziare libri come “Malavita” se le prostitute, trattate come feccia della società, bollate con un marchio bruciante come se fosse di fuoco, invisibilmente presenti, condannate di giorno e frequentate di notte, riescono ad emergere dal sottobosco e poste all’attenzione dell’osservatore distratto, facendo, magari, riflettere sul fatto che “vinti” lo si può sempre diventare; infatti, anche i “vincitori di oggi” non sono immuni da tale profezia perché la vita ama sparigliare le carte. Basterebbe questo pensiero per provare umana pietà e non dare inesorabili giudizi su chi conduce quella “Malavita” che non piace a nessuno, ma che a qualcuno, purtroppo, tocca in sorte. In Giankarim De Caro non c’è mai condanna, ma cruda cronaca che magicamente, nel suo modo lieve di raccontare, si fa lirica.

Invitandovi a leggere questo bellissimo libro e “Fiori mai nati“, l’ultima creatura dell’autore, chiudiamo con i versi di Dino Campana: “Salivano voci e voci e canti di fanciulli e di lussuria per i ritorti vichi dentro dell’ombra ardente, al colle al colle. A l’ombra dei lampioni verdi le bianche colossali prostitute sognavano sogni vaghi nella luce bizzarra del vento“.

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