7 Ottobre 2019 - Ultimo aggiornamento alle 10.30

I dislessici sono come stranieri

Non bisogna guarire dalla dislessia ma trovare le proprie strade

29 Luglio 2019

Cari Liberi Nobili, nell’articolo di oggi rispondo ad Antonio: “Buongiorno dottoressa Valenti, sarebbe bello se potesse scrivere un articolo sulla dislessia. Sono laureato in scienze politiche e ho scoperto di essere dislessico a 27 anni ma, non contento, dopo la laurea in scienze politiche, sto conseguendo la seconda in giurisprudenza che è sempre stato il mio sogno. Stenderò una tesi sulla tutela dei soggetti dislessici nei confronti di scuola e università. Io ho trovato le mie strade. Che il mio esempio possa servire ai ragazzi più piccoli“.

Ai pazienti, con problematiche del linguaggio e della comunicazione, dico sempre: Uno straniero impara la lingua immediatamente? No, ognuno con le proprie capacità, metodi e tempi di adattamento, apprende la lingua del luogo anche in sei mesi. Non consideratevi dislessici e, quindi, affetti da una malattia inguaribile, ma “stranieri”. Col vostro tempo, un buon allenamento quotidiano e una brava guida potete instillare in voi i semi di una nuova visione di voi stessi determinando un vero e proprio successo terapeutico.

Per potere darvi un’idea di quello che accade nella mente del dislessico io tenterò di penetrare in essa grazie alle esperienze che ho accumulato come clinica, con il mio speciale modo di essere guaritrice, aforista, scienziata, un po’ Sherazad e Barda. Io spero che la lettura dei miei articoli sia sempre come una immersione subacquea o come la visione di uno spettacolo in un anfiteatro sotterraneo grazie a una lastra di vetro che vi separa dal mondo oscuro di acque profonde in cui fluttuano leggere nell’aura creature pesanti e pericolose. E io sono lì, dall’altro lato della lastra, perché con metodo, strategia e forza, si può aver fiducia nell’inconscio (Sidney Rosen).

Fra le righe della mia riflessione echeggia Milton Erickson, un grande medico e psicologo che da bambino aveva disturbi del linguaggio e che ha imparato a parlare tardi, rispetto agli altri coetanei.

Provate a immaginare come possa essere la vita di un individuo (adulto o bambino) che non riesce a pronunciare tutte le parole correttamente o che ha una alessia ovvero una compromissione totale del linguaggio. Un mio paziente è venuto da me all’età di 22 anni. Per tutta la vita ha preferito il silenzio alla parola, vivendo una proporzionata frustrazione nel rapporto con gli altri. Quando si è sbloccato e ha cominciato a parlare, senza più timore di risultare ridicolo, si è reso conto che gli piace molto esprimere i suoi pensieri! La parola farfalla era così difficile da pronunciare e diceva fa-falla. Oggi ci riesce e non potete neanche immaginare la mia e la sua emozione! Non si sente più menomato ma sente di stare apprendendo una lingua straniera, a suo modo e col suo tempo.

Nell’eziologia di questa patologia occorre considerare i fattori genetici, quelli ambientali e quelli organici. Lesioni cerebrali traumatiche, ictus, atrofia o demenza precoce possono causare problemi nei processi linguistici del cervello anche in età adulta. Con un buon allenamento cognitivo, tuttavia, si possono sconfiggere o sublimare anche i peggiori mostri. Anche se non si riesce a estirpare il problema alla radice, è possibile, cioè, diminuire il grado di sintomi. Si tratta di un ritardo o di una lentezza nell’elaborazione e nell’apprendimento linguistico e di un deficit della memoria verbale. Secondo me, occorre trattarlo come un modo diverso di apprendere e di essere, un po’ come i bambini autistici che percepiscono e filtrano la realtà con un alto funzionamento.

Non si tratta di un problema intellettivo e il dislessico può lavorare e svolgere diverse attività senza che gli altri si accorgano troppo delle difficoltà di comunicazione. Tuttavia, i problemi emotivi che insorgono come conseguenza possono peggiorare la situazione e causare un vero e proprio blocco cognitivo, come nel caso del mio paziente che aveva smesso di parlare e di provare piacere nel farlo. Ho avuto il braccio rotto, come molti di voi sapranno, e quello che non dovevo assolutamente fare era sforzarlo nel distenderlo tanto da provocare l’invio di un messaggio di dolore al cervello, perché quel messaggio avrebbe potuto causare il blocco definitivo del mio arto.

Gli insegnanti, i docenti e tutti i soggetti in causa devono tenere conto della legge n. 170 dell’8 ottobre 2010 e delle metodologie di approccio che favoriscano gli studenti con difficoltà, dando loro la possibilità di esprimere il potenziale realmente posseduto al di là degli schemi comuni di prestazione cognitiva. Sia nel corso delle lezioni sia durante un colloquio d’esame, dunque, occorre dare al dislessico la possibilità di fruire di appositi provvedimenti dispensativi e compensativi e di una adeguata flessibilità didattica. Scrive ancora Antonio: Mi hanno somministrato un esame in una materia osticissima senza tener conto della legge e ho dovuto accettare un voto basso ma è l’obiettivo che conta.

Nel 2002 ho scritto un libro, edito in proprio, sulla necessità di rivedere la scientificità e il metodo della valutazione in sede d’esame. Oggi confermo, a distanza di 17 anni, che, nonostante il livello di evoluzione raggiunto, non abbiamo ancora ottimizzato l’atto della valutazione che non ha conseguenze solo sull’autostima dell’individuo e il suo curriculum vitae. Perché un voto non sufficientemente ponderato determina il fallimento della meritocrazia e la vittoria di Onolandia.

Ringrazio Antonio e spero di aver soddisfatto la sua richiesta di provare a sensibilizzarvi sull’argomento perché non vi diate mai per vinti ma vi sentiate valenti.

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