19 novembre 2017 - Ultimo aggiornamento alle 14.14
Palermo La Procura insiste:"cambia poco, i trafficanti usano alias"

“Quell’uomo non si chiama Yedhego”, la conferma arriva dall’Eritrea

11 gennaio 2017

Ennesimo colpo di scena nel processo all’eritreo arrestato a giugno con l’accusa di essere il boss della tratta degli esseri umani. Nemmeno per il ministero degli Esteri eritreo il giovane detenuto a Palermo sarebbe Mered Medhanye Yedhego. Il dipartimento dell’immigrazione ha confermato l’identità ribadita sin dal momento dell’arresto dal giovane eritreo, ovvero quella di Mered Tesfamariam. Le autorità eritree confermano la veridicità del suo documento, un’attestazione di autenticità è stata inviata al legale dell’imputato, Michele Calantropo. Quella certificazione è stata consegnata dal legale ai giudici del tribunale di Palermo.  

Durante l’udienza  di ieri sono stati sentiti gli agenti della squadra mobile di Agrigento che hanno indagato sulla vicenda. Il Tribunale, inoltre, ha disposto l’acquisizione del giornalino della scuola con la foto del diploma preso nel 2010, il contratto del lavoro svolto dal 2013 al 2014, lo stato di famiglia e un certificato medico rilasciato dopo un infortunio, oltre a numerose foto recuperate dalla difesa. Secondo Calantropo, tutta questa documentazione dimostrerebbe l’errore di identità.

Per la Procura di Palermo, certa che l’uomo ricercato per anni sia quello che i sudanesi hanno consegnato, anche la certificazione di un diverso nome non sarebbe un elemento significativo,  visti gli innumerevoli alias che, spesso, hanno le persone coinvolte nell’organizzazione che gestisce i viaggi dei migranti.

E’ stata respinta invece la richiesta della difesa del cittadino eritreo di acquisizione dei documenti della Procura di Roma che indaga su Mered Medhanye Yedhego. Anche l’indagine romana – per l’avvocato – dimostrerebbe l’errore di identità. Nell’inchiesta infatti un altro straniero, indagato di reato connesso, nel 2015 – un anno prima che ci fosse stato l’arresto dell’eritreo oggi imputato – decise di collaborare con gli inquirenti parlando prima con la Capitaneria di porto e poi con i pm. L’indagato, che dice di avere conosciuto di persona il vero Mered Medhanye Yedego, lo ha riconosciuto con certezza in foto. La foto è quella contenuta nel profilo Facebook di Medhanye in cui è ritratto con un crocifisso al collo. Per la procura romana non ci sono dubbi che l’uomo ritratto è il trafficante di esseri umani. Calantropo ha ribadito la differenza tra l’uomo nella foto e quello arrestato chiedendo l’acquisizione dei documenti. Alla richiesta si è opposta la Procura. A causa proprio di questa opposizione, il Tribunale non ha potuto fare entrare questi documenti nel processo, ma la difesa ha inserito tra i testi anche il nuovo testimone dell’inchiesta romana.

Un altro dubbio che si somma ai numerosi insinuati dalla difesa. Nelle scorse settimane, il “vero trafficante” (sempre secondo l’avvocato) ha inviato un messaggio attraverso Facebook in cui afferma che il cittadino eritreo attualmente in carcere in Sicilia è un uomo innocente che è stato arrestato ed estradato dal Sudan al suo posto. Nei messaggi mandati su Facebook, il trafficante eritreo Medhanie Yehdego Mered, 35 anni, noto come “il generale”, ha detto che il suo connazionale imputato nel processo che si sta celebrando a Palermo è vittima di uno scambio di identità. Già i parenti dell’uomo estradato in Italia avevano denunciato lo scambio di persona, precisando che Khartoum aveva estradato in Italia Medhanie Tesfamariam Berhe, 29 anni, e non il trafficante ricercato dalle autorità. “Hanno fatto un errore con il suo nome, ma tutti sanno che non è un trafficante. Spero sia rilasciato perché lui non ha fatto nulla. Non possono fargli nulla“, si legge in uno dei messaggi scritti in tigrino.

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