2 Luglio 2019 - Ultimo aggiornamento alle 19.03

la nona puntata

Racconti brevi da leggere online: “Una madre è per sempre”

3 Marzo 2019

Siamo alla nona parte del 1° capitolo de “La vita appesa ai muri” di Caterina Guttadauro La Brasca, un nuovo appuntamento di Romanzi da leggere online a puntate.

In questa puntata Giada la reporter di guerra, in quel paesino distrutto dalla guerra e dai bombardamenti, trova per terra tra le macerie una foto che ritrae una famiglia felice… vorrà saperne di più per scriverci una storia… Erano ancora vivi? Che fine ha fatto quella famiglia felice? Cosa scoprirà Giada?

9^ puntata “Una madre è per sempre”:

tratto da “La vita appesa ai muri” di Caterina Guttadauro La Brasca,

 Editoriale Programma Ed., Treviso, 2013.

Il giorno dopo, appena tornata sul luogo del disastro, sempre inseguita dal tempo e contenta di aver temporaneamente collocato Matteo in un contesto adatto a lui, Giada vide per terra qualcosa di lucido. Sempre attratta dai particolari, si chinò e lo prese: era una foto, quindi un ricordo, un pezzetto di vita tra tanta distruzione.

Quella foto racchiudeva tutta una famiglia, giovane, felice. Giada voleva saperne di più. Del resto il suo mestiere era questo: rincorrere i fatti, le notizie e porle all’attenzione di tutti, perché l’informazione, se offerta con onestà e rispetto, è un servizio di utilità comune. Nei paesi la comunità è così piccola che si sa tutto di tutti, bastava chiedere alla persona giusta.

Giada fu indirizzata da una signora, ex infermiera che tramite il suo lavoro aveva acquisito tanti ricordi felici e tristi, come del resto è la vita. La vita è e rimane una battaglia difficile e quotidiana, siamo noi che ritroviamo un motivo per non rinunciare senza tentare. Questo tempo che talvolta ci condanna, altre ci aiuta. Le leggi che lo governano sono eterne e per tutti uguali. Ci sono dolori talmente grandi che solo a parlarne spaventano. Una madre insegna ai propri figli a parlare, camminare, giocare, a confrontarsi con gli altri, ma mai con la morte.

È un evento al quale non si è mai pronti e che per questo ci fa più paura di qualsiasi altro. Ed ecco la storia che Giada ascoltò con partecipazione: Francesca era una mamma giovane, che aveva attraversato la vita a passi lunghi; con suo marito Alberto avevano fatto scelte importanti ma condivise, soprattutto quattro che erano il loro fiore all’occhiello: i loro figli, due maschi e due femmine. Una bella famiglia, faticosa e, talvolta, un po’ ingombrante, ma lei non aveva rimpianti, li amava ed era orgogliosa quando le dicevano: «Che belli i suoi figli».

La sua presenza nella famiglia era totalizzante, perché Alberto aveva un lavoro dirigenziale che assorbiva tutta la sua giornata. Francesca lavorava part-time e si avvaleva dell’aiuto dei suoi suoceri che, nonostante l’età avanzata, erano giornalmente dedicati ai nipoti, accompagnandoli a scuola e alle varie attività che svolgevano. Passarono quasi vent’anni e sembrava che a sfogliarli fosse stato un colpo di vento.

Francesca aveva per i suoi figli la stessa attenzione, la stessa cura, per non creare gelosie. Diceva tanti sì e pochi no perché il cuore di una mamma cede e, tante volte, sapendo di farlo. Se c’era qualcuno che si poteva sacrificare, era lei stessa. Del resto, di fronte a quattro figli che, come tante piantine, stavano crescendo, Francesca non sentiva neanche i suoi bisogni. Certe mattine non aveva voglia di alzarsi perché sapeva che il copione era lo stesso degli altri giorni, sicuramente con qualche imprevisto in più.

Si nutriva delle emozioni che le davano i suoi figli quando erano promossi, quando li accompagnava al catechismo per prepararsi alla Comunione. Che bello il Natale con un grande albero, vero, che addobbavano tutti quanti insieme, i regali che un non identificato Babbo Natale lasciava, rispettando i desideri che i bambini esprimevano nelle letterine che si appendevano ai rami dell’albero.

Nel giro di qualche mese, arrivavano poi Carnevale, Pasqua e tutte le tradizioni erano sempre rispettate. Francesca degli amori conosceva quelli più veri, che si manifestano anche senza parole. Ad esempio con i disegni delle due bambine piccole, dove la raffiguravano grande, sorridente e indaffarata. Lei li attaccava ai muri, sui mobili, per averli sempre sotto gli occhi ed esserne felice. La Festa della Mamma per lei era ogni giorno e ringraziava Dio di averle donato le sue creature.

Finalmente arrivava l’estate e i ragazzi partivano con i nonni paterni: andavano prima al mare e poi in montagna. Superati i primi giorni che ne facevano sentire tanto la mancanza, Francesca e Alberto si riappropriavano del loro rapporto di coppia, dedicandosi più tempo, vivendo quell’intimità indispensabile tra due persone che si amano. Si sentiva che la vita della casa diventava meno rumorosa, le voci si riducevano di tono fino a diventare sommesse, si sentiva il fischiettio di Alberto mentre attendeva al piano l’ascensore mentre Francesca da dietro il cancello lo salutava con un sorriso che tradotto, voleva dire: «Io resto qui ad aspettarti, buona giornata».

A settembre c’era la vacanza comune, partivano sempre a fine agosto, dopo aver scelto la località che non dispiacesse a nessuno. Fu prima di una di queste vacanze in America che Francesca, spogliandosi, notò sul seno un piccolo chicco. Per un attimo si immobilizzò, poi si riprese e decise di non dirlo ad Alberto, per non rovinare la vacanza tanto attesa. Rientrati però dalle ferie, Francesca aveva recuperato le forze e si sentì pronta per affrontare il problema. Ne informò il medico curante e, dietro sue indicazioni, eseguì le analisi prescritte. Il referto fu uno di quelli che, si pensa, non debba mai capitare a noi: un carcinoma al seno.

Dinanzi a una notizia del genere si rimane confusi e si prova l’incredulità che alimenta quel margine di dubbio che è l’errore umano. Perciò si ripetono le analisi per averne la conferma, sperando ovviamente che succeda il contrario.Non c’erano stati errori. Sul mondo di Francesca si era allungata un’ombra scura. Bisognava iniziare a lottare perché la luce della vita rimanesse ancora accesa.

La vita apparentemente scorreva uguale, ma c’erano più silenzi, più sguardi d’intesa fra gli adulti, se scappava qualche lacrima, Francesca correva in bagno a lavarsi gli occhi per non trovarsi impreparata dinanzi alle domande che i bambini sanno fare e che ti spiazzano. Si girò un film che sarà visto più volte: corse in ospedale, la perdita dei capelli, un gonfiore diffuso provocato dal cortisone, la stanchezza che in alcuni momenti non le consentiva di stare in piedi, dissenteria. Così il corpo di Francesca diventò bersaglio di centinaia e centinaia di radiazioni, per capire l’estensione della malattia.

Incominciò la lotta contro il tempo, cambiarono le abitudini, gli equilibri faticosamente raggiunti con fatica negli anni. Tante cose sfuggivano e Francesca, per non farsi leggere dentro, concedeva di più, come a farsi perdonare il tempo che, mentalmente, dedicava al suo problema. Tutte le forze della famiglia, consapevolmente e non, furono coinvolte, si entrò in un ingranaggio in cui la vittima era soltanto lei ma gli altri sentivano il cambiare del vento, proprio come prima di un temporale.

Francesca era intontita da quella deflagrazione inaspettata che, con la massima velocità, le aveva sconvolto la vita. Aveva, come tutti, sentito parlare di questo male in crescita a tutte le età, anche le continue richieste di donazioni per aiutare la ricerca ne erano una prova. In verità si sono allungati i tempi della ricerca, in alcune tipologie si guarisce ma nella stragrande maggioranza dei casi è una condanna. Quando ci si sente dire che le cure sono lunghe, dolorose e senza alcuna garanzia, in genere si pensa: io non farei nulla, vivrei intensamente il tempo che mi rimane e basta.

Non è così. Se hai quarant’anni, quattro bambini, una famiglia che ti è costata sacrifici, gioie e dolori, non puoi mollare, non provare almeno a combattere anche solo per guadagnare più tempo. Una madre pensa che se riesce a vivere un giorno di più, ne vale la pena perché quel giorno vissuto con i suoi bambini può far vivere emozioni da lasciare loro come un ricordo in più. Francesca affrontò l’intervento quasi senza pensare, il male era radicato e occorreva, in via precauzionale, asportare oltre a un seno anche tutti i linfonodi già ammalati.

Un intervento, quindi, demolitivo, doloroso e psicologicamente mortificante. Francesca affrontò il male come viveva la sua vita, senza tante parole, piangendo senza lacrime e nascondendo a tutti la sua paura. Alberto, finito il lavoro, andava a trovarla la sera, ma lei preferiva che stesse con i bambini. Appena poté camminare, parlò con i suoi cuccioli al telefono e la loro voce le diede un respiro in più, quello che le occorreva per riprendersi.

Ritornò a casa dolorante, con il braccio e la spalla fasciati, con la mano appoggiata al petto, come a nascondere uno spazio mutilato proprio dove prima appoggiava i suoi figli per allattarli. I bimbi le corsero incontro con impeto, quasi rischiando di farla cadere. Lei capiva, i bimbi esprimono fisicamente ciò che gli adulti riescono a controllare. Francesca li abbracciò e, istintivamente, si abbassò per prendere in braccio Bea ma una fitta dolorosa le ricordò che la sua vita era cambiata e il suo più grande dolore era che doveva cambiare anche quella dei suoi figli.

Fino ad allora in casa erano esistiti solo i farmaci delle normali malattie dei bambini, da quel giorno invece si creò uno spazio apposito dove trovarono posto tanti farmaci da somministrare ad ogni ora del giorno e della notte e ai quali si aggiunse un ciclo pesante di chemioterapia in ospedale. Cominciarono così le trasferte, la mattina si usciva tutti insieme, Alberto al lavoro, i bimbi a scuola e Francesca in ospedale. Le sue sedute erano lunghe, distesa su un lettino per ore e ore, costretta a un riposo forzato, un lusso che non si era mai potuto permettere, con la flebo che immetteva nel suo corpo un mix di farmaci potenti che avevano la missione di catturare ed eliminare le cellule malate.

In quelle lunghe ore pensava al futuro, non al suo perché era in forse, ma a quello dei suoi figli e cominciava ad accorciare le distanze da quel Dio in cui le avevano insegnato a credere. Si domandava: «Perché non dovrei essere tra quelli che ce la fanno? Dio non puoi non tenere conto dei miei bambini, Tu che amavi tanto i bambini, sai che da soli sarebbero smarriti, senza guida alcuna. Ti prego Signore non permettere che io li lasci».

Francesca capì che non era scappando che si vincono le battaglie e compì il passo più difficile: accettò la malattia, chiese ai medici particolari che la aiutassero a capire il suo male, che tipologia di farmaci le avrebbero somministrato. Non li nascose, li lasciò per casa un po’ per non dimenticarsi di prenderli e, con consapevolezza, perché tutti si abituassero a questi nuovi inquilini.

Imparò cosi che la chemioterapia rimaneva l’unico farmaco d’attacco al problema, ma il guaio era che, oltre alle cellule malate, distruggeva anche quelle sane. Francesca era una donna concreta e semplice, non si truccava, era sé stessa, pulita, con il suo viso fresco e naturalmente bello. I suoi bimbi erano curati, seguiti nell’educazione scolastica, religiosa e sportiva.Cercava di coltivare in loro sani principi come quelli che lei stessa aveva ricevuto.

Era una mamma attenta e una moglie comprensiva. Lavorava in Posta e le persone con le quali apriva il suo cuore erano: Sonia, l’amica di una vita e Caterina, un’amicizia più recente ma accresciuta dalla frequentazione in quanto dirimpettaie e colleghe di lavoro. Con loro, quando si trovavano a tu per tu, Francesca riusciva a confrontarsi, a confidarsi e poteva anche manifestare le sue fragilità e le sue paure.

Caterina, con il suo carattere espansivo, la coinvolgeva; in ufficio non c’era tempo ma a casa quando sentiva chiudere la sua porta o fermarsi l’ascensore, si affacciava sul pianerottolo e la invitava a entrare. Si parlava tra donne, qualche episodio del lavoro, fatti eclatanti di cronaca, i bambini e, per ultima, la domanda più seria:«Come va Frenci?».

«Sto facendo la chemio – rispondeva – mi sento molto stanca e mi cadono i capelli a ciuffi».

Caterina minimizzava ma sapeva, da donna, quanto peso avesse avere dei bei capelli: «Francesca non preoccuparti, è l’effetto delle medicine, poi ricresceranno. Compra una parrucca dello stesso colore dei tuoi capelli e indossala per uscire. Non affaticarti a portare le borse della spesa, ma se proprio vuoi, chiamami o vai a farla con Alberto, il sabato che non lavora».

Lei sorrideva alla sua amica con uno sguardo triste e consapevole e quando Caterina l’abbracciava dicendole: «Gli effetti positivi si avvertiranno dopo che hai finito il ciclo. Io so che ce la farai», forse per farle piacere, Francesca fingeva di crederle e si cambiava discorso. Finalmente le sedute di chemio finirono, gli esami e la TAC erano buoni, al punto che non si ritenne necessario intervenire con un altro ciclo.

Gli effetti diminuirono, i capelli ricrebbero e si riaprì il cuore di tutti alla speranza. Le scuole volsero al termine e Francesca si divideva tutti i giorni tra i vari impegni dei figli, che la distraevano anche nei momenti di difficoltà.La sera arrivava in un baleno e dopo aver messo a letto i suoi bambini era cosi stanca che non riusciva a parlare nemmeno con Alberto.Lei, che era una persona di poche parole, adesso avrebbe avuto tantissimo da dire: parlare di speranza, di dolore, di paura e, purtroppo, anche di morte.

Ma sapeva che farlo avrebbe creato disagio fra loro. Si ritrovavano a letto, accanto, entrambi con addosso il peso di una giornata faticosa ma non occorrevano parole tra di loro, erano insieme e bastava sfiorarsi per sentire che dentro di loro scorreva il sentimento che li aveva portati a scegliersi ed era ancora lo stesso che tutte le mattine dava loro la forza di ricominciare. Gli uomini, da sempre considerati il sesso forte, dinanzi al dolore e alla sofferenza, talvolta, sono completamente disarmati e cercano l’appoggio della donna che hanno vicina.

I bimbi crescevano come fiori, ognuno aveva il suo colore e il suo profumo ma richiedevano spazi e attenzioni diverse. Francesca ritornò al lavoro, rispettando tutti i controlli suggeriti dal protocollo oncologico. I referti accettabili, uscire, andare al lavoro, incontrarsi con le altre mamme a scuola facevano riaffiorare in Francesca la voglia di vivere e di guardarsi attorno. Ciò la poneva dinanzi a un inevitabile confronto con la normalità delle altre donne.

In inverno si è talmente coperti che la sua menomazione non le creava problemi, ma in estate, al mare, in vacanza, con gli abiti estivi, Francesca pensava a come poterla nascondere, che risposte avrebbe potuto dare ai suoi bambini che, per primi, avrebbero notato la ferita e il vuoto lasciato dall’intervento. Si chiedeva anche: «Cosa prova Alberto quando sente e soprattutto vede l’imperfezione di quel seno. Sicuramente capisce, ma capire non significa sempre accettare».

L’amore tra un uomo e una donna è, soprattutto per gli uomini, molto legato alla fisicità, cosa succede se essa cambia? Francesca s’informò e seppe che ci sono interventi ricostruttivi con esiti sbalorditivi, che riportano alla normalità. Si tratta, ovviamente, di interventi lunghi, di precisione, minuziosi, del resto si sa che è più facile demolire che ricostruire. Francesca cominciò a pensare di tornare come prima, almeno fisicamente, quasi a voler eliminare la parentesi nera che aveva appena vissuto. Amava l’autenticità, niente di ciò che era finto, e non si sentiva più sé stessa, con un seno rapito dal cancro. Ritornò cosi in sala operatoria da dove uscì dopo otto ore d’intervento, con un seno perfetto e suo.

Sì, suo perché lo avevano ricostruito con lembi asportati dalla sua coscia e dalla sua pancia. Dolorosissimo fu il post operatorio ma la felicità era tanta che Francesca sopportò ogni tipo di dolore. Così si vive la vita, si avvicendano le stagioni, i ragazzi più grandi cominciano a pensare al loro futuro scolastico, le femminucce erano ancora piccole per porsi dinanzi a questi problemi.

Trascorsero cinque anni, belli e meno, ma quella era la norma e non si desiderava altro. Un giorno, sul lavoro, le colleghe notarono che Francesca si muoveva con fatica. Alla loro richiesta rispose che era un banale mal di schiena. Ovviamente si preoccuparono e la invogliarono ad andare dal medico. Francesca non ascoltò, sopportò per un’altra settimana il male ma, alla fine, fu costretta ad andare perché rischiava di immobilizzarsi.

Le analisi diagnosticarono un tumore al fegato. Così Francesca si ritrovò, faccia a faccia, con quel nemico che credeva di aver sconfitto, dopo aver visto la «terra promessa» si trovava a camminare tra speranza, paura, sofferenza sapendo perfettamente che, stavolta, la battaglia sarebbe stata più difficile, il male aveva intaccato più organi e questo escludeva la possibilità di intervenire chirurgicamente. Le chemioterapie divennero due, di cui una ancora sperimentale, gli esami erano continui per capire come agire in maniera più mirata.

Due giorni di ogni settimana, Francesca era in ospedale perché i medici, mentre si somministrava la chemio, dovevano avere la possibilità di intervenire immediatamente, al bisogno. La prima reazione alle due chemio fu buona e Francesca si sforzò di reagire senza abbandonare del tutto i suoi ruoli. Tante volte, seduta in cucina con Caterina, lasciava trasparire il suo motivato scoramento, dicendo:«È difficile Cati, la mia vita è un andare e tornare dall’ospedale, faccio fatica a fare le cose che ho sempre fatto, i bimbi hanno capito che sto di nuovo male e cerco di farmi aiutare da loro che, pur non sapendolo, sono per me l’unica fonte di coraggio e, purtroppo, anche di disperazione.Come faranno senza di me?».

Caterina, coinvolta nel profondo, cercava di scuoterla dicendole: «Francesca non ti avvilire, si è un male ancora per tanti versi poco conosciuto, i medici usano farmaci ancora in fase di ricerca ma lo sai che ci sono anche delle guarigioni.Tu sei giovane, reagisci bene alla chemio, vedrai che anche questa volta ce la farai. Me lo sento».

Lei la guardava come a dirle: «Credi veramente in quello che dici? Stai cercando di darmi forza, cara Caterina, perché io reagisca, perché i bambini non capiscano che il conto alla rovescia è già iniziato». Caterina aveva notato che Francesca cominciava a mangiare di meno e questo la preoccupava, il fisico, già indebolito dalla chemio, si sfiancava di più. Gli odori le davano nausea e Sonia e Caterina, cucinavano talvolta anche cose appetibili per stimolarla a mangiare.

Madre Coraggio c’era ancora, parlava con i suoi bambini e, da mamma esperta, sapeva anche farsi ascoltare per dare loro la sensazione che nulla fosse cambiato. Un dato era inconfutabile, tra la chemio e i suoi effetti trascorreva più tempo in ospedale che a casa. Si avvicinava l’estate e tutto era in forse. Gli esami evidenziavano che il male era fermo. La chemio non si poteva interrompere, trovare le vene per la flebo era un problema, le braccia erano piene di ematomi, come se il corpo rifiutasse questo ulteriore martirio.

I medici decisero di inserire sottocute a Francesca un catetere, sotto il collo, dove agganciare le flebo per qualsiasi somministrazione. I bimbi, finita la scuola, erano al mare con i nonni, capivano e sapevano che la mamma stava male. ma si erano anche abituati a questi allontanamenti e rientri dall’ospedale. Caterina, certe volte, si sentiva bussare alla porta, faceva entrare Francesca e parlavano sempre dei ragazzi, perché farlo le faceva sorridere il cuore.

Intanto il piccolo dei maschi era partito per un anno scolastico all’estero, per perfezionare il suo inglese e fare un’esperienza di vita che l’avrebbe maturato. Caterina pensava che non fosse il momento giusto per un allontanamento così lungo ma non dava pareri perché sapeva che Francesca ci credeva e ne ebbe la conferma quando le sentì dire: «Lo so che un anno è lungo ma, a Natale, al limite lo andiamo a trovare noi».

Caterina non sapeva se la sua amica dicesse queste parole con convinzione o mentisse a sé stessa, sapendo di farlo. Il caldo accentuava certi disturbi di Francesca ma il fatto che i ragazzi fossero via, le permetteva di essere sé stessa, di lamentarsi, di stendersi se era stanca e di non mangiare se non aveva fame. Non riusciva a stare senza vedere i suoi figli per più di una settimana, infatti, ogni sabato con Alberto andavano a trovarli.

Alberto sapeva bene che avrebbe dovuto fare a meno del sostegno di sua moglie, che avrebbe potuto solo ricordare il sorriso di Francesca, il suo pudore che le faceva nascondere il viso nell’incavo della sua spalla, quando facevano l’amore. Lei gli aveva detto che, in quei momenti, si sentiva bellissima più di tutte le stelle della sera. Tra loro, a volte, le parole disturbavano l’essenzialità dei gesti, l’intensità degli sguardi, quel sentirsi due corpi con un cuore solo.

Tutti gli anni, la Madonna di San Luca esce dal suo Santuario, situato sui colli, e scende in città per essere visitata da tutti i suoi fedeli. Era esposta in Cattedrale, dove si poteva andare a qualsiasi ora del giorno perché venivano celebrate messe in continuazione. Caterina e Francesca andarono insieme, assistettero alla Santa Messa, sedute sul presbiterio, a fianco all’altare. La chiesa era stracolma, c’era molto raccoglimento nonostante la presenza di tante scolaresche.

Quella Messa è rimasta e rimarrà come un ricordo comune, silenzioso ma rivolto a chiedere lo stesso dono. Caterina e Francesca erano inginocchiate una accanto all’altra, quasi due sorelle raccolte, come il momento solenne richiedeva. Istintivamente Caterina appoggiò il braccio sulla spalla di Francesca, come a volerla raccogliere vicino a sé, a rendere più intensa la loro preghiera. Anche Francesca pregava, ma il rosario con cui lo faceva erano le lacrime continue che le scendevano sul viso.

Caterina continuò ad abbracciarla e non c’era nulla che si potesse dire, solo chiedere a Dio, ma senza pretendere, e continuando a credere in Lui, perché questa è la Fede. Finita la Messa, uscirono e girarono un po’ per il centro per osservare i negozi. Caterina propose di prendere qualcosa al bar, ma Francesca disse che preferiva di no, perché le succedeva di dover poi aver bisogno del bagno e si angosciava. Fu, nonostante tutto, una bella mattina, un momento condiviso della loro giovane amicizia.

Caterina sapeva che Sonia era costantemente presente nella vita di Francesca, aiutandola in ogni modo, perché conoscendola da tanto tempo, leggeva più chiaramente nei suoi pensieri e ne riceveva qualsiasi confidenza. Mentre tornavano a casa, Francesca disse a CaterinaAl ritorno dei ragazzi si va in vacanza in Grecia». Caterina tradusse un suo timore, dicendo: «Francesca perché così lontano? Ci sono tanti bei posti in Italia».

Caterina, mentre le diceva, sperò vivamente che le sue parole non fossero state, per Francesca, un rimarcare la sua malattia, un volerle dire che non si doveva allontanare perché, nel caso succedesse qualcosa, il suo paese era casa sua, dove poteva in qualunque momento ricevere cure mirate. La sua osservazione permise a Caterina di capire la bontà della sua amica. Non si arrabbiava mai, pur capendo perfettamente ciò che le si diceva. Il mattino dopo, ormai avveniva spesso, Caterina sentì chiudere la porta di casa di Francesca, si affacciò per salutarla, da dietro il cancello e le chiese:«Dove stai andando Francesca?»

Lei rispose:«Vado a prenotare una visita per Marta, sai che deve correggere la sua postura e forse dovrà portare un busto».

«Potevi andare nel pomeriggio, adesso è veramente caldo», aggiunse Caterina. Francesca rispose: «Lo studio ha degli orari, a proposito di caldo, lo sai che andiamo in vacanza nella tua Sicilia?».

Caterina fu felice di sapere che non andavano molto lontano e sapeva che la scelta fatta era dettata dal buonsenso. La «sua» Sicilia è una terra accogliente, generosa per il clima, il cibo e il calore nel rapporto umano che offre, inoltre Francesca avrebbe potuto vedere dei capolavori dell’Arte che lei tanto amava. Ridendo, Caterina le disse:«Sono contenta che vai nella mia terra, salutamela perché, come sai, quest’anno non ci andrò».

Era fine agosto-primi di settembre, e Caterina sapeva che il clima, in quel periodo, era ideale, che i ragazzi avrebbero potuto fare i bagni e Francesca riposarsi o starsene con sé stessa, lontano dagli hotel, dai frastuoni, dall’esuberanza esibita in modo sfacciato, in vacanza. Così partirono e Caterina oltre alla famosa frase che si scambiavano tutti gli anni: «Tranquilla per la casa, noi siamo qui e saremo attenti», pregò con tutta l’anima la Madonna che consentisse a Francesca di regalare a sé stessa e ai suoi figli un po’ di serenità, lontana dalla quotidianità che aveva con il dolore.

Al ritorno da quelle due settimane di vacanza, Francesca portò un regalo a Caterina e raccontò la loro vacanza che era stata, grazie a Dio, relativamente serena.Avevano gustato tante specialità, visto e visitato i paesini dell’entroterra e l’idea di Alberto di prendere una villetta tutta per loro era stata un’idea vincente. Tutto bene, insomma, tranne un leggero mal di pancia e un po’ di nausea che accusava lei e anche Bea.Francesca ne parlò minimizzando: «Abbiamo preso sicuramente lo stesso virus, un po’ di riso e parmigiano e passa tutto».

Un campanello suonò nella testa di Caterina che non volle però ascoltare e zittì quella strana idea che, come una lampada intermittente, le rimase in testa. Era tempo di ripresa della scuola per i ragazzi e di esami ripetuti ormai all’infinito per Francesca. Purtroppo il referto fu negativo, il male al fegato era progredito e aveva intaccato oltre alle ossa anche la tiroide. Cominciò così un bombardamento chimico senza precedenti. L’inappetenza causò un indebolimento del corpo, già provato dalla chemio. Francesca cominciò a dimagrire e questo era un dato negativo a detta dei medici.

Tutti gli equilibri si sconvolsero per affrontare l’emergenza che ormai richiedeva una cura continua, con somministrazione di farmaci a ogni ora del giorno, senza contare gli imprevisti che scuotevano Francesca con la stessa violenza di un terremoto. Occorreva il ricovero in un hospice dove c’era personale qualificato e la struttura era predisposta per le emergenze, ma nessuno volle prendere in considerazione questa necessità per non privarla della sua famiglia. Ad avere i contatti con i medici curanti era Alberto che sapeva tutto e sicuramente era stato informato sugli sviluppi che la malattia avrebbe avuto.

Lui continuò a lavorare, perché era l’unica fonte di reddito e, in aggiunta, la sua azienda era in una situazione delicata. I nonni paterni tutte le mattine arrivavano in casa di Francesca e, per tutto il giorno, si occupavano degli spostamenti dei ragazzi, questo nonostante gli anni avanzati. Sonia e Caterina cercarono di assicurare a Francesca, dandosi il cambio, la compagnia, facendo anche fronte a qualche piccola necessità.

Ogni mattina arrivavano le dottoresse dell’ANT, veri angeli bianchi, persone veramente encomiabili per la costanza e la cura con cui ogni giorno venivano per la somministrazione dei farmaci e i controlli che consentivano di monitorare la malattia. Ormai i bambini vivevano in un contesto di manifesta sofferenza, vedendo girare per casa medici, infermieri, Francesca stava ore a letto e per altre camminava con la flebo sempre attaccata, per mantenere bassa la soglia del dolore.

Si alzava prevalentemente nel pomeriggio, quando c’erano i suoi bimbi. Sicuramente vederli le dava forza e, pensava Caterina, anche disperazione. Francesca aveva attacchi di febbre con brividi violenti, finito l’effetto dei farmaci, diventava preda di quel nemico che ormai aveva rotto gli argini, dilagando nel suo corpo e nel cuore di tutti noi. I ragazzi, nei momenti critici, reagivano isolandosi nelle loro camere o innervosendosi uno con l’altro.

Caterina, verso sera, si sedeva con lei in cucina e cercava di coinvolgerla parlando di qualsiasi cosa, spingendola ad assaggiare qualche pietanza che aveva cucinato per i ragazzi. Francesca, per farla contenta, assaggiava un cucchiaio e diceva subito che, pur piacendole, non riusciva a ingoiare, aveva un senso di sazietà continuo, sicuramente dovuto alle dimensioni del fegato che si era gonfiato.

Quando Caterina andava via, non sapeva se il suo comportamento era logico. Come poteva, in quelle condizioni, interessarsi a qualcosa che la facesse sentire coinvolta, a quel mondo da cui, giorno dopo giorno si allontanava sempre più? Vederla soffrire così tanto la portava a chiedersi se fosse giusto farle vivere in casa quei continui malesseri, esasperate ore in cui solo grazie alla morfina riusciva, al buio, ad andare avanti. E per quanto?

Era ottobre e l’autunno staccava le foglie dagli alberi, ricoprendo la terra di tappeti colorati di giallo e di marrone bruciato; quando Caterina vedeva uscire i ragazzi per andare a scuola pregava perché non si sentissero come quelle foglie che venivano strappate dagli alberi, prima ricoperti di fiori, frutti: arrivava l’inverno e la vita si difendeva dal gelo e dal freddo facendo vivere al buio i suoi germogli. Un pomeriggio, come quasi tutti i giorni, Caterina era da Francesca e fu felice di trovarla in piedi, ormai era abituale vederla in pigiama, con la flebo attaccata. Aveva accanto Bea, la piccolina che salita su una panchetta, mescolava la crema per fare un dolce.

Quando la bimba si allontanò, Francesca disse a Caterina che le faceva notare che stava meglio: «Come farà a capire che non sono io che la voglio lasciare? Smarrirà le cose che abbiamo fatto insieme? Avrei solo voluto vederli crescere un po’di anni in più.Perché non può essere Cati, perché? Chiedo troppo»?

Erano i momenti più dolorosi per tutti, ma Caterina avrebbe pianto dopo, come spesso faceva; in quel momento era necessario trovare le parole giuste, anche se bugiarde, e così disse: «Dai, Francesca, lo sai che i miglioramenti sono lenti e minimi ma l’importante è invertire la tendenza, riacciuffare il tumore, sei forte, hai sempre reagito bene alla chemio e questa è sperimentale, può darsi che sia ancora più efficace.Vedrai che a Natale starai meglio e festeggeremo insieme».

Lei rispose: «Quale Natale, Cati? Non ci sarà nessun Natale per me, e lo sai anche tu». Ad eccezione dei ragazzi che non domandavano niente, tutti mentivano, sapendo di farlo, ma non potevano arrendersi, perché avrebbero spento l’entusiasmo dei bambini che si preparavano a festeggiare il compleanno del loro papà. Anche quello era un disperato bisogno di normalità.

Con l’aiuto di Carlotta e Sonia, che come tante formichine laboriose prepararono la cena e il dolce in particolare, fu possibile fare un po’ di festa, ma avevano tutti la morte nel cuore, al punto che ne sentivano il freddo.

Sonia veniva quasi tutti i giorni, spesso si sedeva sul letto e cercava di darle più attenzione possibile, le prendeva la mano perché Francesca sentisse fisicamente il bene che le voleva e quanto grande fosse la loro amicizia. Caterina, quando era persino difficile parlare, aveva deciso di abbracciarla, la prendeva per le spalle e l’attirava a sé e lei su quella spalla finalmente non doveva controllarsi, poteva essere sé stessa, fragile, spaventata, arrabbiata e impaurita.

Su quella spalla piangeva lacrime a dirotto, sul suo non volersi arrendere, nel provarci, anche se sapeva che li stava lasciando. Caterina aveva pensato tante volte se fosse giusto che lei parlasse ai suoi ragazzi, che capivano che stava male. I loro dubbi, le loro paure meritavano risposte e solo a lei avrebbero creduto, ma Francesca non ne aveva la forza, non si fidava più della sua capacità di autocontrollo e se fosse emersa la verità li avrebbe fatti soffrire. Alla luce di queste considerazioni, Caterina, ogni volta che la trovava in piedi a fare qualcosa con i suoi figli, un dolcino o farsi raccontare come era andata la scuola, pensava a quanto una madre sa essere eroica anche nei momenti peggiori, facendo prevalere l’amore sul dolore e le diceva: «Brava Francesca, sei stata e sei una brava mamma. Le cose che fai adesso con i tuoi figli saranno i più bei ricordi che vivranno dentro di loro. Così loro non ti perderanno, perché la loro mente e il loro cuore vivranno di te».

I suoi occhi, resi grandi dal dimagrimento, si riempivano di lacrime e Caterina abbracciandola le diceva: «So che stai soffrendo per questo male che ti separerà da tutto il tuo mondo, ma sei una donna e un’amica unica, tu dai forza a tutti e provo a immaginare quanto ti possa costare».

Lei abbracciò Caterina e le rispose: «Grazie Cati, tu sai, tu almeno mi capisci, non mi dici che non è niente».

Ecco, in quei momenti era fragile, indifesa, perché voleva che le fosse riconosciuto quel calvario che stava vivendo, voleva che gli altri capissero quanto fosse alto il costo di quel dolore. I figli per una madre sono affettivamente uguali, ma Francesca riconosceva la loro diversità e, non potendoli aiutare con le parole, cercava di esserci, si faceva trovare in piedi, insomma c’era ancora. Era giusto che fosse lì con i suoi bimbi o vederla così avrebbe potuto dare un’immagine della vita intesa solo come dolore? Non c’è risposta, talvolta si segue il cuore, anche se si prova più dolore.

Quanto dolore provava Francesca a pensare che non sarebbe invecchiata con loro e che non li avrebbe visti vivere le loro scelte, quanto aveva sognato di raccontare delle belle favole vere ai suoi nipotini! Una sera, nella cameretta delle bambine, forse appoggiata dalla presenza di Caterina, si lasciò sfuggire qualche frase che Caterina fu lesta a raccogliere quando la voce per l’emozione, le si strozzò in gola. Francesca disse: «Non litigate mai tra di voi anche quando pensate o credete di avere ragione, parlatene così non perderete il rispetto per voi stessi».

Caterina continuò: «Non smarritevi se cercherete la mamma e non la troverete, il fatto che non la vedrete non significherà che lei non è accanto a voi». Francesca guardò la sua amica con riconoscenza e non ci fu bisogno di parole. Incoraggiata, continuò: «Lo sapete, ma voglio dirvelo: non dimenticate mai che siete la cosa più bella che la vita mi ha donato e che io vi ho amato sopra ogni altra cosa.Vedete, talvolta, accadono cose più grandi di noi ma non bisogna diventare cattivi per questo, c’è un mezzo per trattenere dentro di noi l’amore, ed è il ricordo.La morte ci fa paura perché ci ruba gli affetti più cari, ma, sapete, non può rubarci il loro amore, i loro pensieri, le loro parole, i loro abbracci. Se dovesse succedere, non piangete, io verrò a trovarvi nei sogni e mi potrete raccontare tutto quello che vorrete e non mi vedrete più senza capelli, con la flebo attaccata, triste e stanca. Se davvero mi volete bene, vogliatevi bene e non sentitevi soli perché Dio non potrà non ascoltarmi quando gli chiederò di starvi accanto».

Era una flebo d’amore che Francesca aveva voluto fare ai suoi figli perché solo questo poteva regalare loro quel Natale. Ormai faceva fatica a stare in piedi, e una mattina cadde. Capì di essere vicina alla fine e chiamava Dio, nessuno di noi può sapere se le ha risposto. Lei non si disperò mai, tranne in qualche particolare momento, volle parlare con un amico sacerdote e prese la comunione. Arrivò il 18 dicembre e si respirava l’aria del Natale.

Caterina era a casa a preparare la cena, ricevette una telefonata di Sonia che le chiese di prendere con sé i bambini perché Francesca aveva lasciato questo mondo. Caterina lo fece immediatamente, ma lasciate le bimbe ritornò immediatamente indietro perché voleva finalmente salutarla senza soffocare in gola il dolore. Sembrava una piccola bimba indifesa.

Il suo viso era sereno, noi eravamo smarriti. Tutte le parole dette, ricordate, pensate in quel momento sembravano non esserci appartenute, c’era il più grande dei suoi figli seduto in corridoio che piangeva, l’altro in viaggio e Alberto a lavorare.

Caterina volle salutare per l’ultima volta la sua amica e le aprì il suo cuore, mentre le lacrime scendevano lentamente sulle sue guance: «Cara Frenci, queste parole non te le ho potuto dire prima ma te le dico adesso: “Mi hai ringraziato e non so di cosa, sono io che ti ringrazio per avermi insegnato il coraggio, dimostrato l’amore per un figlio, a credere nonostante tutto. Mi hai chiesto solo una cosa e me la ripeto sempre: Aiuta i miei figli Cati, ti prego. Io non lo dimentico e non lo dimenticherò ma non posso impormi alla loro volontà, nessuno ti potrà mai sostituire nei loro cuori e fin quando io ci sarò, parlerò sempre di te con loro perché la vita dovrà dare e insegnare loro tante cose ma non a dimenticare”».

«”Ti ho voluto bene come me ne hai voluto tu e questo rimane nostro. Te ne sei andata in silenzio, come quando uscivi perché avevi dimenticato di comprare qualcosa e mi dicevi: dai un’occhiata ai bambini. Non hai preteso niente e per tutto questo sei e rimarrai nei nostri cuori, per sempre. Io ti ho salutato così:Francesca, oggi siamo tutti qui ad accompagnarti con l’unica cosa che possiamo fare: PREGARE. Non era difficile volerti bene.  Donne come te non ce ne sono poi tante. Eri rispettosa, discreta, comprensiva e addirittura non ti offendevi mai. Eri già malata, ma i bisogni di tutti gli altri venivano prima dei tuoi. Hai dato così tanto amore a tutti che ne abbiamo una scorta sufficiente per tutto il tempo che ci dovrai aspettare”».

«”Per noi cristiani la morte non è la fine di tutto ma una rinascita in un mondo senza tempo e senza pene. Oggi siamo tristi e proviamo giustamente dolore perché non potremo più abbracciarti, sentirti parlare, vederti sorridere. Ma niente va perso di quello che ci hai dato, il nostro cuore e la nostra mente sono pieni di te. Mi hai ringraziato tante volte, ma sono io che ti devo ringraziare per avermi dato un esempio di accettazione del dolore, di una speranza, anche se capivi che la strada diventava sempre più breve. Nonostante tanta sofferenza, la tua amicizia con DIO è rimasta intatta, in qualche momento più difficile hai avuto un gesto di rabbia, ma ti sentivo dire: ‘Signore, aiutami!’.Questo mi fa pensare che sarai tra coloro che Gesù prenderà per mano e terrà accanto a sé”».

«”Preghiamo Dio di dare la forza di andare avanti a tuo marito, ai tuoi bambini, a noi, e a tutti quelli che ti hanno amata, di mantenere le promesse, consapevoli del fatto che nessuno potrà mai sostituirti perché tu sarai sempre la nostra Frenci. Arrivederci, amica mia, mi mancherai”».

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