19 novembre 2017 - Ultimo aggiornamento alle 14.14

#Regionali2017 – A chi sta a cuore l’agricoltura siciliana?

24 ottobre 2017

Quattro candidati presidenti, ma uno solo ha già designato l’assessore all’agricoltura, scegliendolo addirittura tra i primi. Indicare Federica Argentati è la prova del fatto che il Movimento 5 Stelle ha davvero a cuore l’agricoltura siciliana? Forse. Così come, forse in maniera timida, anche Micari, il candidato di Orlando e del Pd, ha a modo suo indicato (anche se non ufficialmente) un personaggio blasonato: Giovanni La Via, uno che l’assessore regionale all’agricoltura l’ha già fatto e che, inoltre, potrebbe affiancare come vice il Rettore palermitano in una sua ipotetica scalata a Palazzo d’Orleans. Certo, non è un caso che all’incontro tra Micari e i vertici di Confagricoltura Sicilia c’era anche l’eurodeputato catanese.

Chi tace in materia di agricoltura sono, invece, Fava e Musumeci. Il primo ha già fatto quattro nomi, ma nessuno di questi pare si occuperà di agricoltura. Il secondo, Musumeci, come farà a farla bellissima questa Sicilia se non metterà alla guida di due assessorati, quello all’agricoltura e quello al turismo (che finora non si sono mai “parlati”) due personalità di spicco? O almeno, due politici o tecnici capaci di capire che il futuro della Sicilia sta nella valorizzazione del territorio e delle sue bellezze, anche attraverso il rilancio dell’agricoltura e dell’agroalimentare. Musumeci, politico navigato e di lungo corso, lo sa bene. Ma sa anche che quello dell’agricoltura è uno degli assessorati di peso che servirà ad “accontentare” quelle correnti o quelle liste della sua coalizione che più avranno contribuito alla sua elezione. Ecco perché i pentastellati hanno fin da subito messo le cose in chiaro a proposito di questo assessorato: corrono da soli e non devono rendere conto a nessuno.

Che turismo e agroalimentare debbano andare a braccetto, lo hanno capito anche i ministri Martina (politiche agricole alimentari e forestali) e Franceschini (beni e attività culturali e turismo) che, facendo tesoro dell’esperienza di Expo 2015 di Milano, lo scorso primo giugno, hanno comunicato insieme che il 2018 sarà dedicato al cibo italiano. Alla Sicilia, invece, l’esperienza dell’Expo è servita unicamente a mettere i bastoni tra le ruote a un dirigente regionale e al suo nutrito gruppo di collaboratori. La loro colpa, se così si può chiamare? Quella di avere dovuto fronteggiare tra l’indifferenza del vertice politico le lacune organizzative milanesi e ancora di più le colpevoli omissioni di una burocrazia regionale paludosa che sembra frapporre difficoltà solo per giustificare la propria esistenza.

Eppure l’agroalimentare made in Sicily – esattamente come quello made in Italy, che coniuga saper fare, bellezze artistiche e paesaggistiche – rappresenta uno del migliori biglietti da visita della Sicilia nel mondo. E poi come non ammettere che dei posti che si visitano per turismo (o anche per lavoro) rimane più impresso il ricordo di ciò che si mangia, piuttosto che il luogo stesso? La Sicilia, grazie anche ai prodigiosi successi del vino, è ormai un brand conosciuto. E chi acquista un prodotto siciliano lo fa perché convinto di comprare anche un po’ di Sicilia, di quella terra che ospita tanti siti Unesco, numerose vestigia della Magna Grecia, il più bel Barocco del Mediterraneo e l’eleganza del Liberty.

Dedicare il 2018 al cibo italiano è una scelta che significa molte cose. Vuol dire porre l’accento su qualità, eccellenza e sicurezza che rendono unici i nostri prodotti e significa valorizzare il lavoro di migliaia di agricoltori, allevatori, pescatori, artigiani e produttori alimentari.

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