19 Agosto 2019 - Ultimo aggiornamento alle 18.35
Siracusa

dal 9 maggio al 23 giugno

Tradizione o sperimentazione? A Siracusa è di scena Euripide | Foto

11 Maggio 2019
Laura Marinoni (Elena)_foto Maria Pia Ballarino
Sax Nicosia_foto Ballarino
Laura Marinoni_foto Ballarino
Coro_foto Centaro
Crippa, Piazza, Viola Graziosi_foto Ballarino
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Marial Bajma Riva_foto Ballarino
Maddalena Crippa (Ecuba)_foto Ballarino
Elena Arvigo (Andromaca)_foto Ballarino
Elena Arvigo (Andromaca)_foto Centaro
Maddalena Crippa (Ecuba)_foto Centaro
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Il mio nome è Elena lasciate che vi dica le pene che ho sofferto…potremmo cominciare così il nostro viaggio nel 55° ciclo di rappresentazioni classiche al teatro greco di Siracusa.

Perché è lei, Elena, nell’omonima tragedia di Euripide, interpretata da Laura Marinoni, una delle grandi protagoniste di questo ciclo 2019.

Elena e Troiane entrambe euripidee, dal 9 maggio al 23 giugno, si alterneranno e contenderanno la scena siracusana.  Da un lato, dunque, Laura Marinoni, dall’altro Ecuba, la grande regina sconfitta, Maddalena Crippa.  Un bel duello quello che si preannuncia. Da un lato i sostenitori dello sperimentalismo, dall’altro i tradizionalisti della scena tragica.

Avvincente e puntuale querelle, quest’anno più marcata che mai. Di Elena la regia è di Davide Livermore, oggi tra i più richiesti registi di opera lirica al mondo. La sua Elena è una dark lady su poltrona girevole al centro di una scena interamente ricoperta d’acqua. Un “tappeto drammaturgico” in led fronteggia il pubblico le cui suggestive immagini, per tutta la durata dello spettacolo, ci raccontano una donna in primissimo piano, di volta in volta, invecchiata, disperata, irridente.

Amo questo personaggio – dice Livermore – perché nella vita ognuno ha il diritto di raccontarsi come vuole, ha il diritto di darsi una seconda possibilità ed Euripide fa questo con questa tragedia, di ricomporre il mito come vuole”. Con questa Elenaburattinaio della sua stessa vita” Davide Livermore ci consegna uno spettacolo ipertecnologico dove il rigore scientifico coincide con il dovere di tradurre il mito in senso moderno perché possa stare al passo coi tempi e parlare a tutti, anche a costo di non emozionarci ma sicuramente stupirci. L’acqua è la vera protagonista sulla scena, il liquido primordiale a cui tutti torniamo, da cui tutti partiamo. A destra la prua di una nave inabissata, il segno di una guerra finita. Menelao, il generale spartano (Sax Nicosia) ad essa si attaccherà, ed Elena a lui pur di lasciare la terra d’Egitto. A sinistra una piattaforma mobile su cui si muoverà, invece, Teoclimeno (Giancarlo Judica Cordiglia).

Eccolo, il triangolo ripetersi, al centro sempre lei, Elena, dal lunghissimo vestito in paillettes e capelli corvini, capace di divorare la scena come i suoi stessi compagni di viaggio, in questo racconto fantasmagorico. “Elena di Troia è solo un fantasma quella vera sono io” dice Euripide, morti ed una popolazione sterminata per una nuvola. Elena dispone dei suoi ricordi, gioca con la memoria sua e degli altri, ancora una volta manipola.

Nell’acqua, elemento primordiale, si consuma il dolore delle morti in guerra, perché nell’acqua si riflette anche la bugia, quella che racconta la stessa Elena allo specchio. Dalla stessa acqua emergono gli oggetti di guerra, la spada, un elmo, relitti luttuosi di morti sanguinose. La scena, firmata dallo stesso Livermore ci riporta suggestioni settecentesche d’operetta, come del resto i costumi firmati da Gianluca Falaschi (tra essi quello straordinario della brava Teonoe, Simonetta Cartìa). Il tappeto sonoro di Andrea Chenna, con cui il regista ha un sodalizio artistico ventennale, ci regala un motivo perenne che non abbandona mai la recitazione. E’ lo stesso Chenna che per il teatro greco di Siracusa ha progettato un sistema sonoro che utilizza l’acqua come strumento, raccogliendo suoni in varie parti della antica scena e sfruttando microfoni subacquei come percussioni.

Elena tragicommedia più che tragedia, corre per quasi due ore di spettacolo sul filo dell’ironia, dove ogni regola sembra non esistere più, dove il gioco della parola prevale sui fatti, dove, ancora una volta, la bellezza e la persuasione delle parole segna il destino di altri, Menelao suo primo marito e Teoclimeno vezzoso sovrano egiziano, come tutti gli uomini, raggirato.

E se le donne sono le vere protagoniste di questo ciclo in Troiane, altro testo euripideo fino al 23 giugno in calendario con Elena a prevalere è l’altra guerra, quella fisica, tra greci e troiani.

Le protagoniste sono schiave della casa di Priamo, la moglie Ecuba (la potente Maddalena Crippa), Cassandra (Marial Bajma Riva), Andromaca la moglie di Ettore (Elena Arvigo), tutte contro lei, Elena (Viola Graziosi), qui vera causa del conflitto decennale. Al centro della scena anche Taltibio, Paolo Rossi, a tratti credibile. Cambia tutto. Ad accogliere il pubblico c’è un paesaggio fatto di un bosco morto. Gli alberi abbattuti lo scorso ottobre da una tempesta, sui monti della Carnia, qui riacquistano vita nuova, diventano scenografia, che, in verità, si traducono allo sguardo in paesaggio lunare in cui i protagonisti, reduci, si muovono.

E’ un canto di speranza in omaggio alla vita – dice Muriel Mayette Holtz, regista e da anni direttrice dell’Accademia Francese a Roma con un passato alla Comedie Francaise – malgrado la distruzione di una città, di un passato glorioso le troiane accettano con coraggio la loro sorte, marciano sulla loro pena, vere eroine della guerra”.

E’ vero alla fine, come dice la stessa regista, di una guerra chi rimane ed è destinato a ricominciare la vita sono sempre le donne, dopo il pianto tornano a vivere, a raccontare, a ricominciare. In Troiane le musiche di Cyril Giroux (in scena) si riducono al suono struggente e meraviglioso di una sola chitarra. E’ la musica che amplifica il dolore delle donne “la più piccola strumentazione possibile – scrive Cyril Giroux – per accompagnare la voce disperata delle schiave dove il canto diventa estensione del grido, la più feroce arma contro la disperazione”.

Tra le voci non possiamo non ricordare Clara Galante, Elena Polic Greco, Doriana La Fauci. I costumi, un mondo di grigio che stratifica le donne vittime e prede della guerra, sono di Marcella Salvo. Troiane è la tragedia dove prevale il senso tradizionale del testo, quello che probabilmente verrà accolto con più convinzione da un pubblico tradizionale, abituato ad un senso lineare del racconto.

Dunque, mentre di Elena si apprezza il coraggio, la scommessa del nuovo, in Troiane “leggiamo” un’idea di teatro che ci consente di proteggere la nostra memoria del testo greco, che non ci destabilizza, che ci conforta addirittura, come dice Muriel Mayette, qualcosa di potente che non potrà mai finire.

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