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Palermo

Sentenza prevista in primavera

Trattativa, la procura: “Ecco i rapporti fra Stato e mafia” [VIDEO]

14 Dicembre 2017

PALERMO“Questo processo ha avuto peculiarità rilevanti che l’hanno segnato fin dall’inizio e che hanno segnato questa lunga istruttoria dibattimentale che oggi si è conclusa. Questo è un processo che, con tutti i limiti dell’azione giudiziaria, ha incrociato una parte importante della storia che dagli anni 90 e ha riguardato i rapporti indebiti che ci sono stati tra alcuni boss di Cosa nostra e alcuni esponenti delle istituzioni dello Stato”. Comincia così, dopo 202 udienze e oltre quattro anni di processo, la requisitoria della Procura al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Mario Mori

Davanti alla corte d’assise di Palermo ci sono dieci imputati tra capimafia, ufficiali dell’Arma, ex politici. Accanto ai nomi dei boss Riina, Brusca, Bagarella ci sono infatti: l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri e gli ufficiali del Ros, i generali Antonio Subranni, Mario Mori, e il colonnello Giuseppe De Donno.

“Una storia che, al di là della retorica e della linea della fermezza evocata dai protagonisti della vicenda che hanno ribadito la fermezza della linea dello Stato, per noi invece tante volte tradita, la verità che è emersa è quella di una parte importante e trasversale delle istituzioni che, spinta da esigenze personali, egoistiche, ambizioni di potere contrabbandate per ragioni di Stato, ha cercato e ottenuto il dialogo e parziale compromesso con cosa nostra“, ha detto il pm Roberto Tartaglia che ha cominciato la requisitoria. “E ha fatto questo violando le regole dello Stato di diritto e ottenendo risultati devastanti – ha aggiunto – Gli esiti sono stati la realizzazione dei desideri più antichi dei vertici di Cosa nostra. Una cosa nostra che cerca da sempre, seppure con la violenza, la mediazione”.

“Dovremo provare sistematicamente tutti i singoli elementi di prova che non vanno atomizzati ma letti nell’insieme perché se divisi in tasselli sarebbero sottovalutati, mentre analizzarti nel loro complesso si mostrano come tasselli di un unico disegno”, ha aggiunto Tartaglia che rappresenta l’accusa insieme ai pm Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Nino Di Matteo.

di matteo riina lorusso
Foto: Antimafia Duemila

“Si è cercato di banalizzare la contestazione che abbiamo fatto agli imputati dicendo che la trattativa non è reato”, ha sottolineato il pm che è poi passato ad analizzare le condotte contestate ai mafiosi, Riina e Provenzano nel frattempo deceduti, Bagarella e Cinà. “Hanno commesso la condotta tipica dell’articolo 338, la violenza e la minaccia al Corpo politico dello Stato, condotta che ha preso il via con il delitto Lima. Fin dal marzo del 92 le finalità dei boss sono duplici, la vendetta e il ‘messaggio’ alle istituzioni, il ricatto al governo, ha spiegato il pm.

E a conferma della tesi dell’accusa ha citato le parole del boss Riina intercettato.Io al governo gli devo dare i morti”, diceva il padrino di Corleone. “È esattamente in termini crudi l’essenza dell’imputazione ai mafiosi”, ha proseguito il magistrato che ha parlato di “morti venduti per avere in cambio un corrispettivo”. Per la Procura, poi, i politici coinvolti, come Marcello Dell’Utri, avrebbero agito in concorso coi mafiosi avendo svolto un’attività di mediazione tra i boss e lo Stato, mentre i carabinieri imputati, Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, avrebbero assicurato in modo clandestino e illegittimo, il collegamento tra i mafiosi e parte delle istituzioni.

La video-ricostruzione della trattativa in un video del Fatto Quotidiano:

“Mori e De Donno hanno mediato tra Cosa nostra e pezzi dello Stato con modalità occulte e hanno garantito a Vito Ciancimino e altri esponenti delle istituzioni che la trattativa proseguisse, tenendo fuori l’autorità giudiziaria e creando una zona franca dai principi dello Stato di diritto. Le regole sono state sospese con risultati disastrosi”. Ha proseguito il pm Roberto Tartaglia.

Mori e De Donno, ex ufficiali del Ros, sono accusati di aver fatto da mediatori tra i vertici di Cosa nostra e pezzi dello Stato negli anni ’90 e di aver agevolato il “dialogo” occulto e illegale tra mafia e Stato.

“Il comportamento degli ufficiali ha realizzato due obiettivi storici di Cosa nostra: aumentare la forza dell’organizzazione mafiosa e addirittura confermare e orientare la volontà di Cosa nostra di attaccare lo Stato frontalmente. – ha aggiunto – Hanno orientato perfino la scelta degli obiettivi da colpire che nel tempo sono cambiati rispetto a quelli iniziali. Non più politici ritenuti traditori come Lima e Mannino, ma obiettivi come quelli di Roma Firenze e Milano che rispondevano meglio alla logica di quella mediazione: aumentare l’allarme sociale”.

Il pm ha citato le parole del pentito Gaspare Spatuzza che ha raccontato quando, sfogandosi con il boss Giuseppe Graviano, disse “ci stiamo portando morti che non sono nostri”, riferendosi alle vittime delle stragi nel Continente. “E Graviano rispose – ha detto Tartaglia è buono, così quelli che si devono muovere si danno una smossa“.

 

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