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Caltanissetta

Botta e risposta tra accusa e difesa

Trattativa Stato Mafia, in aula aleggiano i fantasmi di Gelli e Miceli. L’Avvocato di Riina “Paese sotto ricatto”, Di Matteo “Ma di chi?”

25 Novembre 2016

Udienza sospesa per qualche minuto al processo sulla trattativa Stato-mafia per un botta e risposta  tra accusa e difesa. La Corte ha avuto da ridire su alcune domande poste dall’avvocato Francesco Romito, che difende il capitano Giuseppe De Donno. A dire dei giudici quelle domande sarebbero invece dell’avvocato Basilio Milio che difende i generali Mario Mori e Antonio Subranni.

In questo frangente, si è inserito l’avvocato Luca Cianferoni difensore di Totò Riina, che ha scatenato una serie di battute con la Procura. “E’ stato consentito l’accesso di materiale ‘fluviale’ per il quale questo processo finirà nei libri di storia, forse solo quelli della scuola elementare e media, per le vicende legate all’eversione. Questo è un Paese sotto ricatto da 80 anni“. Pronta la replica della Procura e in particolare di Nino Di Matteo che ha chiesto: “Sotto ricatto di chi?”. Sibillina la risposta di Cianferoni: “Guardate oltreoceano e lasciate in pace il mio cliente che è su una barella“. “Non partecipa al processo e si sente ricattato…”, ha risposto Di Matteo. Poi la corte ha preferito prendere qualche minuto di pausa.

Nella prima parte dell’udienza, rispondendo alle domande dell’avvocato Francesco Romito, che difende il capitano Giuseppe De Donno, il colonnello Massimo Giraudo ha ripercorso le prime fasi della sua carriera e di quella di Mario Mori, ex generale dei carabinieri e imputato in questo procedimento. Giraudo ha ricordato, nelle scorse udienze, i rapporti tra l’ex generale dei carabinieri Mario Mori e Licio Gelli e i contatti dell’ex ufficiale dell’Arma, per anni al Sid, con il terrorismo nero. I pm avevano chiesto a Giraudo chiarimenti su una serie di documenti che proverebbero i suoi rapporti con l’ex venerabile della P2 e alcuni terroristi neri. In particolare, i pm hanno cercato di fare luce su alcuni episodi raccontati da  un ex ufficiale del Sid, Mauro Venturi, che negli anni ’70 lavorò a stretto contatto con Mori. Venturi ha detto – come ha confermato Giraudo che è a conoscenza della vicenda – che l’allora capitano, voluto nei Servizi da un uomo vicino a Vito Miceli, gli propose di entrare nella P2. “Mi disse che non era una loggia come le altre – ha detto Venturi interrogato dai pm – e mi invitò ad andare a casa di Gelli. Alle mie perplessità reagì dicendomi che quelli del Sid erano garantiti e che sarebbero stati inseriti in liste riservate“.

A parlare dei contatti tra l’ex generale e Gelli c’è anche un verbale di interrogatorio che una ex fonte del generale, Gianfranco Ghiron, molto vicino all’estrema destra e agli 007 americani, rese al giudice istruttore di Brescia nel 1975. Ghiron racconta, come hanno ricordato i pm, di avere presentato a Mori il terrorista nero Amedeo Vecchiotti. E che da lui ricevette un biglietto in cui si annunciava la fuga in Argentina di Gelli. “Avverti Mori – scriveva Vecchiotti che si riferisce all’ex generale col suo nome di copertura di Giancarlo Amici – Dico ciò perché se la partenza di Gerli (probabile refuso per Gelli, ndr) danneggia mr Vito (il generale Vito Miceli, ndr) lo fermino, altrimenti, se è meglio che vada, lo lascino andare“.

Giraudo aveva raccontato, durante l’esame della Procura, anche del protocollo fantasma di cui aveva sentito parlare quando era al Sisde. “Il termine emerse – ha detto – su una modifica che si doveva effettuare nelle procedure cartacee del reclutamento delle fonti. Mori suggeriva che la documentazione scritta di una fonte risultasse a servizio solo al momento in cui questa iniziava la manipolazione, il reclutamento e la fase di coltivazione e di sperimentazione non dovevano risultare agli atti“. “Questa tecnica del protocollo fantasma a proposito di fonti è possibile che sia stata utilizzata anche negli anni ’70 – ha proseguito – Non c’è assolutamente niente del lavoro fatto da Crocetta (criptonimo di Gianfranco Ghiron) per Mori e Venturi ai tempi del Sid“. Non si è presentato in aula il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, che sarà sentito il 15 dicembre.

(LS)

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