19 gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento alle 02.39

Uno degli obiettivi del trattamento terapico è rendere il paziente consapevole di come funziona

9 gennaio 2018

La restituzione clinica come strumento chiave per agire il cambiamento

Nell’ultimo articolo, ho fatto cenno alla restituzione clinica che agisco in ogni seduta clinica. Mi sembra doveroso, prima di continuare a trattare il disturbo paranoideo, chiarirne la mia personale definizione.

Quello che accade in un colloquio non va mai trascurato, soprattutto, quando la questione da risolvere non si esaurisce in una seduta, per un motivo o un altro, ma si definisce un calendario di incontri. Persino lo sbadiglio (del paziente o del curante) può avere un significato importante di cui parlare con il soggetto in esame. Questo può avvenire nel corso della seduta corrente e/o in quella successiva. Questa particolare forma di trasferimento di informazioni allo scopo di agire un cambiamento spontaneo si chiama, in ambito clinico, restituzione clinica.

Ho l’abitudine di preparare le restituzioni cliniche sia oralmente sia per iscritto, anche se non tutti i pazienti richiedono una versione cartacea di quanto verbalizzo in seduta. Con restituzione clinica intendo, dunque, un breve documento che stendo, a conclusione di un ragionamento clinico, specialmente, dopo una seduta particolarmente significativa o in seguito alla domanda esplicita del paziente che esprime una determinata perplessità o curiosità.

Insieme a una relazione clinica periodica, comprensiva della necessaria formulazione di caso clinico, serve per aiutare il paziente a comprendere le problematiche e i disagi vissuti e, di questi, il livello di gravità; aiuta a comprendere a fondo i rischi e a prevenirli; suggerisce le strategie possibili per fronteggiare e risolvere la questione, per dare un senso o tutti i sensi possibili alla sofferenza e al dolore attenzionato; serve per disvelare al paziente quegli schemi di pensieri, emozioni, sentimenti, quei copioni mentali e comportamentali che sono disturbati e controproducenti; serve per… scientifizzare il trattamento, per non prendere in giro il paziente (se stessi o il proprio Ordine professionale), per ottimizzare i tempi di risoluzione del caso, per dare prova di dedizione e studio del caso (a se stessi prima che al paziente).

Due dei primi obiettivi da raggiungere sono: rendere il paziente consapevole di come funziona e di come deve e può far meglio funzionare il proprio congegno; facilitare la variazione e sublimazione armonica della personalità.

Per far questo, mi avvalgo di questionari appositamente costruiti oltre che di strumenti psicometrici adeguati al paziente e all’ipotesi diagnostica. Un intervento clinico, infatti, per avere carattere di scientificità, dovrebbe essere il prodotto di un processo psicodiagnostico complesso e ben strutturato oltre che di una costante attenzione al paziente.

Un altro strumento di indagine è, fra gli altri (PDM, ICD 10, SWAPP 200, etc.), il DSM-V che consente di ricondurre delle manifestazioni sia psicologiche sia comportamentali a particolari categorie nosografiche in modo da orientarmi sull’intervento clinico da effettuare e comprendere quale parte, nel lavoro, avrei io, se fondamentale e/o co-determinante (in équipe). Attenzione all’uso del termine “disturbo mentale”, perché è fuorviante, in quanto fa erroneamente concludere che una patologia psicologica escluda quella fisica. Un principio chiave che spiega bene questi accadimenti è quello di determinismo psichico (causa-effetto).

Non è possibile pensare che un’alterazione psichica non abbia ricadute sul piano fisico e viceversa. Occorre anche sottolineare che la definizione di “malattie psichiatriche” vale come sinonimo di “patologie psicologiche” e non vuol dire, quindi, che siano curabili esclusivamente dagli psichiatri. La differenza sta, generalmente, nella differente attenzione ai sintomi e nella strategia e metodo di cura.

È indiscutibile quanto necessario l’accostamento delle due figure professionali, psicologi (o psicopatologi) e psichiatri (o “farmacologi”), complementari anche se, apparentemente o in taluni casi (di idiosincrasia), contrastanti. Certamente, è più facile aspettarci una restituzione clinica dall’esperto in analisi piuttosto che da quello in sintesi.

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