21 ottobre 2017 - Ultimo aggiornamento alle 01.23

Vecchie e nuove povertà

2 ottobre 2017

Archiviata la tormentata vicenda della formazione delle liste, a sostegno dei candidati alla presidenza della Regione, si auspica che finalmente la campagna elettorale entri nel vivo, abbandoni le solite schermaglie e avvii un confronto non formale sui problemi che affliggono la nostra isola, e soprattutto sulle soluzioni da adottare.

Vi è, peraltro, l’imbarazzo della scelta e, presumibilmente, l’attenzione si concentrerà sul tema del lavoro, dello sviluppo, del funzionamento della macchina regionale, sulle risorse comunitarie disponibili e non utilizzate, l’ambiente, i rifiuti, l’acqua e l’elenco potrebbe continuare.

Si farebbe bene, però, a non trascurare e ad affrontare un tema sempre più presente in modo particolare nella nostra realtà anche in forme nuove per dimensione e qualità rispetto al passato: l’aumento della povertà.

È questo un fenomeno che contribuisce notevolmente alla disgregazione sociale e a insinuare, anche in chi non è colpito direttamente, quel clima di insicurezza, di sfiducia e di rassegnazione, provocando un distacco dalla democrazia come dimostra l’alto astensionismo dal voto.

Non ci riferiamo, infatti, soltanto alla generica categoria dei poveri, privi di un tetto, di un minimo di sostentamento, che sopravvivono grazie alle elemosine che riescono a racimolare e che esistono in ogni parte del mondo a prescindere dal suo grado di sviluppo e ricchezza.

Il dato nuovo riguarda quelle aree sociali che fino a un decennio fa vivevano in uno stato di relativa prosperità e che, per effetto della più grave crisi dal dopoguerra, hanno visto sconvolte le proprie esistenze, regredire il loro standard di benessere faticosamente raggiunti, aumentare la propria insicurezza, spingendoli verso una condizione di marginalità economica e sociale. Questo spiega anche la drastica riduzione dei consumi che abbiamo avuto.

Sono persone che hanno perso il lavoro e non riescono a trovarne un altro. Persone che avevano piccole attività economiche e che sono fallite, perdendo ogni bene, a cominciare dalla casa dove abitavano, per non parlare di quelli che si sono rovinati perché finiti nelle mani degli usurai.

Sono persone che non sono in grado di far continuare gli studi ai propri figli, alla ricerca di un lavoro qualsiasi ovviamente in nero, e persone con pensioni sotto la soglia della sopravvivenza. Si riscontra il dato preoccupante di molta gente che rinuncia a curarsi, dei ragazzi che abbandonano gli studi, dell’impossibilità a formare una famiglia, per non parlare degli altri bisogni sociali negati, considerati non più un diritto ma un lusso come la cultura, lo sport e il tempo libero.

Nasce così il rifiuto delle istituzioni, un diffuso antistatalismo, l’ostilità verso l’immigrato che lo Stato aiuta mentre abbondona gli italiani, e quindi il rintanarsi in se stessi, praticando l’astensione e il disinteresse verso la politica, nel senso di non occuparsi dei problemi generali della società. ma pensare solo al proprio particolare, che in sostanza significa rifiuto della democrazia.

Non è solo un problema di povertà materiale, legata al disagio economico ma anche alle discriminazioni cui si è sottoposti, all’isolamento e all’esclusione, l’essere ai margini rispetto alle opportunità che la società offre.

Questa povertà, che potremmo definire immateriale, impedisce che si stabiliscano relazioni con gli altri, di soddisfare bisogni affettivi, spinge a non riconoscersi nel contesto sociale in cui si vive, degenerando spesso in gravi forme di disagio sociale che sfociano perfino in atti di violenza, di criminalità, di uso delle droghe, in ogni caso in forme di autoesclusione.

Alle tradizionali forme di povertà legate al reddito, al lavoro, al problema della casa e dell’alimentazione, si affiancano altre forme di disagio ed emarginazione che coinvolgono giovani e anziani, persone stremate dallo stress e dalle difficoltà della vita quotidiana.

Lo scorso anno i palermitani, e non solo loro, rimasero sconvolti da quel terribile e atroce episodio di cui era stata vittima, Marcello Cimino, una persona di 47 anni, definito impropriamente un clochard o barbone, bruciato vivo in modo mostruoso da un conoscente per una presunta gelosia.

Cimino non aveva sempre vissuto così! Aveva condotto una vita normale, aveva una famiglia, un lavoro fino a quando, forse qualcosa aveva sconvolto la sua esistenza, aveva deciso di tagliare i ponti con la sua vita precedente, aveva lasciato moglie e figli, la propria casa, scegliendo di vivere per la strada, sopravvivendo grazie alla Missione dei Frati Cappuccini che gli assicuravano un pranzo e un letto per la notte.

Molteplici possono esser quindi le motivazioni che producono povertà ed emarginazione. Al primo posto rimane sempre il problema della disoccupazione che comporta insicurezza, incertezza per il futuro, determinando una perdita di autostima che rende sempre più difficile trovare un nuovo lavoro e un nuovo equilibrio.

Il discorso torna, pertanto, alla politica, alla sua capacità di determinare con interventi appropriati non solo opportunità ma anche condizioni di fiducia, creando forti legami sociali e reti di tutela e solidarietà.

La campagna elettorale può essere occasione, oltre che di promesse, anche d’impegno da parte delle forze politiche di trattare il tema della povertà come priorità nelle prime sedute della prossima assemblea regionale.

Grazie all’iniziativa del Centro Pio La Torre e di altre associazioni è stata, infatti, presentata una legge d’iniziativa popolare sulla povertà, che forse a mio parere va arricchita superando un eccessivo economicismo, ma che rappresenta una seria base di discussione su cui la politica potrà certamente qualificarsi agli occhi dei siciliani.

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