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1860, il Consiglio Straordinario e i cinque punti sui rapporti fra Sicilia e Italia

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18 Ottobre 2019

Che fin dalla conquista dell’isola, realizzatasi nel giro di poche settimane, fosse chiara l’esistenza di una questione siciliana che sarebbe stato saggio affrontare con il dovuto equilibrio e senza colpi di mano come in effetti avvenne, fu chiaro a chi si trovò a reggere, pur brevemente, il governo siciliano.

Non è un caso che il prodittatore Antonio Mordini, il 19 ottobre 1860, a 4 giorni dall’infausta decisione di annullare i comizi elettorali per l’elezione di un’Assemblea rappresentativa a cui doveva essere demandata la decisione su come entrare nella grande famiglia italiana, avesse convocato un Consiglio Straordinario di Stato con il compito di studiare il tipo di amministrazione che si attagliasse meglio all’Isola per conciliare gli interessi dei siciliani con quelli della nazione italiana. Si trattava di un contentino, i cui limiti furono fin dall’inizio dei lavori denunciati, anche apertamente come lo fece Emerico Amari, dimettendosi platealmente.

A comporre il Consiglio, presieduto da Gregorio Ugdulena, furono chiamati i migliori intellettuali e politici del momento, fra essi Mariano Stabile, Emerico Amari, Michele Amari, Francesco Ferrara e tanti altri i cui nomi avrebbero onorato la seconda metà dell’ottocento italiano.

Nonostante ciò, forse con la fede che li aveva spinti a guardare oltre l’asfittico spazio isolano per incontrare la modernità, gli stessi si diedero da fare producendo un documento che sarebbe stato riferimento per il futuro rivendicazionismo autonomistico. Sinteticamente quel documento indicava in cinque punti il modo in cui l’isola, che col plebiscito di annessione veniva costituzionalmente a far parte del Regno, doveva far parte della grande nazione italiana. Il primo punto evidenziava l’ovvia pretesa che la Sicilia sarebbe stata “una delle grandi divisioni territoriali” per cui si appalesava necessaria che “avesse un’esistenza propria”. Al secondo punto c’era la previsione che in Sicilia dovesse risiedere un Luogotenente del Re “con la doppia funzione di delegato del potere esecutivo dello Stato e di capo del potere esecutivo della Regione”. Al terzo punto si prevedeva la responsabilità del Luogotenente, nei confronti di un “consiglio deliberante elettivo”. Al quarto punto si prevedeva che le deliberazioni del Consiglio elettivo avrebbero assunto “forza di legge” nella regione dopo la sanzione del Luogotenente e la loro pubblicazione in Gazzetta. La quinta, e ultima, si stabiliva che – in materia di lavori pubblici, pubblica istruzione, opere pie, e credito – che la Regione godesse di competenza esclusiva.

Il risultato di questi lavori, come apparve chiaro fin dall’avvio, rimase lettera morta, la Destra storica, che in quel momento aveva le redini del governo, dopo la morte di Cavour aveva infatti scelto di virare verso uno statalismo accentratore al punto da mettere da parte anche il moderato progetto di decentramento amministrativo che aveva elaborato Marco Minghetti, uno dei suoi più prestigiosi esponenti politici. La Sicilia, entrando nella famiglia italiana, perdeva ogni specificità e si riduceva ad uno dei tanti territori del nuovo regno.

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