17 Aprile 2019 - Ultimo aggiornamento alle 17.07

La rubrica di Aurelio Pes

A “En Kai Pan” Antonio De Bonis, genio siciliano fra architettura e viaggio | VIDEO

10 Novembre 2018

Guarda il video della decima puntata in alto

Decima puntata per “En kai pan”, la rubrica di approfondimento culturale de ilSicilia.it: questa settimana ospitiamo Antonio De Bonis, architetto, scrittore “non stanziale”, perché a Palermo appare e scompare per i suoi molteplici viaggi. Da sempre vive intensamente la vita e la traduce in arte. Il suo girovagare per approfondire nuove culture e nuovi personaggi è espressione della sua grande sensibilità culturale.

Professore universitario alla Sapienza, è stato- fra l’altro – coordinatore assieme ad altri Settore Architettura Biennale di Venezia.

“Negli anni sessanta sono cresciuto in una Palermo che già ai tempi era capitale della cultura – spiega – Avevo 15 o 16 anni: erano gli anni del Gruppo ’63 e di un cenacolo che si riuniva attorno alla Galleria Flaccovio. Poi gettammo le basi per tante cose. Lascio presto la Sicilia. Nel 1966 sono a Roma e in quegli anni inizia la mia fuga verso l’Estero. Così andai ad Amsterdam in auto. Negli anni Settanta ero a Milano. Ero di estrema sinistra. Nacque una profonda amicizia con il grande Paolo Portoghesi. Nel 1977 divenne direttore della sezione architettura della Biennale di Venezia e io divenni coordinatore insieme ad altri suoi allievi della prima mostra di architettura del postmodernismo”. 

Un’intervista a tutto campo sull’architettura e non solo. Ai nostri microfoni, De Bonis critica, fra l’altro, le modalità culturali di ricostruzione del Belice nel post-terremoto: “E’ stato un fallimento, perchè ha condannato i suoi abitanti a non avere più quegli strumenti di socializzazione di riconoscimento del luogo come memoria storica, sovrapponendo a ciò che c’era prima un paesaggio nudo”. 

In alto il video con la nostra intervista

Tag:
Epruno - Il meglio della vita
di Renzo Botindari

Effetto e Conseguenza

La gente si lascia trascinare nelle polemiche guardando l’effetto che si ha davanti agli occhi e non le cause che lo hanno prodotto, ossia le conseguenze che ci hanno portato a ciò. Penso al caso del campo nomadi...