"A San Martino ogni mosto diventa vino" | LA RICETTA DEI BISCOTTI :ilSicilia.it

L'11 novembre

“A San Martino ogni mosto diventa vino” | LA RICETTA DEI BISCOTTI

6 Novembre 2019

La bella stagione non vuole abbandonarci e, quindi, quest’anno l’estate di San Martino non è attesa, perché stiamo continuando a vivere in un costante caldo che, quasi, ci fa sognare cappotti, maglioni e freddo corroborante. Visto che siamo a pochi giorni dall’11 novembre e dai festeggiamenti in onore del Santo, vogliamo ricordarlo come ogni anno.

Prima di raccontarne la storia, vogliamo partire dall’aspetto godereccio di questo giorno che si concentra nel proverbio: “A San Martino ogni mustu è vinu“, ricordandoci che, l’11 del mese, il mosto, che ha finito di fermentare, può essere “spillato”. In tutta Italia San Martino fa rima con festa del vino, che viene “battezzato”, essendo novello, durante allegri banchetti a base di carne, castagne arrosto e frutti di stagione.

Nella tradizione siciliana si racconta di una distinzione tra la festa di San Martino dei ricchi, che si celebrava in questa data, e quella dei “povereddi“, la domenica successiva, il giorno dopo la riscossione della “simanata“, la paga settimanale, che gli permetteva di comprare e gustare “i viscotta ri Sammartinu abbagnati ‘nto muscatu“. Martino, oltre ad essere definito patrono degli ubriaconi che, affollando le “taverne” per mangiare “cardoni”, “vruocculi” e “uova sode”, non si facevano di certo mancare vino a tinchitè, lo è, anche, di soldati e viaggiatori, tanto da essere il patrono dell’Arma della Fanteria dell’Esercito Italiano.

CURIOSITÀ

San Martino è un personaggio molto amato, tanto che si contano più di 4000 Chiese in suo onore in Francia e svariate nel resto nel mondo. La Festa, celebrata nel giorno della sua sepoltura, in Germania dà inizio alle Feste di Natale ed è di totale appannaggio dei bambini che, una settimana prima, cominciano a preparare le loro lanterne di carta per la processione, “Laternenumzug“, che, come da tradizione, si riuniscono il pomeriggio, quando inizia a fare buio, accendendole, appendendole all’estremità di un ramo e iniziando il corteo con una filastrocca propiziatrice: “Lanterne, lanterne, sole, luna e stelle, dateci luce, dateci luce, questa luce nel Mondo vogliamo portar!“.

Celebrare con appuntamenti festosi l’alternarsi delle stagioni è come mettere in collegamento il procedere dell’anno con il ritmo del cosmo e con quello di ognuno di noi. La lanterna, che viene accesa ogni sera come rito della buonanotte e fino all’arrivo del Natale, rappresenta il calore dell’estate che riscalda nel freddo dell’inverno.
Queste celebrazioni coinciderebbero, come altre feste, con una ricorrenza pagana. Infatti, agli inizi di Novembre, i contadini pagavano la decima ai Signori, offrendo i prodotti della terra e, tra i propri animali, le oche, la cui carne veniva mangiata proprio in questo mese perché, si narra, che un soldato romano, convertito al Cristianesimo e presi i voti, non volendo diventare vescovo, nonostante l’ordine papale, per troppa umiltà, scappò dal convento rifugiandosi in un’aia piena di oche, mentre un gruppo di persone lo cercava  facendosi luce con delle lanterne. Le pennute, come nella tradizione romana, fecero chiasso e indicarono esattamente il luogo dove trovarlo (piccole simpatiche delatrici).

Altra bizzarra curiosità ha associato, nei secoli, l’11 novembre alla “Festa dei cornuti”. Ma quali sono le ipotesi? La prima nasce dal fatto che, attorno a quella data, si tenevano solitamente diverse fiere di bestiame e le tante mogli che rimanevano a casa, mentre i mariti erano fuori, si davano alla pazza gioia. Spiegato così il nesso con le corna degli animali e con quelle più metaforiche dei consorti; la seconda ha a che fare col “capodanno celtico” che prevedeva dodici giorni di festeggiamenti senza freni, con annessi tradimenti e, quindi, legati nuovamente alle corna; la terza, invece, vedrebbe una somiglianza tra le “ramificazioni” e l’11; la quarta con delle feste pagane in cui, verso i mariti traditi, scattava una caccia simulata in cui loro diventavano “cervi”; infine, per alcuni studiosi, le corna rappresenterebbero le corone o le mitre dei vescovi. Da qui, comunque, nasce la “festa dei cornuti” celebrata in giro per l’Italia in più di 100 comuni, tra questi: Ruviano (Caserta), Nepi (Viterbo), Roccagorga (Latina), Grottammare (Ascoli Piceno), Pescasseroli (L’Aquila), San Valentino in Abruzzo Citeriore (Pescara), Santarcangelo (Rimini), Fare San Martino (Chieti).

SAN MARTINO, PILLOLE DI STORIA 

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San Martino, uno dei primi santi non martiri della Chiesa Cattolica, nato intorno al 317 d.C, rivestiva in Gallia la carica di “circitor” quando visse l’esperienza che gli avrebbe cambiato la vita, consegnandolo alla storia, alla leggenda e alla santità. Si narra che, in una giornata d’autunno, il cavaliere in groppa ad un cavallo bianco, vestito da centurione, con in mano il gladio, una piccola spada a doppio taglio con la lama larga e molto appuntita, uscendo dalle porte della città francese di Amiens e accorgendosi di un povero vecchio quasi nudo e infreddolito, senza pensarci due volte, tagliò il suo caldo mantello di lana, donandogliene una metà.

Durante la notte gli apparve in sogno Gesù che raccontava agli angeli del soldato Martino che lo aveva riparato con la sua cappa. Al suo risveglio, colto da stupore, ritrovò non solo il mantello integro ma, al posto di freddo e neve, il caldo sole di una tanto magnifica quanto prodigiosa estate, quella che riviviamo ogni anno a novembre. Dopo la mistica esperienza, si convertì, fu battezzato e, dopo vent’anni di carriera militare, divenne Vescovo di Tours dove, acclamato dai suoi cittadini, proseguì umilmente, e fino alla morte, la sua opera pastorale. Il suo mantello miracoloso divenne reliquia e fu conservata dai Re Merovingi. Da allora venne definito cappellano chi conservava il mantello corto, detto appunto “cappella”.

TRADIZIONI CULINARIE SICILIANE 

In Sicilia è tradizione consumare i biscotti di San Martino in diverse varianti, a seconda delle zone. A Palermo, in particolare, si è soliti mangiarne di tre tipi: semplici, con la marmellata e con la ricotta e noi, per non farci mancare nulla, vogliamo darvi la ricetta di tutte e tre queste bontà.

Biscotti di San Martino Classici

Ingredienti:

san-martino

1 kg di farina

250 g di strutto

160 g di zucchero

60 g di lievito di birra

40 g di semi di finocchio

cannella in polvere

Procedimento:

1. Mettete in una ciotola grande la farina. Al centro ponete lo strutto, lo zucchero, il lievito (precedentemente miscelato ad un po’ di acqua tiepida), i semi di finocchio e la cannella.

2. Amalgamate finché l’impasto non sarà morbido e compatto.

3. Tagliate l’impasto a cilindretti, che avvolgerete a spirale.

4. Poneteli su una teglia imburrata e cuoceteli in forno ben caldo finché non saranno ben cotti, ricordandovi che dovranno risultare secchi e duri.

Biscotti di San Martino Decorati

Ingredienti:

biscotti-san-martino

1 kg di farina

250 g di strutto

160 g di zucchero

60 g di lievito di birra

40 g di semi di finocchio

cannella in polvere

Marmellata di albicocche q.b.

Glassa di zucchero (100 g di zucchero e due cucchiai di acqua)

Confetti colorati oppure caramelline

Procedimento:

1.Procedete come nella ricetta precedente, ma metteteli in forno a fuoco moderato e tirateli fuori quando sono cotti, ma ancora morbidi.

2.Tagliateli a metà, farciteli di marmellata e spennellate la marmellata anche all’esterno dei dolci.

3.Preparate la glassa con 100 g di zucchero a velo e due cucchiai di acqua, mescolando fin quando non risulterà piuttosto densa.

4.Ricopriteli interamente di glassa di zucchero e decorate con confetti, caramelle o ciò che la vostra fantasia vi suggerisce.

5.Lasciate asciugare.

Biscotti di San Martino ripieni di ricotta

Ingredienti:

biscotti-san-martino

1 kg di farina

250 g di strutto

160 g di zucchero

60 g di lievito di birra

40 g di semi di finocchio

cannella in polvere

Moscato q.b.

Ricotta q.b.

Zucchero a velo q.b.

Procedimento:

1.Procedete come nella prima ricetta, metteteli in forno a fuoco moderato e tirateli fuori quando sono cotti, ma morbidi.

2.Tagliateli in due parti, facendo attenzione che sia un pezzo per ¼ e l’altro per ¾, e lasciateli raffreddare.

3.Bagnate leggermente le due parti con il moscato.

4.Fra base e “cappello” mettete una buona quantità di ricotta, precedentemente lavorata con un po’ di zucchero.

5.Spolverate la parte superiore con zucchero a velo e cannella in polvere.

Chiudiamo con: “Chi non beve a San Martino è un amico malandrino” e, quindi, osservatevi attorno e ricordatevi di onorare un buon rosso.

 

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