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Accesso al credito, un’altra croce per le imprese

26 Aprile 2017

Se la Legalità e la Fiducia sono valori di riferimento, la Pubblica Amministrazione e il Credito sono gli strumenti indispensabili per la crescita dell’economia e di un sistema imprenditoriale. L’attuale sistema creditizio, tuttavia, è un’altra croce per cittadini e imprenditori che per la sua rigidità produce difficoltà negli investimenti per operazioni a medio e lungo termine, difficoltà nello smobilizzo del capitale circolante, approcci diversi alla domanda creditizia a secondo la positività o negatività che presenta un settore produttivo.

Inoltre continua a focalizzarsi sulla disponibilità di garanzie incentrate su calcoli finanziari che guardano ai beni degli amministratori di una azienda che alla validità dei progetti imprenditoriali, sacrificando persone, imprese, progetti, frutto di impegno e sacrifici. In una realtà come quella siciliana, caratterizzata da processi di deindustrializzazione, con una struttura produttiva indebolita e sempre più frammentata in piccole e piccolissime aziende, scarsamente capitalizzate e vocate alla crescita e alla internalizzazione, senza una nuova politica del credito non si potrà arrestare il declino.

 

Il suo futuro dipenderà in larga parte dall’offerta creditizia in termini di qualità e di quantità, in grado di rilanciare la capacità produttiva e competitiva nel mercato globale e, quindi, dalla possibilità di accedere al mercato creditizio, al credito ordinario e a quello agevolato. Pesa sulle nostre spalle, per la pavidità e l’ascarismo della vecchia classe dirigente, la cancellazione, senza colpo ferire, del sistema bancario siciliano e delle sue più importanti strutture come il Banco di Sicilia e la Cassa di Risparmio o la subordinazione di quello che resta, con i centri decisionali al di fuori della Sicilia, ridotto a fare da collettore deposito per sostenere il sistema imprenditoriale del Nord.

Una responsabilità che suona come una macchia indelebile per quanti, partiti, governi, sindacati, Banca d’Italia, hanno privato un’area di cinque milioni di abitanti di banche radicate e al servizio del territorio, senza per questo voler mitigare le pesanti responsabilità gestionali, le sacche di parassitismo e clientelismo, che però non giustificava la loro liquidazione, privando la Sicilia di un solido punto di riferimento per il sistema imprenditoriale.

 

Per il rilancio del Mezzogiorno e della Sicilia più che pensare al ripristino di vecchi strumenti come la Cassa per il Mezzogiorno o a idee stravaganti, come quella dell’ex ministro Tremonti di creare una “Banca del  Sud”, occorre invece una nuova politica del credito attraverso un patto, una sinergia tra Banche, Imprese e Regione, senza ripetere le sciagurate esperienze della  “Regione imprenditrice” e la “Regione Banchiere”.

Le Banche, infatti, come le imprese non si creano a tavolino! Questa sinergia tra i diversi attori, istituzionali sociali e creditizi, collegata ad un piano di sviluppo e al rilancio dei settori produttivi trainanti dell’ economia siciliana, potrà aprire una nuova fase, operando su due versanti: in primo luogo nel rapporto con le Banche che operano in Sicilia spingendole ad un’attività più in sintonia con le esigenze delle imprese siciliane, nella convinzione che da un rafforzamento del sistema produttivo ne trarrà benefici il sistema bancario.

In secondo luogo facendo funzionare meglio gli strumenti che la Regione ancora dispone, come la Crias, l’Ircac, i Confidi, il Fondo per il commercio, l’Irfis, cominciando, intanto, a non considerali aree di parcheggio per politici in disarmo o prebende da distribuire per rafforzare il proprio sistema di potere.

 

Questi Enti insieme ai Confidi se, dunque, utilizzati bene, in modo coordinato e sinergico con il sistema bancario, possono diventare gli strumenti in grado di garantire maggiore facilità di accesso al credito alle imprese, ridare fiato all’economia, creare nuovo sviluppo e occupazione.

Comprendiamo bene che l’attuale fase politica non consente di impostare processi riformatori incisivi, anche se la gravità della crisi imporrebbe alcune scelte immediate da parte del Governo e dell’Ars. Non ci resta, quindi, che resistere e aspettare la prossima legislatura sperando  di avere un governo amico delle imprese e del lavoro.

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