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Messina

Legati da una leggenda

Alla scoperta dei castelli di Venetico e Spadafora

8 Gennaio 2019

Oggi vi parleremo di Venetico e Spadafora, due piccoli comuni siciliani della provincia di Messina, attraverso un percorso che potrebbe apparire labirintico per le sue tante diramazioni ma che, seguendo come Teseo il filo d’Arianna, ci condurrà ai suoi due “castelli”, legati indissolubilmente a una famiglia aristocratica palermitana che ne fu proprietaria e il cui nome rimanda al Medio Oriente. Chiamandomi Holmes, e rendendo fiero di me lo zio Sherlock, prima di rivelare la casata, che sarà al centro del nostro racconto, vi darò delle piccole informazioni.

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Venetico
Il Feudo di Venetico, poi elevato a baronia, il 10 giugno 1447, per privilegio di re Alfonso d’ Aragona, viene venduto a Corrado Spadafora, straticòto di Messina. Le origini della famiglia Spadafora affondano all’epoca dell’ imperatore Costantino, dove Basilio, pronipote dell’ imperatore d’Oriente, Basilio II, ricopriva la carica di Capitano delle guardie di Palazzo dell’imperatore Isauro Comneno. Dalla consuetudine di tenere la spada sguainata durante le grandi cerimonie scaturisce l’etimologia del loro nome  e l’attuale araldica di famiglia. Essi arrivarono in Italia intorno al 1058 al seguito del sopracitato Capitano Basilio e si stabilirono in città come Venezia, Napoli e Messina, punto strategico nonché porto con obbligo di passaggio dal periodo Normanno in poi.

Il Castello di Venetico, una costruzione militare e residenziale del XV secolo, è stato adibito ad esclusiva residenza privata all’inizio del 1800 dagli Spadafora; i discendenti diretti di Alessandra Spadafora,Principessa di Venetico, di Spadafora S. Martino e di Maletto, con Pietro Ascenso, Duca di Santa Rosalia, portano i cognomi Monroy e Samonà. Conservatosi in buone condizioni fino all’inizio del XX secolo, fu gravemente danneggiato dal sisma che colpì Messina nel 1908. Nonostante il terremoto e i bombardamenti dell’ultima guerra avessero provocato notevoli danni, la struttura è stata restaurata nel 1920 da Carmelo Samonà e dalla sorella Caterina e nel 1958-60 da Alberto e Antonio Samonà. Sino al 1969 fu la residenza estiva della famiglia.

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Spadafora
Le sue origini risalgono ad insediamenti primitivi. La sua vocazione primaria fu quella marinara, sembra, infatti, che la sua spiaggia fosse molto frequentata dai Fenici, data la sua posizione strategica tra Capo Milazzo e le coste calabre. Durante il periodo degli insediamenti greci, alla popolazione indigena si unirono gli elleni, creando un grosso centro sicilioto non molto distante da Imera, importante centro di cultura e di commercio fondato dai greci. Sotto i romani le vaste colture a grano scomparvero e la zona divenne quasi deserta.

Patì, con il resto dei paesi del litorale tirrenico, le incursioni barbariche e conobbe una lunga fase pacifica nell’epoca bizantina. Il periodo più ricco per il territorio di Spadafora fu indubbiamente quello arabo. Se i fenici e i greci ne avevano fatto  un centro di cultura, gli arabi lo portarono al massimo splendore, valorizzando le campagne con la costruzione di acquedotti che trasportavano l’acqua dei torrenti nei campi coltivati. Da quanto si è potuto rilevare dagli archivi comunali, risulta che Spadafora si costituì a comune autonomo nell’anno 1817; prima di allora, infatti, era una frazione di San Martino. Il primo registro dello Stato civile del Comune risale proprio a quell’anno.

Il castello, costruito alla fine del cinquecento, intorno ad una torre difensiva e anch’esso dalla famiglia Spadafora, per il controllo costiero e per la difesa del feudo di S. Martino, è stato oggetto di diversi studi e su di esso si è molto scritto. L’architetto Camillo Camilliani, su ordine della Deputazione del Regno di Sicilia, effettuò una ricognizione del territorio del regno, per “[…] riconoscere insieme la circonferenza del Regno e descriverla in carta, specificando tutte le Cale, e i luoghi dove siano le Torri e i Porti maritimi, e dove si designerà fare altre Torri seguendo il principio dato dal Cavaglier Tiburtio” , nel suo I° libro delle Marine del Regno di Sicilia”.

Come riportano le notizie storiche dal ‘ 700 il fortilizio è stato trasformato in residenza nobiliare, forse da quello stesso Guttierez Spadafora le cui insegne araldiche, insieme a Branciforte, Moncada, Ruffo e Gatto, si associano nello stemma che sormonta il portale d’ingresso al castello a testimoniare la supremazia di una famiglia dalle origini antichissime. Dalla fine dell’ottocento fino agli anni sessanta fu residenza privata dalla famiglia Samonà, tanto che era anche conosciuto come “Castello Samonà“. Attualmente è aperto al pubblico per visite e per manifestazioni culturali.

I Castelli di Venetico e Spadafora
I due castelli sono fortezze rese misteriose, inquietanti e, al tempo stesso, seducenti da una leggenda, mai appurata, che le vorrebbe collegate da un tunnel sotterraneo da cui, in tempi remoti, sarebbero stati fatti passare centinaia di prigionieri di cui sarebbe ancora udibile il pesante e continuo strascichio di catene. La presenza a Spadafora dei Samonà va ricercata nel matrimonio, celebrato il 23 novembre del 1857, fra il Professore Giuseppe Samonà Caracappa e Alessandra Smith Ascenso, proprietaria della metà del Feudo di Venetico San Martino Spadafora, da cui ereditarono entrambi i castelli.

Ed ecco innestarsi nella nostra narrazione una grande storia d’amore , quella fra Don Carmelo Samonà, appartenente a un antico casato siciliano discendente da una famiglia mediorientale giunta in Italia dall’Iran o, secondo altre fonti, dall’Anatolia centrale, e la Principessa Adele Monroy di Pandolfina e di Formosa, da una, invece, di provenienza spagnola originaria dell’Estramadura. Due giovani che non potevano essere più diversi, spregiudicato indagatore dell’occulto lui e di solida e luminosa fede lei, ma che si amavano e vissero felicemente assieme alla numerosa prole tra la la palermitana Villa Ranchibile, Spadafora e Venetico, fino alla scomparsa della piccola Alessandrina, la femminuccia tanto attesa di appena quattro anni.

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La famiglia Samonà Monroy aveva quattro maschi: Alberto, Ferdinando, Antonio, Giuseppe e, dopo Alessandrina, due gemelle, Maria Pace e Alessandrina, che non a caso si chiamò come la sfortunata sorellina, avendone ereditato tratti e abitudini. Dal matrimonio del Cavaliere Alberto Samonà con Donna Rosa Vanni D’Archirafi nacquero: Pupino (1925-2007), grande pittore, allievo di Giacomo Balla, considerato uno degli ultimi maestri dell’arte contemporanea e ricordato, fra le altre opere, per il Memoriale italiano di Auschwitz; Antonello, docente di Architettura presso l’Università degli Studi di Palermo e autore di varie pubblicazioni ad uso accademico; Paolo; Adele, (Delì) sposata col barone Mario Cammarata e, infine, Gaetano, il cui matrimonio con la bellissima Armida Allegra venne celebrato proprio nel castello di Spadafora e festeggiato dagli abitanti del piccolo centro, grati dei posti di lavoro che il cavaliere Alberto, padre dello sposo, aveva creato per centinaia di venetichesi e spadaforesi.

Oggi

Il Castello di Venetico conserva la sua cinta muraria con due torrioni e parte dei cammini di ronda. Del suggestivo ponte levatoio , in cui un tempo culminava la scalinata, non vi è più traccia. Spadafora, invece, è stato restaurato da alcuni anni, prima a cura della Soprintendenza di Catania e, successivamente, di quella di Messina. Sui restauri e su come il castello di Spadafora sia stato stravolto al suo interno meglio non commentare.

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