19 luglio 2018 - Ultimo aggiornamento alle 15.09
Palermo

Storie di ordinaria Inquisizione impresse nelle pareti

Alla scoperta dei graffiti dell’orrore di Palazzo Chiaramonte Steri

14 febbraio 2018

I graffiti di Palazzo Chiaramonte di piazza Marina a Palermo, hanno dell’inquietante, dello spettrale, del doloroso, trasudano di disperazione e di funereo, di mortificazione e di abbandono, di violenza e di prepotenza. La prima volta che li vidi, alcuni anni fa, fui accompagnato dall’allora Rettore dell’Università degli Studi di Palermo, Roberto Lagalla, che come un esperto cicerone m’illustrò e mi raccontò le storie che i ricercatori dell’università avevano ricostruito utilizzando antichissimi documenti e sperdute tracce lasciate dalle vittime del cinico e crudele potere religioso di allora. Ricordo che sentii brividi e terrore attraversarmi il corpo, ma al contempo, mi assalì una profonda curiosità di conoscere quelle storie, quegli uomini e quelle donne, che mi costrinse ad ascoltare con voracità i racconti e le parole del Rettore.

Palazzo Chiaramonte SteriFu nel 1603 che l’architetto spagnolo Diego Sanches venne incaricato dall’Inquisizione di progettare un edificio per ampliare le prigioni del Palazzo comunemente chiamato “lo Steri“, già sede del Sant’Uffizio in Sicilia dal 23 luglio 1601 al 27 marzo 1782. Questo rimane il primo esempio di edilizia carceraria a Palermo, completato in due momenti, la prima parte, quella del piano terra, nel 1605, dove furono ricavate otto celle, dopo qualche anno vennero realizzate altre sei celle nel primo piano. Terminata l’Inquisizione, lo Steri fu destinato ad Archivio della Reale Cancelleria e del Tribunale Civile, per poi essere destinato, agli inizi del Novecento, ad Archivio del Tribunale Penale. Nel 1957 il Tribunale venne trasferito nell’attuale sede di piazza Vittorio Emanuele Orlando, e il carcere venne lasciato in uno stato di totale abbandono. Solo nel 2005 iniziarono i complessi e lunghi lavori di recupero e di restauro. Giuseppe Pitrè (1841-1916), famosissimo etnografo palermitano, fu colui che tra il 1906 e il 1907, dopo aver scavato per oltre sei mesi negli intonaci che avevano coperto tutte le possibili tracce, scoprì i Graffiti dello Steri. “Linee sovrapposte a linee, disegni a disegni davano l’idea di una gara di sfaccendati ed erano sfoghi di sofferenza”, scrisse nei suoi appunti durante la scoperta il Pitrè, che battezzò quelle incisioni a parete, “palinsesti del carcere”.

Dopo di allora, le prigioni furono chiuse e nessuno se ne occupò più per moltissimi anni, fino al recente restauro iniziato nel 2005, e alla successiva fruizione turistica iniziata circa dieci anni fa. Leonardo Sciascia (1921-1989), impressionato dalle segrete e dalle malefatte che immaginò strazianti “urla senza suono”, ci scrisse un racconto, “Morte dell’Inquisitore”, pubblicato nel 1964, ambientato proprio a Palazzo Steri, che narra di Fra Diego La Matina. Il grande fotografo Ferdinando Scianna (1943), all’inizio degli anni Ottanta, ricevette segretamente l’incarico di realizzare un reportage fotografico proprio da Leonardo Sciascia, per dare testimonianza dei graffiti alla luce allora. Le foto dimostrano l’abbandono e l’incuria in cui Palermo aveva lasciato quelle preziose testimonianze di vite e di storia siciliana. palazzo-steriI ricercatori hanno stimato che il più antico dei graffiti, datato 1632, è a firma di Battista Gradu e Thomasi Rizzo, ambedue di Messina. Le scritte sono in siciliano, latino, inglese, arabo-giudaico. Il più drammatico ricorda l’incipit del Canto III di Dante all’ingresso dell’Inferno, “Nisciti di speranza vui ch’intrati”. Il più ironico recita così: “Allegramenti o carcerati, ch’ quannu chiovi a buona banna siti” (Rallegratevi o’ carcerati, perché quando pioverà sarete in un buon posto riparato). Molto interessante è il graffito del giovane pescatore Francesco Mannarino, rapito in mare e venduto ad un Ra’is, finendo come mozzo di una nave corsara. Durante i tre mesi di prigionia allo Steri, Mannarino incise magnificamente la battaglia di Lepanto del 1571, che ricostruì grazie ai racconti dei suoi compagni di navigazione. La maggior parte dei graffiti gronda dolore, rabbia, pentimento, devozione a Dio, alla Patrona di Palermo, La Santuzza, Santa Rosalia, e poi alla Madonna, ai tanti santi. Riportiamo fedelmente alcune delle scritte incise: “Poco patire, eterno godere, poco godere eterno patire”; “Maledetto è l’uomo iniquo e rio che confidasi in uomo e non in Dio”; “Pochi giungono al ciel, stretta è la via”; “Santa Rosalia che hai salvato Palermo dalla peste salva anche me”. Le incisioni raffigurano per lo più il Cristo, la Madonna, i santi, gli angeli e i diavoli, mappe della Sicilia e di Paesi conosciuti, date e simboli; sono tante e tutte straordinariamente impressionanti e molto belle.

Sono tutti graffiti di condannati a morte dall’Inquisizione siciliana. Prigionieri che sapevano bene di non avere più alcuna possibilità di uscire vivi da quella terribile prigionia. L’unica speranza, per chi credeva in Dio, era quella di liberarsi con la morte da quelle torture, da quella prigionia, e trovare pace nell’aldilà. Le prigioni si trovano all’interno del sontuoso e poderoso Palazzo Steri, già sede dell’Inquisizione siciliana, ma che fu anche residenza della potentissima famiglia siciliana dei Chiaramonte, oltre ad essere stata sede dei viceré di Sicilia nell’età degli Asburgo, e in successione, della dogana, degli uffici giudiziari del tempo. Le prigioni, o “segrete”, come si chiamano tecnicamente, dopo quasi cento anni di oblio, sono tornate alla luce con tutte le loro verità. Il restauro fu affidato all’“Opificio delle Pietre Dure di Firenze“, che fecero un lavoro di recupero certosino e di altissimo pregio, tenuto conto che l’allora viceré Caracciolo diede alle fiamme gli archivi dell’Inquisizione per cancellare qualsiasi traccia dei soprusi, delle violenze, degli orrori delle segrete di Palazzo Steri. Le prigioni furono attive dal 1623 al 1782, per quasi centosessanta anni, un periodo infinito, il periodo più feroce e violento della storia della Sicilia. Furono i seguaci del potentissimo inquisitore Torquemada a compiere quegli atti terribili, il più delle volte per spogliare di tutti i beni materiali le vittime predestinate, che spesso non avevano commesso alcuna colpa se non il loro potere e le loro ricchezze. Furono 188 le vittime che resistettero alle torture e non confessarono i loro peccati, che furono arsi al rogo nel corso di quelli che erano vere e proprie feste di piazza, le cosiddette “Auto da fé”.

Andrea Giostra
Andrea Giostra

L’allora potente macchina del Sant’Uffizio, che disponeva di oltre 25 mila fidatissime aguzzini, era davvero lucifera. Palazzo Chiaramonte si trova nel famoso quartiere della Kalsa, in prossimità del porto storico della città, conosciuto ai siciliani più colti, anche come “Mandamento dei Tribunali”. Durante il periodo della dominazione araba, la Kalsa, o “al Khalisa” (L’Eletta), era il quartiere più importante. I re di Spagna stabilirono in questo Palazzo la sede del Tribunale dell’Inquisizione. Palazzo Steri sta per “Hosterium”, ovvero, Palazzo Fortificato, abbreviato in dialetto siciliano con “Osterio”. La costruzione ebbe inizio nel 1307 ad opera del potente e ricchissimo Conte Manfredi Chiaramonte, proprietario dell’immenso Feudo di Modica, detto anche “Regnum in Regno”, che godeva di grandi e tali privilegi che gli aragonesi dovevano chiedere il suo permesso per alloggiare a Palermo, preferendo risiedere a Catania o a Messina per l’intero anno. La potenza dei Chiaramonte si concluse nel 1392 con l’uccisione in pubblica piazza dell’ultimo dei discendenti, Andrea Chiaramonte, e con la confisca di tutti i beni di famiglia che passarono alla Casa Reale. Dal 1468 al 1517 il Palazzo fu la dimora dei sovrani aragonesi, poi dei viceré spagnoli, per diventare infine sede dell’Inquisizione. Piazza Marina divenne il luogo preferito dove eseguire i roghi e le esecuzioni dei condannati a morte. L’Inquisizione venne definitivamente abolita il 27 marzo 1782, e, come abbiamo già scritto, tutti le macchine di tortura e i documenti dei sommari processi, dati alle fiamme dal viceré Caracciolo.

 

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