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Richiede arte e disciplina

Arrabbiarsi non è un male

2 Dicembre 2019

Vivere è un’arte, miei cari Liberi Nobili. Richiede una costante lotta fra bene e male, fra Eros e Thanatos. Le persone possono avere a disposizione delle risorse che, se non utilizzate al meglio, non porteranno alla vittoria, diciamo così, ma alla distruzione. D’altra parte, come dico sempre io, riferendomi alla parte che abbiamo dentro e che io definisco “Dod”, non esiste “giorno della sconfitta” –come vuole la traduzione del termine in inglese- senza rinascita e rinnovamento. Spero possiate considerare i miei articoli, o le mie opere in generale, come uno strumento di scelta al servizio della vostra intelligenza, all’interno di un cammino evolutivo.

Un lettore mi ha chiesto se arrabbiarsi fa bene. Vediamo di chiarire quanto e se fa bene. Come in tutte le situazioni, la regola è quella del peso e della misura. Gli eccessi sono sempre indicativi di qualcosa che non va e che non si deve fare, non porta a nulla di buono se non alla devastazione. Si può essere spontanei senza essere impulsivi (Anne Van Stappen)? La risposta sta, in parte, nella nostra resilienza. Quanto ascoltiamo gli altri senza schiacciarli? È sempre sbagliato anteporre noi stessi, l’Io, nella conversazione. Bisogna, anzi, dare il giusto spazio e una corretta precedenza all’altro senza dimenticare se stessi. Ci si può affermare e ottenere il rispetto dell’altro proprio lasciando che esponga il suo pensiero, regolando la comunicazione con lo sguardo, l’atteggiamento, perché l’interlocutore non deve sentire che può azionare il motore del mulino. Al contrario, deve sentire la necessità di rimanere in una dimensione di empatia e cortesia. Se ciò non è possibile, non è il luogo, il momento giusto o, nella peggiore delle ipotesi, potremmo anche pensare di cambiare non il posto ma la persona, possibilmente spiegando che si hanno punti di vista troppo diversi e che non si può trovare un compromesso senza travolgere l’altro o ingoiare le parole. Tutto altamente tossico.

Quando si segue un percorso su se stessi efficace, non necessariamente da uno Psicologo, perché alcune persone raggiungono un proprio equilibrio avvalendosi di capacità di base già abbastanza sviluppate, si accrescono quelle abilità cognitive necessarie per gestire al meglio ogni situazione difficile. Mi riferisco alla capacità di essere chiari, pazienti, assertivi. Non sempre, quindi, vale la pena arrabbiarsi. A volte, è meglio tacere, altre, invece, pronunciarsi con ardore e fallacia. Contare fino a dieci è assolutamente utile perché ci consente di prenderci tempo, inquadrare bene la situazione e la persona, senza tralasciare il nostro punto di vista. Il fine deve essere fare comprendere e non distruggere, deve essere aprire la mente e non il contrario, correggere e non peggiorare la situazione. La rabbia può, in tal senso, essere un motore per riflettere, perché da la motivazione, ma può anche essere una sorta di scintilla che fa traboccare un vaso già colmo, dentro se stessi. La rabbia può essere, cioè, una benda agli occhi che non ci consente di fare le opportune valutazioni e considerazioni. La rabbia può fare esplodere, può essere una scusa per sfogare in qualche modo le energie negative represse e porta a essere violenti e la violenza è la tragica espressione di bisogni non soddisfatti. Il bisogno fondamentale inappagato è quello di sentirsi ascoltati, di sentire che la propria parola ha un valore. Tuttavia, è anche espressione della mancanza di autostima del soggetto che crede di non avere le risorse per rendere le proprie parole chiari e incisive. La rabbia è l’espressione della disperazione e della tragica sensazione che prova l’individuo, ferito dal fatto di non avere potere sugli altri con la parola. Allora grida, urla, aggredisce (Marshall B. Rosenberg).

L’osservazione è un elemento fondamentale nella risoluzione dei conflitti (Christian Goffard). Mentre si litiga, spesso, non si legge il linguaggio del corpo e si trascura anche quello che si prova. Se uno dei due interlocutori è sulla difensiva, il suo atteggiamento risulterà odioso e indisponente ma non si sta guardando con attenzione e, soprattutto, non si sta ascoltando veramente quello che si dice che, magari, è un po’ troppo carico di odio e fa perdere di vista all’altro il senso delle proprie parole, quale è il vero motivo per cui è iniziato il litigio, quale sia il fine. Lo hanno perso di vista tutti e due i coattori. Ora pensano solo a vomitarsi l’impossibile! Tutto questo non è sano, non serve, non è utile ed è tossico per tutti i partecipanti, pure per i vicini che sono costretti a sentire urla e fracassi vari.

La rabbia fa bene, invece, quando dà, insomma, la spinta vitale verso l’evoluzione: in un combattimento o, durante l’allenamento, il coach induce a sfruttare la rabbia per sostenere la sfida. Una paziente si è messa a camminare meglio quando si è arrabbiata con un’infermiera che l’ha presa in giro, prendendola per un’attrice! E così via. Lo dice la stessa radice etimologica che significa “follia”. E credo che sia proprio questa correlazione che possa fare capire che c’è un confine molto labile con la patologia o, meglio, l’errore evolutivo.

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