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Arrivare a sognare la normalità è ambizioso?

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6 Maggio 2022

Carissimi

Io non so se quando la sera decidono di andare a dormire, i miei amici Sian a Londra, Thomas a Monaco di Baviera, Ingrid a Stoccolma, si addormentano augurandosi di sognare una città a misura d’uomo dove poter godere di una qualità di vita meritata, dopo tanto lavoro. Penso già a chi sa quanti programmi hanno in mente per questo fine settimana, essendosi chiusi alle spalle la porta del loro ufficio per il w.e., prima di ritornare alla vita, alle loro famiglie.

So solo che Thomas ha già tolto la ridicola catenina che ferma la bici nel parcheggio sotto l’ufficio, più per figura che per sicurezza, una volta avrebbe scherzato con me dicendomi “nel caso ci fosse in giro qualche italiano“.

Oggi i suoi fantasmi hanno ben altre etnie. Poi via di corsa verso la stazione della metro dove ogni dieci mituti mediamente, a seconda dell’ora di punta (con la bicicletta al seguito), avrebbe preso la linea per la stazione centrale e la coincidenza per la metro/treno di superficie e infine ad appena 40 minuti dall’uscita del suo ufficio, sarebbe giunto a casa nel paesino dell’interland, nella bella villa monofamiliare in mezzo al verde.

Sian uscita dal suo uffico al centro di Londra, camminando cinque a piedi, avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta tra almeno tre stazioni di metropolitana e tramite le tante coincidenze, in 30 minuti circa sarebbe giunta a casa nella suo piccolo appartamento essenziale, fuori dal west end, pronta per cambiarsi e darsi al divertimento con gli amici.

Il solito punto di ritrovo a Piccadilly e poi a bere al pub, o a teatro a vedere una delle grandi produzioni, o a sentire musica nel localino particolare o addirittura un bel concerto, avrebbe solo l’imbarazzo della scelta.

Ingrid di contro, tipicamente nordica, preso il tram, avrebbe poi preso la metro e infine il battello per la sua bella isoletta e potendo contare che anche li le giornate si stanno allungano, potrebbe godersi le ultime luci della sera nella sua casa unifamiliare, in un contesto residenziale, insieme al suo compagno, bevendo qualcosa davanti la TV o dandosi alla lettura di un buon libro, prima di andarsi a coricare in vista della gita ai laghi programmata per l’indomani insieme agli amici.

Non ho parlato di immondizia accatastata e dire che anche loro la producono e vi giuro che l’ho vista, con i miei occhi, nei sacchetti prima di esser inserita nei contenitori e subito dopo con “discrezione” ritirata, senza alcuna necessità di una telefonata al “consigliere di quartiere” (corrispettivo).

Sono che se avessi chiesto loro il nome del borgomastro, avrebbero dovuto pensarci qualche secondo prima di rispondermi, poichè lì, la sua presenza nella vita quotidiana della gente, è ridotta all’essenziale, essendo più impegnato ad amministrare che ad apparire.

Non vi ho parlato di tappetini d’usura della strade (dove si può giocare a biliardo) o di marciapiedi divelti.

Non vi ho parlato di strade al buio o di macchine in doppia fila, inconcepibili, come non vi ho parlato di sfegatate campagne di opinione tram si, metrò e ponte sullo stretto (e non) no.

Nelle città serie tutte le infrastrutture sono necessarie ed alternative, poichè la gente scende giornalmente a lavorare al centro, ma subito dopo raggiunge l’interland con una facilità estrema, ritornando alla meritata qualità della vita.

Non vi ho parlato dell’attenzione dedicata ai bambini, dei parchi curati, dei servizi per gli anziani, poichè ciò e tutto quanto sopra, rappresenta la “normalità“.

Che bella parola, la “normalità”, ho vissuto tutti questi anni ambendo a raggiungere il punto di partenza, la “normalità“.

Sento parlare di progetti che servono a garantire quello che normalmente si dovrebbe avere per naturale senso civico eppure rappresenta ancora merce di scambio, occasione di polemica senza scrupoli.

Il motto più bello per un candidato sindaco che vorrei leggere è: “Vi darò una città normale“.

A me basta, a voi? Un abbraccio

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