Bancarotta ed evasione fiscale: nove arresti eccellenti a Catania, c'è anche il padre del sindaco :ilSicilia.it
Catania

Sottratti al fisco oltre 220 milioni di euro

Bancarotta ed evasione fiscale: nove arresti eccellenti a Catania, c’è anche il padre del sindaco

13 Febbraio 2019

La Guardia di finanza di Catania ha eseguito undici misure cautelari, nove arresi domiciliari e due provvedimenti interdittivi, emesse dal Gip su richiesta della Procura nei confronti di tre professionisti di un noto studio associato di commercialisti e sette imprenditori nell’ambito di un’inchiesta per associazione per delinquere, bancarotta e evasione fiscale.

Le Fiamme gialle hanno anche eseguito un sequestro preventivo di 4 marchi registrati e 4 complessi aziendali per un valore complessivo di circa 11 milioni di euro.

Con l’operazione, denominata “Pupi di pezza“, gli investigatori ritengono di avere scoperto “un collaudato sistema fraudolento in grado di garantire a diversi gruppi imprenditoriali la sottrazione al pagamento di un complessivo volume di imposte per oltre 220 milioni di euro e la contestuale elusione di procedure esecutive e concorsuali”.

C’è anche Antonio Pogliese, padre del sindaco di Catania, Salvo, tra le persone poste agli arresti domiciliari dalla guardia di finanza. Professionista di successo ed esperto del settore della grande distribuzione, Antonio Pogliese ha uno dei più noti studi di economia e finanza della città. Da sempre impegnato nel sociale, è stato anche presidente e governatore Lions, il Club Service di fama internazionale.

Nell’ambito dell’operazione delle Fiamme gialle’, sono stati anche posti agli arresti domiciliari oltre a Pogliese anche alcuni suoi associati: Michele Catania, di 53 anni, Salvatore Pennisi, di 46. I tre, secondo l’accusa, “avvalendosi di Salvatore Virgillito, di 66 anni, liquidatore fiduciario dello studio, anch’egli agli arresti domiciliari, costituivano un’associazione a delinquere, almeno dal 2013, dedita ad una serie indeterminata di condotte delittuose in materia societaria, fallimentare e fiscale”.

Arresti domiciliari disposti dal Gip anche per gli imprenditori Antonino Grasso, di 54 anni, Giuseppe Andrea Grasso, di 51, Michele Grasso, di 58, Concetta Galifi, di 39, e Rosario Patti, di 79. Misura interdittiva ad esercitare il diritto d’impresa per un anno per Alfio Sciacca, di 67 anni, e Nunziata Conti, di 65.

LE INTERCETTAZIONI

intercettazioniQuesta pesantezza dell’azione della Procura non escluderei che possano fare un monitoraggio: la cosa più pericolosa è questa anche perché se lo fanno non lo fanno su Virgillito (liquidatore fiduciario dello studio, ndr), che lo considerano un ‘pupo di pezza’, magari loro lo fanno per colpire qualcun’altro”. Così Antonio Pogliese, titolare dell’omonimo e noto studio di economia e finanza, parla al telefono con uno dei suoi associati, Michele Catania, entrambi agli arresti domiciliari per associazione per delinquere, bancarotta e evasione fiscale.

I due sono intercettati dalla guardia di finanza che ha indagato, coordinata dalla Procura. E dall’audio della conversazione nasce il nome dato all’operazione “Pupi di pezza”.

In un’altra intercettazione Pogliese parla con Concetta ‘Stefania’ Galifi, amministratrice della ‘Prima trasporti srl’ anche lei ai domiciliari, e parlando di problemi societari, afferma : Dopo alcuni mesi è uscito il cadavere... Allora il dottore Catania (associato dello studio Pogliese, ndr) non c’era perché c’era un altro… questo cadavere mica più tempo passa e poi si sistema da solo..”.

“Il mio disegno – spiega il professionista all’imprenditrice – era mettiamola in liquidazione e la cancellata cancelliamo.. con il senno di poi.. Il mio disegno era di cancellarla nel 2015 .. Allora questo rischio della Procura non c’era perché la legge fallimentare e del 42 no? Non abbiamo stimato il rischio della Procura – osserva Pogliese – perché allora non era stimabile…”.

L’ACCUSA

Il procuratore Carmelo Zuccaro, parlando dell’inchiesta, ha affermato che è emerso un “sistema perverso di sottrazione all’erario di somme di denaro ingenti in maniera sistematica”.

Carmelo Zuccaro
Carmelo Zuccaro

Secondo l’accusa, lo studio Pogliese avrebbe predisposto fittizi progetti di riorganizzazione aziendali straordinari o bilanci non veritieri. Lo studio, che così diventava formalmente l’intermediario per presentare le documentazioni fiscali all’Erario, avrebbe anche fornito un prestanome, privo di qualsiasi competenza tecnica, che diventava il liquidatore o l’amministratore degli ultimi momenti delle società prima che andassero in liquidazione. Invece di presentare i libri contabili al Tribunale per dare inizio alle procedure concorsuali, si dava inizio invece alla liquidazione delle società, che venivano svuotate di tutti gli assetti positivi, fatti transitare in altre società che ripartivano con gli stessi amministratori che le avevano gestite.

L’indagine ha preso spunto dall’invio alla Guardia di finanza di Catania nel 2011 da parte di Riscossione Sicilia di un elenco di contribuenti che risultavano evasori di grosse somme denaro.

“Lo studio Pogliese non è oggetto di sequestro”, ha precisato il Procuratore della Repubblica a Catania Carmelo Zuccaro durante la conferenza stampa relativa all’operazione ‘Pupi di pezza’. “Lo studio Pogliese – hanno aggiunto dal canto loro gli investigatori – dalle indagini emerge come intermediario abilitato alla trasmissione delle dichiarazioni. Questo è il compito formale. Ci aspettiamo ovviamente di trovare dei compensi”. “Le investigazioni in realtà evidenziano un contributo di consulenze – hanno aggiunto – che chiaramente non è pari all’incarico formale. Oltre a questo, tra gli altri incarichi formali vi sono attribuzione di incarichi in collegi sindacali, per i quali ovviamente ci sono dei compensi”.

I DETTAGLI

Il fittizio liquidatore sarebbe stato gestito da Salvatore Virgillito, che rappresentava l’anello di congiunzione tra i reali amministratori delle società decotte, gli indagati, lo studio associato ed il prestanome, Enrico Virgillito, figlio di Salvatore, che avrebbe ricevuto un compenso di circa 400 euro al mese pagati dagli amministratori delle società. La Guardia di finanza ha anche sequestrato numerosi documenti riguardanti le società in un garage di proprietà di Salvatore Virgillito.

A beneficiare dell’opera dei professionisti sarebbero stati i fratelli Grasso, amministratori e proprietari della fallita “Diamante Fruit srl.”, che nel 2002 avevano maturato un debito nei confronti dell’Erario di circa 215 milioni di euro, Concetta Galifi, amministratrice della ‘Prima Trasporti srl’, che si sarebbe sottratta al pagamento i debiti erariali superiori a due milioni di euro, e Rosario Patti, amministratore di fatto della ‘Patti Diffusione srl’, che avrebbe sottratto all’Erario più di due milioni di euro.

L’indagine ha coinvolto anche la “Grandi vivai società agricola srl’ di Paternò, amministrata da Alfio Sciacca, di 67 anni, destinatario dell’interdittiva per un anno con l’accusa di essersi sottratto al pagamento di imposte per più di un milione di euro, insieme con Nunziata Conti, di 55, amministratore della ‘F.lli Conti Paternò’, che avrebbe sottratto all’Erario oltre un milione di euro. Le Fiamme Gialle hanno anche sequestrato i marchi registrati “Saporita”, “GolositA”, Diamante”, “Diamante Fruit” dei fratelli Grasso operavano nel settore ortofrutticolo, i complessi aziendali della ‘Prima trasporti s.r.l., ‘Grandi vivai società agricola s.r.l.’, ‘F.lli Conti Paternò s.r.l.’ e ‘Patti diffusione s.r.l.’, che sono stati affidati ad un amministratore giudiziario, per un valore complessivo di circa 11 milioni di euro.

“Purtroppo, mi verrebbe da dire, siamo alle solite – ha detto il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Catania gen. Antonio Nicola Quintavalle Cecere durante la conferenza stampa – . Ancora questi sistemi illeciti che si perpetrano nel nostro territorio con grave danno per l’Erario, per i fornitori che vedono non pagate le proprie forniture. In un anno questo tipo di operazioni hanno portato a 33 misure cautelari e in un anno alla Guardia di finanza di Catania abbiamo ricostruito un debito verso l’Erario di oltre 300 milioni di euro nella nostra provincia con un meccanismo che si avvicina a questo”.

 

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