Bella di "Panella": un saluto pieno di gusto | LA RICETTA :ilSicilia.it

La tradizione a tavola

Bella di “Panella”: un saluto pieno di gusto | LA RICETTA

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23 Aprile 2020

Bella di panella  è il saluto, cari Watson, che la vostra Patti Holmes vuole rivolgervi,  dandovi la dritta che “U pani chi Panelli” è il tema del nostro: “Tu chiamale se vuoi… Evasioni”. D’altronde, quale argomento può essere considerato più di “distrazione di massa” se non il cibo? Prima di darvi la ricetta, la vostra investigatrice, zio Sherlock a sentire questa definizione impropria inorridirebbe, parte ricercandone le origini e raccontandovi le curiosità legate a questa luccumarìa, che apre il pititto a tutte le ore.

ORIGINI E CURIOSITA’

In Occidente i ceci erano usati in cucina già dai greci, dai romani  e cucinati come polenta. Furono gli arabi, tra il IX e l’XI secolo, a portare nella nostra isola un metodo per macinarne i semi e ricavarne una farina, che veniva mescolata con l’acqua e cotta sul fuoco, entro i tipici forni verticali, usati all’epoca per cuocere il pane, in porzioni di piccole dimensioni. Iniziarono ad essere fritte, probabilmente, durante il Tardo Medioevo e, poi, sotto la dominazione francese.

Leggenda vuole che, durante i Vespri siciliani, per riconoscere gli invasori francesi camuffati da siciliani, i rivoltosi li costringessero a pronunciare la parola “cìciri“, ceci, intimando: “Dici cìciri o t’ammazzo!” e questo perché, mentre in dialetto la pronuncia era ed è “cìsciri”, per u uomo di Carlo D’Angiò, invece, sarebbe stata “sisirì”  e, a quel punto, scoperto, il legume sarebbe stato per lui  mortalmente indigesto.

Al di là delle origini controverse, sembrerebbe che le prime panelle moderne, come cibo popolare, siano nate  nella città di Palermo; gli ingredienti, acqua e farina di ceci, essendo alla portata di tutti, permettevano di consumarle al posto della carne e del pesce e con grande fantasia, come riporta il Pitrè, chiamate “piscipanelli”, perché venivano preparate, soprattutto, a forma di piccolo pesce per avere l’illusione di stare mangiando una buonissima frittura. Ma ad apprezzarle erano  proprio tutti, dai nobili, agli scrittori, per fare due nomi Pirandello e Sciascia, perché queste bontà, abbattendo le differenze sociali e culturali, univano e continuano ad unire la Sicilia all’insegna del gusto. In passato i maestri panellari incidevano dei motivi floreali, con l’utilizzo di stampi in legno, intarsiati e di forma rettangolare, sull’impasto che, spalmato sulle tavolette, era fatto asciugare e, poi, fritto. Lo scopo, come si potrebbe pensare erroneamente, non era decorativo, ma a garanzia della “freschezza”, dimostrata dal fatto che, dopo qualche minuto dalla cottura, il disegno spariva.

Il venditore ambulante, un tempo, si metteva negli angoli delle strade con la sua carretta sulla quale era montata una baracca di legno chiusa da tre lati. Al suo interno c’era un fornello in pietra lavica e una grande pentola piena d’olio in cui venivano fritte. Su di un ripiano c’era un contenitore di latta con il coperchio bucherellato per il sale, appesi ad un gancio i rettangoli di carta già tagliati, che servivano da tovagliolo, e, ovviamente, le panelle, alcune già pronte, per essere vendute dentro un panino croccante ricoperto di giuggiulena.

U pani chi panelli è uno dei più antichi esempi di cibo da strada o street food italiano, come lo si preferisce chiamare ora, e, infatti, i turisti, oltre che noi indigeni, vanno pazzi per questo panino morbido, preferibilmente ricoperto con semi di sesamo, in cui sono adagiate voluttuosamente queste frittelle di ceci  schiacciate, condite con prezzemolo fresco: un pasto completo e, soprattutto, economico. Oggi, ovunque, troviamo sia furgoncini ben attrezzati di tipo fisso o ambulante, sia piccoli templi del gusto, in cui gustarlo in piedi o seduti, per non parlare dei locali, dai più ai meno trendy, che lo propongono come aperitivo. Le panelle, d’altronde, sono riconosciute come prodotto tradizionale siciliano e, per questo, inserite nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T) del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (Mipaaf).

La pianta del cece, ultima curiosità prima di passare alla ricetta, ha origine in Iran e in Iraq.

Ingredienti:

·         500 g di farina di ceci

·         1,5 l di acqua

·         1/2 cucchiaio raso di sale

·         pepe q.b.

·         prezzemolo fresco tritato q.b.

·         olio di semi per friggere

·         limone

·         panini con il sesamo

Preparazione:

1.      In un tegame piuttosto largo, sciogliete la farina nell’acqua fredda, aggiungete il sale e il pepe e mescolate con una frusta.

2.      Quando sarà ben sciolta mettete sul fuoco a fiamma media e mescolate continuamente fino a quando l’impasto diventa compatto e si stacca dalla pentola.

3.      Tritate il prezzemolo e aggiungetelo all’impasto.

4.      Versate il composto ottenuto su un piano di lavoro unto d’olio e, con l’aiuto di un mattarello, stendete uno strato più o meno sottile, a seconda dei gusti.

5.      Fate raffreddare e tagliate la sfoglia a rettangoli, friggeteli nell’olio bollente fino a quando non saranno dorate da entrambi i lati.

6.      Asciugate su carta assorbente e salate.

7.      Tagliate i panini e farciteli con 2 o 3 fette di panelle, aggiungendo, se volete, il succo di limone.

E che “pane e panelle sia”.

(La invitante foto copertina è del Blog www.fornellidisicilia.it)

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