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Trapani

L'operazione, condotta dai carabinieri e dalla dia

Blitz antimafia nel Trapanese, 12 arrestati ritenuti vicini a Matteo Messina Denaro

13 marzo 2018

Parte del denaro derivante dagli investimenti delle cosche trapanesi di Vita e Salemi (Trapani), azzerate dai carabinieri e dalla Dia che oggi hanno arrestato 12 tra capimafia e gregari, sarebbe stata destinata al mantenimento del boss latitante Matteo Messina Denaro ricercato dal 1993.

In particolare, i due clan avrebbero realizzato ingenti guadagni investendo nel settore delle agricolture innovative e della ristorazione.

I Carabinieri, nel corso dell’operazione, hanno sequestrato tre complessi aziendali, comprensivi degli immobili e dei macchinari, fittiziamente intestati a terzi ma ritenuti strumento per il business dell’organizzazione criminale.

Secondo gli inquirenti, Cosa nostra, attraverso imprenditori complici, avrebbe messo le mani su ettari di vigneti del nipote di Ignazio Salvo, Antonio, sorvegliato speciale dopo una assoluzione da una accusa di mafia, e della moglie Giuseppa, parente del trafficante di droga mafioso Salvatore Miceli. L’inchiesta proverebbe le infiltrazioni di Cosa nostra negli investimenti immobiliari sui terreni agricoli offerti all’asta. Le terre vennero comprate dai fratelli Vito e Roberto Nicastri.

I Nicastri avrebbero pagato l’appezzamento 138 mila euro, rivendendolo a 750 mila euro poi alla società Vieffe dell’imprenditore Ciro Ficarotta, mafioso di San Giuseppe Jato. L’affare sarebbe stato realizzato con la supervisione del capomafia di Salemi Michele Gucciardi che, con la complicità di un agronomo, avrebbe costretto i Salvo a rinunciare ai diritti sui vigneti.

Sui terreni pendeva, infatti, una richiesta, della Salvo, di autorizzazione all’espianto per rivendere poi i diritti di reimpianto. Se il progetto fosse andato in porto gli acquirenti non avrebbero avuto i finanziamenti europei per la ristrutturazione delle superfici vinarie. Parte dei soldi ottenuti dall’affare, secondo i pm, sarebbero andati al boss Matteo Messina Denaro.

Salvatore Crimi e in Michele Gucciardi i capi famiglia di Cosa nostra di Vita e Salemi, servendosi anche di professionisti nell’ambito di consulenze agricole e immobiliari, sarebbero riusciti, attraverso la Agri Innovazioni srl, società di fatto riconducibile a Girolamo Scandariato, a realizzare notevoli investimenti in colture innovative per la produzione di legname.

I due “uomini d’onore” avrebbero avuto un ruolo centrale nella gestione di una grossa operazione di speculazione immobiliare, realizzata attraverso l’acquisto in un’asta giudiziaria di una vasta tenuta agricola di oltre sessanta ettari, in località Pionica, nel comune di Santa Ninfa. E la successiva rivendita alla Vieffe, società agricola riconducibile a imprenditori di San Giuseppe Jato, vicini ad ambienti mafiosi locali.

L’azienda agricola, di proprietà della moglie di Antonio Salvo, nipote dei noti esattori di Salemi, i cugini Nino e Ignazio Salvo, sotto la regia di cosa nostra trapanese, venne formalmente acquistata all’asta da Roberto Nicastri, ritenuto prestanome del fratello Vito, noto imprenditore del settore eolico, già sorvegliato speciale, per poi essere ceduta alla Vieffe per l’importo di 530 mila euro.

Il prezzo di vendita reale dei terreni, secondo quanto accertato dagli investigatori, è stato notevolmente superiore a quello dichiarato negli atti notarili e la differenza, pari a oltre 200 mila euro, sarebbe stata incassata dagli uomini di cosa nostra per la loro attività di “intermediazione immobiliare”.

Michele Gucciardi avrebbe costretto l’originaria proprietaria dei terreni a rinunciare ai propri diritti di reimpianto dei vigneti insistenti sulla tenuta agricola, onde consentire agli imprenditori di San Giuseppe Jato di ottenere finanziamenti comunitari per seicentomila euro circa, in parte distratti per pagare il prezzo d’acquisto della tenuta stessa. Sempre Gucciardi sarebbe riuscito a reinvestire il denaro della famiglia mafiosa di Salemi in terreni già riconducibili al mafioso Salvatore Miceli, acquistati formalmente dalla moglie di Sergio Giglio, recentemente condannato per associazione mafiosa, perché coinvolto nella veicolazione dei “pizzini” per Matteo Messina Denaro.

Salvatore Crimi invece, attraverso la società Aerre s.a.s. di proprietà della moglie, sarebbe riuscito ad investire nel campo della ristorazione, aprendo un ristorante in località Ummari, denominato “La Pergola”.

Girolamo Scandariato, inoltre, nell’ambito dell’odierna inchiesta, dovrà rispondere anche del reato di estorsione aggravata da metodo mafioso per avere svolto il ruolo di mediatore mafioso in un’estorsione perpetrata ai danni di alcuni imprenditori che avevano acquistato un terreno agricolo a Castelvetrano, sul quale avrebbe vantato diritti di proprietà (occulta) il defunto boss mafioso Totò Riina.

Le società Aerre s.a.s., nonché il 25% del capitale sociale della Agri Innovazioni sono state sequestrate perché, seppur fittiziamente intestate a terzi, in realtà sono risultate riconducibili a persone facenti parte dell’organizzazione mafiosa, secondo gli inquirenti “si è reso necessario poiché si é accertato essere un’impresa, a tutti gli effetti, a partecipazione mafiosa, fungendo da strumento per il perseguimento dei fini economici dell’organizzazione criminale“.

Ricordo distintamente che Salvo – racconta una testimone – ebbe a dirmi che, attraverso Nicastri, Messina Denaro avrebbe ottenuto la grande soddisfazione di appropriarsi di beni che appartenevano alla famiglia Salvo“.

Fra gli arrestati c’è il “re dell’eolico”, il “signore del vento”, colui che è stato tra i primi in Sicilia a puntare sulle energie pulite: è Vito Nicastri, imprenditore trapanese finito in carcere oggi insieme ad altre 11 persone sospettate di aver coperto e finanziato la latitanza del boss ricercato Matteo Messina Denaro. Quello di Nicastri non è un nome nuovo per i carabinieri e il personale della Dia che hanno condotto l’ultima inchiesta sui presunti favoreggiatori del padrino di Castelvetrano: i suoi legami col boss gli sono costati sequestri per centinaia di milioni di euro.

Di lui, tra gli altri, ha parlato il pentito Lorenzo Cimarosa, nel frattempo morto, indicandolo come uno dei finanziatori della ormai più che ventennale latitanza di Messina Denaro. Il collaboratore di giustizia ha raccontato di una borsa piena di soldi che Nicastri avrebbe fatto avere al capomafia attraverso un altro uomo d’onore, Michele Gucciardi: “Mi ha detto che praticamente erano i soldi dell’impianto di… di quello degli impianti eolici di Alcamo, e che c’erano stati problemi perché aveva tutte cose sequestrate e i soldi tutti insieme non glieli poteva dare, perciò glieli avrebbe dati in tante tranches“, queste le parole di Lorenzo Cimarosa, quando raccontò agli investigatori dei soldi fatti avere al boss Matteo Messina Denaro dall’imprenditore dell’eolico Vito Nicastri.

I soldi sarebbero stati messi in una borsa e fatti avere in vari passaggi a Messina Denaro a cui li avrebbe materialmente consegnati Francesco Guttadauro, parente del padrino di Castelvetrano. Agli inquirenti che gli chiedevano l’ammontare della somma Cimarosa rispose: “La borsa era chiusa e non ho potuto contarli”.

Gli arrestati sono accusati di associazione mafiosa, estorsione, favoreggiamento e fittizia intestazione di beni, tutti aggravati da modalità mafiose. L’operazione nasce da un’inchiesta avviata nel 2014 su esponenti delle famiglie di Vita e Salemi, ritenuti favoreggiatori del capomafia latitante Matteo Messina Denaro.

 

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