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COSA FARE CON I FIGLI CHE SI ODIANO?

Caino e Abele

9 Novembre 2019

All’inizio del mio avvincente viaggio nel magico mondo della Scienza Psicologica, non sapevo dove sarei approdata e che, ancora oggi, a distanza di anni, mi sarei sentita perennemente in navigazione sulla mia barchetta. Gli studi cognitivi, psicoanalitici, in neuroscienze e le letture di fisica quantistica, magia e parapsicologia mi aprono a nuovi percorsi da seguire per tentare di svelare quei meccanismi del cervello che ci sono ancora completamente oscuri ma che confermano un dato essenziale: si tratta di un prodigioso organo che non cessa mai di evolversi e che agisce secondo schemi complessi e, solo in buona parte, prevedibili.

L’argomento che ho scelto di trattare oggi è un po’ spigoloso e difficile da esaudire in poche battute: Caino e Abele, l’odio tra fratelli. Il seme di questo sentimento viene impiantato quando il bambino che si sente riempito di tante attenzioni e che manifesta già una tendenza accentrativa, vive una profonda crisi evolutiva in concomitanza con la nascita di un fratello. Oltre alla rivalità che col passare del tempo può intensificarsi, vi sono anche ragioni di incompatibilità caratteriali. Il fratello può mostrarsi troppo bello, troppo bravo, troppo umano e, quindi, estremamente insopportabile. La convivenza non è facile e l’entrare in intimità presuppone anche un invischiamento che non sempre è produttivo e utile. Anche nella vicinanza ci deve essere e occorre promuovere la giusta distanza.

Questa condizione genera nei genitori un forte dispiacere, soprattutto, quando, tali sentimenti li inducono ad azioni crudeli, cariche di risentimento, non solo nei confronti dell’altro fratello ma anche nei loro confronti. Cominciano a chiedersi ossessivamente: dove abbiamo sbagliato? Io tento di rassicurare chi mi pone questi interrogativi dicendo, innanzitutto, che si tratta di errori evolutivi che non hanno a che fare tanto con il loro mancato ruolo ma con ragioni divine superiori e che sfuggono agli esseri umani.

In secondo luogo, spiego che ci sono molte variabili intervenienti e concomitanti nello sviluppo dei figli: nascono, infatti, con un particolare bagaglio genetico fatto anche di determinate tendenze emotive, poi, ci sono influenze agite, a insaputa dei caregivers, mentre guardano la televisione o sono a scuola. Qualcosa attraversa le loro coscienze in un determinato momento e li condiziona per sempre, a meno che non si riesca a leggere una eventuale crisi o disagio –se ben guidati anche dagli insegnanti o dagli operatori della salute- nei loro comportamenti, nei sintomi somatici, etc. Un bambino piccolo non è in grado di controllare da solo il suo comportamento poiché non è ancora capace di gestire adeguatamente le sue emozioni.

L’unico modo che conosce per esprimerle è quello di manifestarle proprio attraverso il comportamento o la somatizzazione. In situazioni difficili in cui si sente scoraggiato e triste, ha bisogno dell’aiuto di una persona adulta che deve rassicurarlo e indurlo a ragionare con un linguaggio adeguato alla sua età e personalità. Privarlo della possibilità di manifestare la sua gelosia o punirlo per qualcosa che ha fatto, reprime questa emozione e ne impedisce l’espressione, solo momentaneamente. La deve, invece, elaborare. Cercate, insomma, di trovare una soluzione al problema, insieme ai bambini, non un colpevole, perché la colpa, alla fine, può essere attribuita un po’ a tutti, anche agli adulti ma non risolve la situazione. Ovviamente i consigli possono essere tanti ma non è questa la giusta sede per elencarli.

Andiamo ai conflitti che si trascinano fino all’età adulta, il che è un errore perché si possono disinnescare meglio in giovane età. In questo caso, la situazione psicologica è degenerata e può compromettere significativamente la prestazione dell’individuo in ogni area di funzionamento. Non parliamo del fatto di quanto distonico possa essere lo stile genitoriale di un “fratello coltello”, come viene definito.

Tutte le patologie si muovono lungo un continuum che va da un estremo nevrotico a uno psicotico, con un centro borderline, al limite fra questi due stati psicologici. Quando l’odio per il fratello si nutre da così tanto tempo si producono in se una serie di distorsioni cognitive importanti. In fase “psicotica”, l’altro non esiste, si hanno carenze empatiche, si è incapaci di mettersi nei panni dell’altro, si perde la capacità di tollerare non solo le differenze ma anche le equivalenze.

Un passo da fare è, dunque, riuscire a parlare con l’altro, ascoltandone le ragioni e considerandole come degne di rispetto e considerazione, anche se diverse dalle proprie. Oltre a questo, si dovrebbe evitare di rivangare il passato: “potevi fare, potevi dire” non ha alcun senso in un’ottica razionale. Analizziamo il qui e ora, le risorse possedute, cosa si può fare per evitare di mancare nei confronti dell’altro. Per raggiungere un equo compromesso, si devono fare dei passi indietro, mettersi in discussione, perché la ragione si perde del tutto quando si assumono comportamenti infantili e densi di sentimenti distruttivi e, infine, scendere tutti dal podio, perché non ci sono maestri ma solo allievi, in questo mondo.

Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. Abele rispose: “Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima”.

 

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Caino e Abele

L’odio tra fratelli genera nei genitori un forte dispiacere. Si chiedono: “dove abbiamo sbagliato?”. Trovare il colpevole non serve a risolvere la questione. Provate a studiare una soluzione di compromesso e, se non trovate terreno fertile, considerate le ragioni divine di questo impasse.
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