Caso Montante, il paladino antimafia veniva chiamato “il boss” :ilSicilia.it

amicizie e intrighi dell'ex big di confindustria

Caso Montante, il paladino antimafia veniva chiamato “il boss”

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13 Novembre 2019

Antonello Montante veniva definito “Il boss”. Non il capo di Confindustria ma “Il boss”.

Anni fa, nonostante le sue inchieste avviate e i primi scandali giornalisti, l’ex paladino antimafia a quanto pare non aveva perso la sua verve. Anzi, era divenuto più potente.

Il cavaliere del Lavoro prima di finire in manette, negli anni precedenti aveva lasciato la carica di consigliere dell’Agenzia per i beni confiscati alla mafia. Una decisione sofferta. Maturata dopo un frenetico giro di consultazioni. Poi si era sospeso anche da presidente di Sicindustria. Cariche che a quanto pare intralciavano i suoi interessi. Non essendo più in “prima linea”, secondo gli inquirenti poteva “lavorare” molto meglio “da dietro”.

Stando alle annotazioni delle indagini di Caltanissetta, l’imprenditore e amico Rosario Amarù in una intercettazione lo definisce “il boss”: nulla si muoveva se il Montante non sapeva, pare. Il manager Amarù come Carmelo Turco ed altri personaggi, ad oggi è indagato in un altro filone di inchiesta che riguarda gli interessi e gli intrecci dell’ex vicepresidente nazionale di Confindustria. I due personaggi a quanto pare erano agevolati attraverso la figura e le amicizie di Montante per ottenere attraverso corsie di preferenza lavori ed appalti da Eni e dal suo petrolchimico di Gela.

Il 24 gennaio del 2018 l’imprenditore Amarù che si trovava a Roma, contattava un recapito telefonico per raccontare di aver pranzato presso l’ufficio di Montante con Giuseppe Catanzaro (il re dei rifiuti in Sicilia anche lui ad oggi indagato), Ivo Blandina (vicepresidente vicario di Unioncamere Sicilia), Giorgio Cappello (vicepresidente vicario di confindustria Ragusa) ed altre persone. Oltre che naturalmente, lo stesso ex paladino dell’antimafia Antonello Montante.

Amarù nella conversazione telefonica si soffermava sul vicepresidente nazionale di Confindustria definendolo appunto “boss”, “in quanto tutti i direttori e i vari Presidenti continuavano a passare dal suo ufficio nonostante tutto e, a riguardo, osservava che, anche che se qualcuno aveva dato Montante per “spacciato e finito”, lui era più forte di prima”.

Tutti vanno là.. tutti passano di là..” Affermava Amarù. “Tutti passano da lui.. tutto.. tutti tutti.. il direttore, il presidente Boccia…è venuto a mangiare con noi…Ognuno nasce col proprio talento come si suol dire”.

La dedizione da parte di Amarù nei confronti dell’amico Antonello Montante, stando alle annotazioni, è palesata, in quanto l’imprenditore si sarebbe messo “a disposizione a porre in essere condotte illecite nella piena consapevolezza dell’illegalità delle stesse”.

Sembrerebbe che il manager dovesse reperire a Montante la “copia Verbali piccola industria di Venturi e libro protocollo”. Marco Venturi è stato presidente di Confindustria Centro Sicilia.

E’ stato uno dei primi che ha rotto il  silenzio di tomba nell’associazione degli industriali. Per la prima volta, una figura rappresentativa degli imprenditori dell’Isola ha parlato di Antonello Montante e del “grande inganno della rivoluzione” portata avanti da Confindustria Sicilia.

Stando alle ‘carte’, il cavaliere del Lavoro, ribadiva le modalità con le quali il suo amico Amarù, avrebbe dovuto reperire la documentazione e gli avrebbe ripetuto “che doveva investire solo su Lucia, la quale a sua volta non avrebbe dovuto coinvolgere nessun altro”.

Il Montante, poi, disponeva di mettere le copie dei verbali in busta chiusa e di consegnare il libro del protocollo alla signora Cancemi segreteria del Presidente della Camera di Commercio, che avrebbe provveduto a fotocopiarlo direttamente in Camera di Commercio”. La Lucia di cui si parla, è Lucia Marina Zaccaria, dipendente Confindustria Centro Sicilia. “Proprio come ordinato dal Montante, la documentazione di Confindustria richiesta giungeva a personale della Camera di Commercio di Caltanissetta, ed in particolare nelle mani di Savarino Giovanni”.

Nel 2017 l’ex paladino dell’antimafia “aveva addirittura ordinato ad Amarù di fare il backup di alcuni computer, per poi formattarli; operazione, fatta sempre con la complicità della Zaccaria Lucia, che preoccupava molto l’Amarù, evidentemente perché consapevole della non limpidezza di ciò che stava facendo”.

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