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caronte manchette
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Chiara Ricci, scrittrice e critica cinematografica, si racconta

16 settembre 2018

Ciao Chiara, benvenuta e grazie per la tua disponibilità. Ai nostri lettori che volessero conoscerti quale scrittrice, cosa racconteresti?

Prima di ogni altra cosa, Andrea tengo a salutare e a ringraziare te e tutti i lettori dell’ospitalità e dell’accoglienza. Ho studiato al Dams di Roma e nasco come critica e storica del Cinema. Tutto è nato dalla mia profonda passione per una delle Attrici più significative del secondo Novecento: Anna Magnani. A lei, infatti, ho dedicato la prima parte dei miei studi e la mia Tesi di Laurea con cui ho voluto renderle omaggio si è trasformata di lì a poco nel libro “Anna Magnani. Vissi d’Arte Vissi d’Amore”.

Un saggio dove ho approfondito il rapporto dell’Attrice con il mondo del Teatro. Devo ammettere che tutto è iniziato dai miei studi e non ho più smesso di scrivere: ho raccontato di Alberto Lionello, Valeria Moriconi, Monica Vitti, Elvira Notari (la prima regista italiana) e a breve uscirà il mio ultimo lavoro dedicato a Lilla Brignone, una colonna portante della storia del nostro Teatro.

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Chiara Ricci

Ci parli del tuo ultimo libro, “Il cinema in penombra di Elvira Notari”? Qual è il tema dominante e quale il messaggio che vuoi lanciare ai tuoi lettori con questo saggio?

Il cinema in penombra di Elvira Notari” è un saggio nato dalla mia seconda Tesi di Laurea che ho voluto dedicare alla prima regista donna italiana. È stato un viaggio emozionante come studiosa, come storica, come donna, come appassionata della Settima Arte. È stato un incontro tra donne davvero molto importante che mi ha permesso di conoscere – almeno in parte – le radici del nostro fare Cinema, delle sue difficoltà, dei suoi mezzi, delle sue tematiche … E tutto visto con uno sguardo di Donna.

Non si tratta di un testo che inneggia al femminismo incontrastato e incontrastabile. È la storia di una Donna che ha contribuito a rendere grande il nostro Cinema, a crearlo senza mai dimenticare di essere moglie e madre. E questo credo sia un messaggio attualissimo. Così, il mio libro non vuol essere altro che tributo alla mia materia di azione in quanto studiosa e la dimostrazione provata che si può fare della propria vita ciò che si desidera senza trascurare nulla.

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e di cosa parlava? E i successivi?

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Anna Magnani

Come ho accennato poco prima, il mio primo libro è stato pubblicato nel 2009 dalle Edizioni Sabinae ed era il mio studio dedicato ad Anna Magnani e al “suo” Teatro. Dopo una pausa di qualche tempo ho pubblicato: Signore & Signori… Alberto Lionello (2014), Valeria Moriconi. Femmina e donna del Teatro italiano (2015), Monica Vitti. Recitare è un gioco (2015, questi ultimi tre editi dalla Ag Book Publishing), Il cinema in penombra di Elvira Notari (Lfa Publishing, 2016) e a breve – ancora una volta con le Edizioni Sabinae – vedrà la luce il mio ultimo libro dedicato all’attrice di teatro Lilla Brignone.

sA questi titoli, però, voglio aggiungere anche la pubblicazione americana del mio saggio Napoli Terra d’amore. The eye on the screen of Elvira Notari” in “Italian Women Filmmakers and the Gendered Screen, edito da Palgrave Macmillan (2013).

Come definiresti il tuo stile letterario? C’è qualche scrittore, italiano o straniero, al quale ti ispiri?

Non ho mai voluto dare una definizione al mio stile letterario. Però, essendo un’amante della lettura, quando scrivo mi pongo degli obiettivi ponendomi – per quanto possibile – anche dalla parte del Lettore. Con questo voglio dire che amo una scrittura semplice, lineare, pulita e, soprattutto, portare e avvicinare la materia e il soggetto di cui scrivo a chi di Cinema o di Teatro conosce poco.

Il mio obiettivo principale attraverso i miei libri non è quello di dare nozioni fredde che, terminato il libro, restano fini a se stesse. Il mio intento è quello di creare una curiosità nel mio lettore per questo nei miei libri cerco di fare quanto più collegamenti con l’ambiente circostante a quello di riferimento. Quando riesco a far nascere nuove domande e quando ricevo lettere o e-mail in cui mi si ringrazia di aver fatto scoprire una tal cosa o di averla raccontata in modo semplice ma efficace… beh, lì trovo la mia gioia più grande. 

Amo e ammiro molti scrittori. Non mi ispiro ad essi ma leggendoli cerco di imparare e correggere i miei errori, cerco di capire cosa e come posso migliorare. È difficile nominarli tutti ma tra questi vi sono Sándor Márai, Luigi Pirandello, Jorge Amado, Javier Marías, Alexander Dumas (padre), Bram Stoker, Nabokov… è grazie alle loro letture che ho scoperto l’Arte di raccontare.

chiara-ricci-01Quali sono secondo te le caratteristiche, le qualità se vogliamo, il talento, che deve possedere chi scrive per essere definito un vero scrittore? E perché proprio quelle?

Secondo il mio modesto parere gli scrittori vendono storie, siano esse inventate o meno. Infatti, chi scrive ha la meravigliosa possibilità di giocare con le parole e, allo stesso tempo, ha la grande responsabilità di usarle e sceglierle al meglio. Per questo credo che la migliore qualità di uno scrittore sia la semplicità nel raccontare le proprie storie e i propri pensieri. Personalmente non mi piacciono gli intellettualismi forzati e chi, a tutti costi, deve assumere un atteggiamento spocchioso e snob.

Sa di falso e questo, sempre a mio parere, nella scrittura traspare. Per lo scrittore (di qualsiasi genere e senza fare differenze tra noti ed emergenti) al primo posto non deve esserci il suo ego ma il lettore: è lui che deve portare nel suo mondo e farlo viaggiare nel modo più comodo e confortevole possibile. Deve rispettarlo. Queste, secondo me, sono le qualità di un valido scrittore: la sua onestà intellettuale, la sua semplicità che non è sinonimo di pressapochismo né di banalità, il saper raccontare anche qualcosa di intricato e contorto a qualsiasi tipologia di lettore.

Parliamo di cinema Chiara. Gilles Deleuze (1925-1995), nella seconda metà del secolo scorso, teorizzò la funzione filosofica della settima arte che nel Ventesimo e Ventunesimo secolo avrebbe dovuto avere l’arduo e importantissimo compito di creare l’etica e la morale pubblica, un po’ come avveniva nell’antica Grecia con la filosofia ritenuta da Aristotele l’arte del pensiero per eccellenza che sintetizzava in questa frase: «Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui». Se partiamo da questa idea, secondo te oggi il cinema ha questa funzione pubblica? Cosa pensi della prospettiva deleuziana, in un certo qual modo recuperata da un altro filosofo e cinefilo francese contemporaneo quale Ollivier Pourriol?

Credo che la funzione filosofica della Settimana arte teorizzata da Deleuze potesse esser valida solo per il preciso momento storico in cui è stata postulata. Pensiamo solo al nostro Cinema della metà del secolo scorso. Siamo negli anni del dopoguerra e di lì a poco avremmo avuto il boom economico. C’era un’Italia da ricostruire e un popolo che volevo tornare a sorridere e a ritrovare un po’ di serenità.

Tutto questo lo ritroviamo proiettato sui grandi schermi dell’epoca. Pensiamo ai film del Neorealismo (Roma, città aperta, Ladri di biciclette, Sotto il sole di Roma), del Neorealismo rosa (Due soldi di speranza, Poveri ma belli, Pane amore e fantasia), alla nascente commedia all’italiana con film quali I soliti ignoti, Ladro lui Ladra lei partorendo dopo non molto La Dolce vita felliniana e come life style del bel mondo.

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Pupi Avati

Voglio dire: in questo caso il cinema ha contribuito a (ri)creare quella morale pubblica e credo l’abbia anche rafforzata. Questo, però, è stato possibile perché c’era del materiale su cui lavorare. Oggi mi sembra un tantino più complicato. Alcuni dei prodotti cinematografici che si realizzano sembrano proprio non voler creare un bel niente e i loro contenuti sembrano nulli. Possono far ridere, piangere ma terminate le due ore di proiezione si pensa a dove andare a mangiare e non al messaggio ricevuto o che si avrebbe dovuto ricevere. Fortunatamente resiste un certo tipo di Cinema, definito d’Autore… basti pensare a Roberto Andò, Marco Tullio Giordana, Pupi Avati, Gianni Amelio, Mario Martone… in questi casi il pensiero filosofico di Deleuze non è andato del tutto perduto.

Qual è secondo te il ruolo che deve avere il critico cinematografico? Oggi la sua figura è ancora così importante per il cinema nell’era digitale e delle informazioni che volano velocissime sui social?

Dai tempi dell’università anch’io mi dedico alla critica cinematografica scrivendo per diversi siti compreso il mio (www.riccichiara.com) e devo ammettere che studiando e leggendo anche recensioni di film di cinquanta, sessant’anni fa una mia idea me la sono fatta.

Ho toccato con mano la differenza tra la critica di ieri e di oggi. Intanto, gli spazi. Cinquant’anni fa esistevano tante, diverse riviste specializzate e le firme erano eccezionali: da Michelangelo Antonioni a Guido Aristarco passando per Mino Argentieri a Gian Luigi Rondi. Oggi è tutto molto più immediato, c’è lo spazio infinito del web dove chiunque – per fortuna – può dire la sua.

Il problema è che magari si parla dell’ultimo film senza sapere chi siano Vittorio De Sica, D. W. Griffith o Truffaut o Pasolini. E questo è rischioso: si scrive di oggi senza avere concezione di cosa è stato “ieri”. Così può accadere che si rovini il lavoro non solo di una persona ma di tutta una équipe, una troupe. A mio modesto parere non mi sembra corretto. Il critico credo debba sì sottolineare i punti deboli e forti di un prodotto filmico ma non deve mai distruggere il lavoro altrui. Credo si possa stroncare un film anche senza marcare troppo la mano pur esponendo con fermezza le proprie idee. Il critico deve aiutare il Cinema e chi lo crea non colpirlo a tradimento.

Chi sono secondo te i più bravi registi viventi nel panorama internazionale? E perché secondo te sono i più bravi?

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Oliver Stone

Come per la letteratura, apprezzo molto registi che sappiano raccontare attraverso le proprie immagini storie in tutta semplicità ma che, allo stesso tempo, sappiano scavare e scendere a fondo dell’animo umano. Tra i registi che più apprezzo vi sono: Alejandro Amenábar, Terrence Malick, Roman Polanski, David Lynch, David Cronenberg, Martin Scorsese, Marco Tullio Giordana, Joon Ho, Hayao Miyazaki, Oliver Stone, Lars Von Trier, Giuseppe Tornatore, Marco Bellocchio… degli immensi “racconta storie”.

E i più bravi sceneggiatori?

Tra gli sceneggiatori viventi quelli che più apprezzo sono i fratelli Cohen, Tom McCarthy, Susannah Grant, Woody Allen, David Seidler, Wes Anderson…

Come è nata la tua passione per lo scrivere, e qual è il tuo proposito, il tuo scopo nello scrivere i tuoi libri, i tuoi saggi?

Da bambina volevo fare di me un’egittologa. Poi ho scoperto Anna Magnani e tutto quello che volevo era dedicarle un mio libro. Da qui la scelta dei miei studi, la realizzazione di un mio vasto archivio personale dedicato all’attrice che oggi si è ampliato contenendo anche altri Artisti, la realizzazione di mostre e conferenze in Italia e all’estero… e dal 2009 non ho più smesso di scrivere… saggi sul Cinema, il Teatro, testi teatrali… e presto vorrò dedicarmi anche al racconto di finzione.

Ci sono delle idee… speriamo di riuscire a renderle reali! Il mio obiettivo è quello di incuriosire e, se possibile, di avvicinare anche i più giovani alla storia del Cinema e del Teatro. Per questo anche con la mia Associazione culturale Piazza Navona vorrei creare incontri, lezioni, corsi, percorsi… ne sarei molto felice.

Perché secondo te oggi è importante scrivere, raccontare con la scrittura?

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David Lynch

È fondamentale! Nel mio campo in particolar modo perché scrivere è un po’ come ricordare… e ci sono vite, storie, racconti che vanno resi noti, scoperti, diffusi, fatti conoscere. Ed è un lavoro di scoperta continuo, meraviglioso, emozionante! E non c’è mai fine!

Cosa consiglieresti ad un giovane che volesse cimentarsi come scrittore, narratore? Quali i tre consigli più importanti che daresti?

I miei consigli vengono dalla mia esperienza personale. Possono sembrare banali ma sono sinceri: 1) Non permettete a nessuno di dirvi che state perdendo tempo. Se credete in quello che fate non vi fermate. 2) Scrivete e soprattutto cancellate e ricominciate a scrivere. 3) Fate leva sulle vostre forze e su quello che sapete di essere. Le porte in faccia arriveranno e saranno tante. Andate avanti. Tentate. Senza scorciatoie.

Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti? A cosa stai lavorando? Dove potranno seguirti i tuoi lettori e i tuoi fan?

Come già accennato mi sto preparando per l’uscita del mio ultimo libro dedicato a Lilla Brignone. Inoltre, sto organizzando le attività della mia Associazione culturale Piazza Navona e, se posso, ne approfitto per dire a chi desideri intessere una collaborazione di non esitare a contattarmi.

Infine, sto lavorando alla mia rubrica online “Piazza Navona. Incontri d’arte di Chiara Ricci” dove raccolgo interviste esclusive ai massimi esponenti della Cultura internazionale (da John Densmore a Steve Hackett passando per Giovanna Marini e Steve Berry) e molto altro… E mi sto occupando del Premio Letterario Nazionale “EquiLibri” – per opere edite – indetto dalla mia Associazione culturale con il Patrocinio del Comune di Cava de’ Tirreni e del Consiglio Regionale della Campania.

A ogni modo chiunque volesse avere maggiori informazioni in merito alle mie attività e al Premio può visitare il mio sito www.riccichiara.com e scrivere a [email protected] o a [email protected]

Roman Polanski
Roman Polanski

Un’ultima domanda Chiara. Immaginiamo che tu sia stata inviata in una scuola media superiore a tenere una conferenza sulla scrittura e sul cinema, alla quale partecipano tutti gli alunni di quella scuola. Lo scopo è quello di interessare questi adolescenti alla lettura, alla scrittura e alla settima arte. Cosa diresti loro per appassionarli all’arte della scrittura e del cinema? E quali le tre cose più importanti che secondo te andrebbero dette?

In passato mi è capitato di incontrare ragazzi per delle conferenze e parlar loro della Storia del Cinema. Un’esperienza meravigliosa. La prima cosa da fare è non imporsi ai ragazzi in cattedra, non aver la pretesa di insegnar loro qualcosa. Ma dar loro un input, lasciar loro tanti, diversi messaggi da codificare e fare in modo scoprano ci sia molto altro oltre quello che vedono e sentono ogni giorno. Non vorrei convincere i ragazzi dell’acquisto di un prodotto ma far vedere loro dell’esistenza di un “prodotto” e che lo hanno proprio tra le loro mani. Devono solo scegliere cosa farne, cosa voler vedere, ascoltare e da lì partire per creare di nuovo.

Magari questi ragazzi faranno tutt’altro nella loro vita: medici, avvocati, impiegati, artigiani, commessi, notai… ma niente e nessuno deve impedir loro di conoscere e scoprire la meraviglia che può creare la loro fantasia, il loro estro, il loro talento. Un giorno parlai a una classe di Anna Magnani. Tutti ascoltavano. Silenzio. Qualcuno distratto altri attenti. Al termine dell’incontro si avvicinarono alcuni ragazzi chiedendomi di suggerir loro dei film dell’attrice da vedere. Ecco: questo è il mio obiettivo.

Le tre cose che andrebbero dette credo siano queste: ascoltate; ascoltatevi; osservate tutto quello c’è perché tutto può diventare una gran bella storia.

 

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