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Cibo e tradizioni siciliane: “Viri chi ciauru chi fanno i Babbaluci”

14 Luglio 2018

Oggi, avvicinandoci al Festino di Santa Rosalia, non poteva mancare l’omaggio ai babbaluci, piccole lumache terrestri, il cui nome deriverebbe o dall’arabo “babush“, le scarpe da donna con la punta ricurva verso l’alto, da cui le “babusce”, pantofole di pezza in siciliano o dal greco arcaico “boubalàkion“, bufalo, a cui venivano paragonati per via delle corna. Proprio a queste ultime è dedicata una canzone riportata alla ribalta da Roy Paci & Aretuska: “Viri chi dannu chi fannu i babaluci“, che continua con: “ca chi li corna ammuttanu i balati, su n’era lesta a ghittarici na vuci, viri chi dannu chi fannu i babaluci“; una sorta di filastrocca legata all’ostinatezza di questi piccoli animali che riescono a percorrere quattro metri al minuto. Riguardo il danno che possono produrre, l’unico e solo, è l’assuefazione perché, non saziando mai, se ne possono mangiare a vagonate e senza sosta. Un antico detto, a tal proposito, recita: “ziti a vasari e babbaluci a sucari nun ponnu mai saziari”.

Pillole di storia
Una volta “u babbaluciaru” si alzava, in autunno e in inverno alle prime luci dell’alba, dopo un’abbondante pioggia, per raccogliere i “crastuna”, lumache grosse e dal guscio scuro, e avviarsi, con la sua giacca sbottonata e sciupata, gli scarponi sporchi di terra, un sacco a tracolla e un paniere in mano, verso la città, abbanniando: “C’è ù babbaluciaru, haj i crastuna nivuri! Accattativi i crastuna!”

In estate, invece, raccoglieva quelle piccole e con il guscio bianco che, a grappoli, si trovavano attaccate sugli steli rinsecchiti di molte piante erbacee o in cardi spinosi, arsi dal sole, che tra luglio e agosto trasforma le verdeggianti campagne siciliane in dorati deserti. L’uso delle lumache per scopo alimentare risalirebbe ai tempi dei Sicani, da come è documentato dai ritrovamenti di diversi ingrottati della Sicilia, e a Sambuca di Sicilia, nella grotta di Isaredda, un reperto di pasto vede predominare questi gasteropodi, tanto apprezzati anche dal popolo romano da allevarli in appositi recinti e nutrirli con carne, farina di farro e mosto cotto. Utilizzati dalla medicina popolare siciliana per guarire casi di esaurimento nervoso, eccessiva magrezza, mali del fegato, congiuntiviti e infezioni della pelle, ai giorni nostri con la bava di lumaca si preparano trattamenti antirughe, per le macchie della pelle, l’acne e le cicatrici. Insomma, viri chi beni chi fanno i babbaluci, panacea per ogni male.

Pulitura di ieri e oggi
Partiamo dal fatto che il “babbalucio” non va mangiato appena trovato perché, spesso, si nutre di erbe che potrebbero essere tossiche per l’uomo; buona abitudine è, quindi, farli purgare per almeno tre giorni. Un tempo, per facilitarne la pulizia dell’intestino, venivano posti in grandi calderoni messi al sole con acqua fredda, a cui si aggiungeva della mollica di pane o del pangrattato di cui le lumache, ghiotte, s’ingozzavano per poi sbarazzarsene “naturalmente”. Oggi, invece, mamma Patti Holmes, che è fast, toglie il velo con uno stuzzicadenti, li mette in una ciotola in acqua tiepida, prende quelli che fanno capolino dal guscio e li pone in un altro contenitore sempre in acqua tiepida. Poi li sciacqua 6/7 volte, li versa in una pentola con acqua fredda e li fa cuocere a fiamma molto bassa. Quando si vedranno nuovamente uscire dal guscio, continua la cottura per altri 5 minuti e spegne il fuoco. Li lascia riposare e aggiunge il sale.

Il Festino di Santa Rosalia
U fistinu” è chiamato così non per sminuire quella che è considerata la festa più importante di Palermo, ma per indicare quella a cui nessun palermitano rinuncerebbe mai, legato com’è alla “Santuzza” da una straordinaria devozione. In questa gioiosa celebrazione, il Foro Italico, dove i festeggiamenti si concludono con la sfilata del carro della Patrona, diventa un tappeto colorato di bancarelle che fanno profumare l’aria di cibo da strada dagli odori inebrianti; tra queste troverete quelle in cui troneggiano i succulenti “Babbaluci”. Ma come si mangiano queste “cornute lùccumarie”? Alcuni utilizzano gli stuzzicadenti per tirare fuori il mollusco dal guscio, ma il vero palermitano ama mangiarle “cu scrusciu”, immaginifico rumore del risucchio, che produce un godimento che solo chi lo ha provato, può capire. Per facilitare l’uscita della lumaca, si pratica un piccolo foro sulla chiocciola con il dente canino, proprio come dei novelli conti Dracula e nella parte opposta all’apertura, e le carni tenere, aspirate cu tuttu u’ cori, si scioglieranno nelle vostre bocche.

Ricette

Babbaluci a picchi pacchiu

  • 1 Kg di babbaluci
  • 3-4 cipolle
  • 400 g. di pelati (anche in scatola)
  • olio
  • sale
  • pepe
  • prezzemolo

Preparazione
Dopo la pulitura, mettete in una pentola acqua e babbaluci assieme, a fuoco basso, per farli uscire dal loro guscio e fateli bollire per qualche minuto. Quando l’acqua perde leggermente di calore, salate e scolate. Fate il picchi pacchiu soffriggendo in olio d’oliva cipolla tritata, pomodori pelati a pezzetti, sale, pepe e prezzemolo; una volta cotto il sugo, versate i babbaluci e arriminate.

Babbaluci (in bianco)

  • 1 testa d’aglio
  • 1 mazzetto di prezzemolo
  • olio extravergine d’oliva
  • sale
  • pepe

Preparazione
Soffriggete in abbondante olio, l’aglio tagliato grossolanamente e il prezzemolo tritato. Aggiustate di sale, pepe e aggiungete le lumache. Fate cuocere a fiamma moderata, per circa dieci minuti, e servite spolverizzando con pepe e abbondante prezzemolo tritato.

Buon Festino e che un’orchestra di “scrusci” di babbaluci sia con voi.

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