Coronavirus: origine ed evoluzione della pratica del "lavarsi le mani" :ilSicilia.it

la scoprì il medico ungherese Ignaz Semmelweis

Coronavirus: origine ed evoluzione della pratica del “lavarsi le mani”

30 Marzo 2020

Tra le misure di prevenzione e contenimento del Covid-19 c’è la pratica del lavarsi bene le mani più volte durante la giornata, stando attenti a non toccarsi il viso e soprattutto la bocca, il naso e gli occhi.

Questa semplice pratica, in realtà, ci viene insegnata sin da bambini, in maniera grossolana per la verità, e affonda la sua validità nella storia della medicina legata soprattutto al suo scopritore, il medico ungherese Ignaz Semmelweis.

Il tempo di strofinamento del sapone tra le mani sarebbe il dettaglio che fa la differenza, come ci ha insegnato l’ipocondriaco regista americano Woody Allen, ovvero quello necessario a ripetere due volte di seguito la canzone “Tanti auguri a te“.

Origini della pratica

Il dottor Semmelweis, pioniere di un approccio più scientifico alla medicina, lavorava nell’ospedale di Vienna, nel reparto maternità dove inspiegabilmente si registrava un altissimo grado di decessi dei neonati. Non appena venuti al mondo i piccoli venivano attaccati da una febbre alta che li uccideva in pochissimo tempo.

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Siamo nel 1840, i germi non sono ancora stati scoperti e si credeva che il malanno che uccideva i neonati dipendesse dai cattivi odori emanati dai cadaveri in decomposizione presenti nell’edificio, dalle fognature o dalla vegetazione circostante, per cui il massimo che si provava a fare era chiudere bene porte e finestre.

Ma la prassi, in una medicina dove non esisteva ancora la specializzazione, era che i medici passassero da un’autopsia a un parto in pochi minuti e senza sentire la necessità di lavarsi le mani. Un giorno uno di questi medici si taglia un dito con un bisturi e muore della stessa febbre che attacca e uccide i bambini, e secondo Semmelweis non fu un caso.

Il medico intuisce che potrebbe esserci una certa connessione tra il lavoro in obitorio e quello nel reparto maternità, il suo riferimento è sempre il cattivo odore ma chiede ai colleghi, prima di occuparsi del parto, di lavare le mani e gli strumenti in una soluzione di cloro. Corre in questo momento l’anno 1840.

Dalla messa in atto di questa semplice pratica il tasso di mortalità tra le neomamme in reparto passò dal 18 all’1 %.

Nonostante i numeri stupefacenti la circostanza non venne presa benissimo dai colleghi che, al contrario, venendo tutti da classi della medio-alta borghesia, convinti che il gradino che occupavano nella scala sociale li rendesse puliti a prescindere, si sentirono offesi da tali iniziative, tant’è che Semmelweis non solo perse il lavoro, ma cadde in rovina e morì in un ospedale psichiatrico all’età di 47 anni.

I passi successivi

Dovranno passare altri quarant’anni prima che si ipotizzi l’esistenza dei germi e si cominci uno studio profondo su come affrontarli. Nel 1876, lo scienziato tedesco Robert Koch scopre il bacillo dell’antrace, dando il via al nuovo campo di ricerca della batteriologia medica; verranno poi identificati colera, tubercolosi, difterite e tifo.

Ma le scoperte di Koch servirono soprattutto a far cambiare strada ai governi ponendo l’attenzione sulle superfici da contatto, in primis la pelle; ne seguirono una serie di fobie legate al contatto diretto che nel XX secolo portarono ad un abbattersi dei numeri riguardo la mortalità.

E questo fece in modo di far credere che il nemico fosse sconfitto, facendo scattare una sorta di preoccupante lassismo riguardo l’igiene. Parallelamente si sviluppò anche il movimento hippy che tendeva a sovvertire tutte le regole imposte da genitori e nonni, compresa, a quanto pare, l’igiene delle mani.

La preoccupazione tornò a crescere negli anni ’70 quando cominciano a crescere in maniera preoccupante i numeri riguardanti le malattie trasmesse tramite il sesso, soprattutto negli anni ’80 col diffondersi dell’HIV.

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Siamo ai giorni nostri, il tempo del Coronavirus, e sembra scontato ma la pratica del lavarsi le mani non è ancora regola quotidiana.

Secondo la ricerca condotta con studenti universitari nel 2009, pubblicata sull’American Journal of Infection Control, dopo aver urinato solo il 43% degli uomini si lava le mani, il 69% delle donne. Donne in vantaggio anche sul lavaggio delle mani dopo la defecazione, 84% contro 78%.

Prima di mangiare le percentuali invece crollano per entrambi i sessi, solo il 10% degli uomini e il 7% delle donne sente il bisogno di lavarsi le mani prima di sedersi a tavola.

All’inizio di una pandemia, non essendoci interventi farmaceutici, in pratica questo è tutto ciò che hai” a dirlo è Petra Klepac, un assistente professore di modellistica delle malattie infettive alla London School of Hygiene & Tropical Medicine, che due anni fa in un documentario dal titolo “Contagion! The BBC Four Pandemic” ha previsto che una pandemia influenzale si sarebbe diffusa nel Regno Unito.

Secondo gli studi della Klepac non solo che il lavaggio delle mani è il modo migliore per combattere una pandemia ma scientificamente si rivela molto più utile rispetto all’utilizzo di una mascherina.

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