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Cos’è la Medicina interna e perché può essere una risorsa per il Sistema sanitario nazionale

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12 Settembre 2019

Un grande maestro il professore Giacinto Viola scriveva sul suo trattato di Medicina Interna del 1933: “in Clinica tutto è improvvisazione, caso per caso, e gli ammalati così diversi sempre, anche quando hanno la stessa malattia, sono poi così mobili nei loro sintomi e fatti obiettivi, che spesso ciò che di essi si dice alla sera non è più vero al mattino”.

Alla Medicina Interna è stato negato per tanti decenni il valore centrale e massimo di materia scientifica proprio per la mutezza individuale dei fenomeni che appartengono all’individuo e solo ad esso, per l’impossibilità di trattare sistematicamente la materia in modo statico, per la natura improvvisatoria della sua attività, per l’apparente mancanza di un campo specifico di fenomeni da studiare come nel caso della medicina specialistica di settore, facilmente caratterizzabile dalla massa di non addetti ai lavori (cardiologo-cuore, pneumologo-polmoni, reumatologo-dolori reumatici etc. etc.).

Quindi, l’internista potrebbe essere paragonato ad un jazzista più che un musicista da camera dove l’improvvisazione corrisponde all’intuito, al guizzo dell’intelletto nel potere dominare il quadro dinamico e/o complesso del paziente e trovarne il filo di Arianna per destreggiarsi nel miglior percorso diagnostico-terapeutico, adeguato e personalizzato, e solo dopo avere fatto una diagnosi o individuato il problema a maggiore priorità che magari sembrava scivolare verso direzioni diverse ed errate o peggio a spiegazioni di comodo come quelle dell’ansia e dello stress.

Si badi bene non che non siano possibili le diagnosi teorizzate all’inizio ma è abitudine del bravo internista il percorrere e ripercorrere le strade della diagnostica differenziale per poi tornare anche alla spiegazione più semplice.

Qual è il vantaggio? La sicurezza per il paziente di un corretto inquadramento diagnostico e quindi di una terapia che cura e che non copre segni e sintomi che appartengono ad altro, ma soprattutto la gestione della complessità dei quadri clinici individuali che stanno caratterizzando sempre di più i nostri pazienti sempre più anziani e con patologie croniche sempre più spesso combinate fra loro e dove lo specialista di settore, seppur magari fondamentale in un momento del percorso diagnostico-terapeutico, non può destreggiarsi non per incapacità ma per natura del suo campo di competenza.

Non che lo specialista cardiologo – per esempio -non debba essere un po’ internista al fine di affrontare quadri clinici che anche per lui sono sempre più complessi ma se dovesse fare l’internista muterebbe la natura della sua specialità e la sfera delle sue competenze facendo male il cardiologo.

La natura della medicina interna è tale che in un epoca di aumento della complessità clinica e di risorse limitate dovrebbe rappresentare per il sistema sanitario una risorsa centrale per coordinare meglio la medicina dentro gli ospedali, guidare i percorsi interni dei pazienti complessi e gestire l’andamento clinico dei pazienti chirurgici per il miglior utilizzo degli specialisti chirurghi che per loro natura si occupano poco della estrema dinamicità clinica e che al contrario devono esprimere il massimo della loro abilità tecnica nel loro settore di competenza.

Quindi medicina interna come specialità centrale nella medicina ospedaliera? Credo che i gestori della sanità abbiano le idee un po’ confuse.

Innanzitutto il nostro sistema la definisce in tutti i documenti “medicina generale” confondendola con la cugina (forse un po’ più distante come parentela)  che non è neanche branca specialistica universitaria e che appartiene al medico di medicina generale con una sua propria dignità, figura centrale nell’ambito della medicina di comunità. Medicina Interna risorsa per i pazienti e per il sistema sanitario, branca specialistica focalizzata sull’individuo e sulla complessità clinica e assistenziale e non medicina generale di comunità.

Medicina Interna branca specialistica in grado di ottimizzare l’uso delle risorse e migliorare la qualità delle cure, capace di un approccio alla cronicità dei pazienti ambulatoriali più complessi per evitare spreco di risorse e viaggi verso i pronto soccorso.

L’auspicio è che i nostri decisori si sveglino e comincino ad considerare la necessità di potenziare la medicina interna ospedaliera, sulla base della complessità dei vari contesti organizzativi, e di utilizzarla appieno per quello che può dare al nostro sistema sanitario come branca specialistica che mette al centro il paziente nella sua complessità, ricomponendone la sua unicità, nel rispetto delle risorse disponibili.

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