Cos’è la violenza. Facciamo qualche esempio che apra la mente :ilSicilia.it

Cos’è la violenza. Facciamo qualche esempio che apra la mente

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3 Agosto 2020

Per chiarirvi tutto il possibile sulla violenza pensate che oltre a essere definita come una forza impetuosa e incontrollata è anche descritta come un’azione volontaria, esercitata da un soggetto su di un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà e, in altre parole, in modo da fargli fare ciò che lui non vuole ma il soggetto della violenza vuole a ogni costo. Sempre sul dizionario Oxford Languages ritengo interessante l’elenco di violenze che viene listato: violenza assoluta, se la resistenza è totale; v. morale, se è basata sul timore di chi la subisce; v. fisica e carnale, attuata come aggressione con lesioni e percosse o costrizione di tipo sessuale; v. privata, per es. quando si costringe all’omertà. In tutta questa, senz’altro utile, classificazione non leggo la v. non verbale ed è su questa ultima che oggi vorrei soffermarmi, in quanto spero che arrivi il messaggio che non è facile vi sia consapevolezza di quanto si sia violenti con le parole, le azioni e l’atteggiamento. Per ottenere il mio scopo, proverò con la tecnica degli esempi e della memoria dei fatti, che io uso molto con i pazienti. Qualcuno si riconoscerà in quello che dico, acquisirà consapevolezza, nel migliore dei casi, o tout court si sentirà messo in discussione, potrà afferrare i pensieri, le emozioni e magari le rimetterà a posto o le conterrà.

Violenza è esserci anche quando l’altro ha esplicitato verbalmente o con il linguaggio non verbale che non lo gradisce e così costringe anche lui a essere truculento.

Violenza è inviare messaggi che non ricevono risposta scritta ma che sono eloquenti circa il fatto che non si desidera avere alcun rapporto. Ci possono essere svariate ragioni dietro questa decisione così tassativa ma una fra queste è che l’energia del mittente è troppo tossica e negativa. Anche se non ne ha consapevolezza totale, chiunque la può percepire e fa scappare, spaventa, fa mettere sulla difensiva. Ovviamente, poi, ci sono variabili intervenienti come l’alchimia, la compatibilità, l’attrazione, i feedback che si sono verificati ma qualsiasi motivo ci sia è giusto rispettarlo e mollare la presa.

Violenza è esserci a tutti i costi anche quando si pensa di avere una buona ragione (come vedere i propri figli in caso di divorzio) perché se si è giunti a questo gli errori sono stati fatti e ora occorre avere pazienza, affidare la causa a un legale e dimostrare con i fatti di essere all’altezza di prendersi cura di minori e di se stessi.

Violenza è lasciare che il coniuge si dissangui mentre si gioca al cellulare e si pensa ai cabasisi propri perché il rapporto può essere finito da tempo ma l’omissione di soccorso è un grave reato anche se, in questo caso, non è facilmente dimostrabile. La mia domanda è: quando è che cominceremo a evolvere e comprenderemo che il matrimonio è un’istituzione pericolosa e che non funziona? Nella società attuale, liquida, parliamo di contratti a tempo determinato, rinnovabili. Non dovremmo parlare di slealtà e più piedi in una scarpa. Ed ecco un’altra violenza:

Violenza a se stessi quando si rinuncia e si sacrifica una parte di sé o si pensa che sia giusto e socialmente accettabile vivere con una maschera nel rapporto di coppia e un’altra con le amanti. Invito tutti a non acquistare proprietà insieme ai coniugi a meno che non vi sia un contratto a tutela di entrambi in caso di divorzio e a inserire nello stesso delle clausole a tutela del proprio ruolo genitoriale.

La violenza non verbale si esplica in vari modi e io vi ho fatto solo qualche esempio. Faccio sempre vedere una scenetta ai miei pazienti in cui abbiamo un aggressore attivo e uno passivo (noncurante e falsamente sereno o “strurusu e mangiacore”, in sicilano). Anche se si sta zitti, l’interlocutore percepisce dall’atteggiamento e dalla postura cosa pensa l’altro, la sua opinione e può inalberarsi ancora di più!

Da psicologa mi capita di avere pazienti un po’ esagitati. Per carità, loro hanno buone ragioni per esserlo ma io li motivo affinché rientrino subito nei ranghi. Come? Innanzitutto dico che li capisco, con tono amorevole, empatico ma autorevole e dopo aggiungo che nella mia stanza di analisi ci sono delle regole fra cui quella di utilizzare sempre toni pacati: 1. Per la privacy, perché, soprattutto con le finestre aperte, le urla si sentirebbero per ogni dove; 2. Per rispetto nei miei confronti, dei condomini, di se stessi; 3. Perché mi intossicano e non è giusto: io sono disposta ad ascoltare non a farmi schiacciare dal loro dolore perché, essendo umana, se mi urlano contro posso ammalarmi (o fare incubi), posso avere problemi mestruali e questo genere di sintomi non si dovrebbero vivere neanche con i “congiunti”, figurarsi con i pazienti; 4. Li motivo nella maniera più semplice che esiste: ascoltandoli e riconoscendoli, prima di tutto con lo sguardo, la postura e la voce; 5. Per educarli al controllo di sé. Regole che dovrebbero valere per tutti: nessuno dovrebbe alzare troppo i toni, esagerare con le parole e discutere a caldo delle questioni.

L’energia che esprimiamo e che si percepisce è più importante di ciò che si dice (A. V. Stappen). Vorrei che tutti seguissero corsi per imparare ad ascoltare l’altro oltre che per parlare in modo efficace e assertivo. Occorre sapere ascoltare senza giudicare, con epochè, e sapere comunicare con il silenzio prima che con i “moti”.

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