Da oggi a Catania la solenne festa di Sant'Agata | IL PROGRAMMA :ilSicilia.it
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Il 3, 4 e 5 febbraio

Da oggi a Catania la solenne festa di Sant’Agata | IL PROGRAMMA

28 Gennaio 2019

A Catania, dal 3 al 5 febbraio, si celebra Sant’Agata, sua Patrona. “A Vara”, un fercolo d’argento, con un busto contenente le reliquie della Santa, seguita da undici  “cannalori“, alte colonne di legno che rappresentano le corporazioni delle arti e dei mestieri della città, viene portata in processione e seguita con immutato amore da centinaia di cittadini vestiti con il tradizionale “sacco”, una tunica bianca stretta da un cordone, cuffia nera, fazzoletto e guanti bianchi, aggrappati a due cordoni di oltre 100 metri.

Catania
Prima di penetrare nel cuore dei festeggiamenti in onore di Sant’Agata e conoscerne la storia e il folklore ad essa legati, ci pare doveroso un accenno a Catania, la meravigliosa città che Lei protegge. Diverse sono le ipotesi sull’origine del suo nome: per Plutarco deriverebbe dal siculo katane, grattugia, parola di origine indoeuropea, per l’associazione con le asperità del territorio lavico su cui sorge; per altri studiosi, invece, dal latino catinum, catino, bacinella, per la conformazione naturale a conca delle colline intorno alla città o come riferimento al bacino della Piana; per altri ancora, infine, dall’apposizione del prefisso greco katà a Aitnè, Etna, in modo da significare: “sotto l’Etna”.

Parlando di Catania non si può non accennare al suo simbolo, il Liotro, tirato su su dall’architetto Gian Battista Vaccarini nel 1737, nell’ambito della ricostruzione della città seguita al terribile terremoto dell’11 gennaio 1693. La statua in pietra lavica esisteva già, ma Vaccarini vi aggiunse gli occhi in pietra bianca e le zanne, issandola sulla fontana monumentale con la proboscide rivolta verso la Santuzza. Secondo il geografo arabo Al Idrisi, gli antichi abitanti di Catania consideravano l’elefante un simbolo di protezione contro le eruzioni dell’Etna.

Curiosità

liotruIl Liotru subentrò nel 1239 a San Giorgio che era stato simbolo della città fino a quel momento. I catanesi decisero di cambiare, in seguito ad una serie di rivolte, per poter passare da semplice dominio di un vescovo-conte a città demaniale. La prima attestazione ufficiale del nuovo simbolo si deve ad una seduta del Parlamento avvenuta a Foggia nel 1240.

Altro aneddoto è quello che collega l’elefante in pietra con il mago Eliodoro. Lo stesso nome, Liotru, sarebbe una storpiatura di quello dello stregone che, sempre secondo una leggenda, tormentava i catanesi con le sue arti occulte. Si narra che fu lui stesso, grazie ai suoi poteri, a scolpire l’elefante con la lava dell’Etna e a dargli vita per girare in città sul suo dorso. Ma adesso è arrivato il momento di conoscere la Santa Patrona di Catania.

Agata “La Buona”

Agata nasce a Catania da una ricca e aristocratica famiglia verso la metà del III secolo, per essere più precisi intorno al 235. La data è stata calcolata tenendo presente che ai tempi del martirio, avvenuto nel 251, fosse appena adolescente. Riguardo il giorno, l’8 settembre, invece, lo si fa coincidere con una delle date più importanti del culto mariano, quella della nascita della Madonna. Il padre Rao e la madre Apolla decisero di chiamarla Agata, che in greco significa “la buona” , nomen omen, e, infatti, magnanimità e purezza furono le doti che la contraddistinsero. La tradizione popolare identifica nei ruderi di una villa romana, al centro della città, la sua casa natale, in cui è stato posto un piccolo altare che, in ogni stagione, è così ricco di fiori da sembrare un giardino incantato.

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Continuiamo con la sua storia. La piccola, obbediente ai genitori, ma amando sopra ogni cosa Dio, crebbe in bellezza e santità. La tradizione ce la descrive come una figura angelicata dal corpo longilineo, i lineamenti delicati, le labbra rosee e i capelli biondi. Agata, in cuor suo, si promise a Dio già da infanta, ma a 15 anni non ancora compiuti sentì che era giunto il momento di consacrarvisi solennemente. Il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e, durante una cerimonia ufficiale chiamata velatio, le impose il flammeum, il velo color rosso fiamma che portavano le vergini consacrate. Da quel giorno divenne sposa di Cristo.

La fuga e l’arresto

Un giorno, però, il proconsole Quinziano, informato che in città, tra le vergini consacrate, viveva una nobile e bella fanciulla, deciso a conoscerla, ordinò ai suoi uomini di catturarla e condurla al palazzo pretorio. L’accusa formale era quella di vilipendio della religione di Stato, in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, riservato a tutti i cristiani che non volevano abiurare. In realtà l’ordine nasceva dal desiderio di soddisfare un capriccio personale, trarre a sé una giovane bella e illibata, confiscandole i beni di famiglia. Per sottrarsi a quell’intimazione Agata rimase per qualche tempo lontana da Catania e,a tal proposito, molti sono i luoghi che si contendono il merito di aver dato asilo alla vergine esule; tra questi: Galermo, una contrada poco distante da Catania, dove i genitori possedevano case e terreni; Palermo, ipotesi nata con buona probabilità da un errore di trascrizione degli antichi atti del martirio e una grotta nell’isola di Malta, ancora meno attendibile. Purtroppo, però, gli apparitores, gli sgherri al servizio del proconsole, la trovarono con facilità, conducendola in tribunale al cospetto di Quinziano.

Nei secoli, la tradizione popolare ha arricchito la fuga e l’arresto di Agata di avventure leggendarie. Una di queste narra che, inseguita dagli uomini di Quinziano e giunta ormai nei pressi del palazzo pretorio, fermatasi un attimo a riposare, vide apparire dal nulla un ulivo sotto cui ripararsi e cibarsi dei suoi frutti. Ancora oggi, per rinnovare il ricordo di quell’evento prodigioso, è consuetudine coltivare un albero di ulivo in un’aiuola vicino ai luoghi del martirio. Il giorno della festa di Sant’Agata, inoltre, vengono consumati dolcetti di pasta reale di colore verde  e ricoperti di zucchero che, ricordando nella forma le olive, sono chiamati appunto “olivette di Sant’Agata”.

In casa di Afrodisia

Quinziano, non appena la vide, rapito dalla sua bellezza, tentò, inutilmente e con ogni mezzo, di sedurla. Non riuscendo nel suo intento pensò, allora, a un programma di rieducazione che avrebbe potuto trasformare la giovane, convincendola a rinunciare ai voti e a cedere alle sue lusinghe. A tale scopo la affidò per un mese a una cortigiana lasciva e dissoluta, conosciuta col nome di Afrodisia che viveva con nove le figlie, diaboliche e licenziose tanto quanto la madre. Fu un mese duro e terribile per la giovane che vide quotidianamente insultato il suo candore verginale; per farle dimenticare Gesù, Afrodisia la tentò con ogni mezzo: banchetti, festini, divertimenti di ogni genere, promesse di gioielli, ricchezze e schiavi, ma Agata non cedette mai. Quando le megere si resero conto del loro fallimento, decisero di raggiungere il loro vile scopo attraverso le minacce: “Quinziano ti farà uccidere ”, le ripetevano, ma la vergine continuava a opporre netti rifiuti usando parole di fuoco: “Vane sono le vostre promesse, stolte le parole, impotenti te minacce. Sappiate che il mio cuore è fermo come una pietra in Cristo e non cederà mai“. Allo scadere dei trenta giorni e di fronte alla sua incorruttibile fermezza, Afrodisia non potè far altro che arrendersi. Sconfitta e umiliata, riconsegnò la giovane a Quinziano dicendogli: “Ha la testa più dura della lava dell’Etna, non fa altro che piangere e pregare il suo invisibile Sposo. Sperare da lei un minimo segno d’affetto è soltanto tempo perso”.

Il processo

Il proconsole, inferocito, con gli occhi accesi di rabbia e di desiderio di rivalsa, deciso a piegarla con la forza, avviò un processo e la convocò al palazzo pretorio. Agata fiera e umile, vestita come una schiava, come usavano le vergini consacrate a Dio, procedette a passi sicuri verso il suo persecutore, senza alcun timore, convinta che lo Spirito Santo l’avrebbe assistita suggerendole le parole da dire al tiranno. Per evitare che Quinziano giocasse sull’equivoco del suo abbigliamento gli disse: “Non sono una schiava, ma una serva del Re del cielo. Sono nata libera da una famiglia nobile, ma la mia maggiore nobiltà deriva dall’essere ancella di Gesù Cristo”. Rivolgendosi al proconsole aggiunse ancora: “Tu che ti credi nobile, ma sei in realtà schiavo delle tue passioni“. A questa provocazione quel piccolo uomo, che si sentiva, però, padrone di quella terra e garante della religione pagana in Sicilia, le rispose: “Dunque, noi che disprezziamo il nome e la servitù di Cristo siamo ignobili?“. Agata accettò la sfida e rilanciò: “Ignobiltà grande è la vostra: voi siete schiavi delle voluttà, adorate pietre e legni, idoli costruiti da miseri artigiani, strumenti del demonio“. Quinziano, come un toro ferito, spazientito dalla fermezza e dalla semplicità delle risposte della fanciulla, ispirate dalla fede, per spaventarla aggiunse: “O sacrifichi agli dèi o subirai il martirio“. La giovane lo irrise: “Da tempo lo aspetto, lo bramo, è la mia più grande gioia. Non adorerò mai le tue divinità. Come potrei adorare una Venere impudica, un Giove adultero o un Mercurio ladro? Ma se tu credi che queste siano vere divinità, ti auguro che tua moglie abbia gli stessi costumi di Venere“. A queste parole, pesanti come macigni e affilate come lame, Quinziano reagì con uno schiaffo, ma Agata per niente avvilita lo affrontò: “Ti ritieni offeso perché ti auguro di assomigliare ai tuoi dèi? Vedi allora che nemmeno tu li stimi? Perché pretendi che siano onorati e punisci chi non vuole adorarli?” Il proconsole, adirato, ordinò che la giovane fosse rinchiusa in carcere.

Il carcere e le torture

Per un giorno e una notte la futura “Santuzza” rimase chiusa in una cella, una cameretta interrata, buia e umida all’interno del palazzo pretorio, diventata in seguito luogo di culto. Il soffitto alto aveva soltanto una finestrella che lasciava filtrare un debole raggio di luce attraverso una spessa grata di ferro. Non le fu dato né cibo, né acqua e una pesante catena le stringeva le caviglie, ma lei continuò a pregare ancora più intensamente il suo Sposo celeste. La mattina successiva fu condotta per la seconda volta davanti al proconsole: “Che pensi di fare per la tua salvezza?”, le domandò Quinziano e lei rispose: “La mia salvezza è Cristo“. Resosi conto che qualunque tentativo di persuasione era destinato a fallire, ordinò allora di sottoporla a orrende torture. La fece percuotere con le verghe, lacerare col pettine di ferro, squarciare i fianchi con lamine arroventate, fino a che, ormai folle di rabbia, ordinò agli aguzzini che le amputassero le mammelle. “Non ti vergogni – gli disse Agata – di stroncare in una donna le sorgenti della vita dalle quali tu stesso traesti alimento, succhiando al seno di tua madre? Tu strazi il mio corpo, ma la mia anima rimane intatta”. Ma Quinziano voleva mutilarla, umiliarla.

I cristiani, che avevano assistito al martirio e alla morte di Agata, raccolsero con devozione il suo corpo e lo cosparsero di aromi e di oli profumati, come era in uso a quell’epoca. Poi, con grande venerazione, lo deposero in un sarcofago di pietra, che da allora fino ai nostri giorni è sempre rimasto oggetto di culto a Catania. Le fonti narrano che, quando il sepolcro ormai stava per essere chiuso, un fanciullo, vestito di seta bianca e seguito da altri cento giovanetti, si avvicinò presso il capo della vergine deponendo una tavoletta di marmo che oggi è una preziosa reliquia custodita nella chiesa di Sant’Agata a Cremona, con l’iscrizione latina “ M. S. S. H. D. E. P. L. ”, che in italiano significa “ Mente santa e spontanea, onore a Dio e liberazione della patria”. Questa iscrizione, detta anche “ elogio dell’angelo ”, è la sintesi delle caratteristiche della santa catanese ed è anche una solenne promessa di protezione alla città.

La Festa di Sant’Agata

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Ogni anno, il 3, il 4 e il 5 febbraio, Catania offre alla sua patrona una festa tanto straordinaria e solenne da poter essere paragonata soltanto alla Settimana santa di Siviglia o al Corpus Domini di Cuzco, in Perù. In questi tre giorni la città si concentra sulla festa, un misto di devozione e folklore, che attira sino a un milione di persone. Giorno 3 febbraio è riservato all’offerta delle candele: una suggestiva usanza popolare vuole che i ceri donati siano alti o pesanti quanto la persona che chiede la protezione. Alla processione per la raccolta della cera, un breve giro dalla fornace alla cattedrale, partecipano le maggiori autorità religiose, civili e militari. Due carrozze settecentesche, che un tempo appartenevano al senato che governava la città, e undici “ candelore ”, grossi ceri rappresentativi delle corporazioni o dei mestieri, vengono portati in corteo. Questa prima giornata di festa si conclude in serata con un grandioso spettacolo di giochi pirotecnici in piazza Duomo, che ricorda che Agata, martirizzata sulla brace, vigila sempre sul fuoco dell’Etna e di tutti gli incendi.

Il 4 febbraio è il giorno più emozionante, perché segna il primo incontro della città con la santa Patrona. Già dalle prime ore dell’alba le strade si popolano di devoti che indossano il tradizionale “ sacco ”, a cui abbiamo già accennato, un berretto di velluto nero, guanti bianchi, sventolando un fazzoletto anch’esso bianco stirato a fitte pieghe, che rappresentano l’abbigliamento notturno che i catanesi indossavano in quel lontano 1126 quando corsero incontro alle reliquie che Gisliberto e Goselmo riportarono da Costantinopoli. L’originario camice da notte, nei secoli, si è arricchito, però, del significato di veste penitenziale: secondo alcuni, infatti, l’abito di tela bianca è la rivisitazione di una veste liturgica, il berretto nero ricorderebbe la cenere di cui si cospargevano il capo i penitenti e il cordoncino in vita rappresenterebbe il cilicio. Tre differenti chiavi, ognuna custodita da una persona diversa, sono necessarie per aprire il cancello di ferro che protegge le reliquie in cattedrale: una la custodisce il tesoriere, la seconda il cerimoniere, la terza il priore del capitolo della cattedrale. Quando la terza chiave toglie l’ultima mandata al cancello della cameretta in cui è custodito il Busto, e il sacello viene aperto, il viso sorridente e sereno di Sant’Agata si affaccia dalla cameretta nel crescente tripudio dei fedeli impazienti di rivederla, luccicante di oro e di gemme preziose. Prima di lasciare la cattedrale per la tradizionale processione lungo le vie della città, Catania dà il benvenuto alla sua patrona con una messa solenne celebrata dall’arcivescovo.

Catania, Festa di S. AgataIl “Giro”, la processione del giorno 4, dura l’intera giornata e attraversa i luoghi del martirio, ripercorrendo la storia della “ Santuzza ”, che si intreccia con quella della città; una sosta viene fatta alla “ marina ” da cui i catanesi, addolorati e inermi, videro partire le reliquie della santa per Costantinopoli e un’altra alla colonna della peste, che ricorda il miracolo da lei compiuto,nel 1743, quando la città fu risparmiata dall’epidemia. I “ cittadini ”, che a piccoli passi tra la folla trascinano il fercolo che vuoto pesa 17 quintali, ma, appesantito di Scrigno, Busto e carico di cera, può pesare fino a 30 quintali, a ritmo cadenzato gridano in mezzo alla folla: “cittadini, viva Sant’Agata ”, un’osanna che significa anche: “ Sant’Agata è viva ”. Il “Giro” si conclude a notte fonda quando il fercolo ritorna in cattedrale.

Il 5 febbraio, i garofani rossi del giorno precedente, simboleggianti il martirio, vengono sostituiti da quelli bianchi, simbolo di purezza. Nella tarda mattinata, in cattedrale, viene celebrato il pontificale e, aI tramonto, ha inizio la seconda parte della processione che si snoda per le vie del centro di Catania, toccando anche il “ Borgo ”, il quartiere che accolse i profughi da Misterbianco dopo l’eruzione del 1669. Il momento più atteso è il passaggio per la via di San Giuliano che, per la pendenza, è il punto più pericoloso di tutta la processione. Esso rappresenta una prova di coraggio per i “ devoti ”, ma è interpretato anche, a seconda di come viene superato l’ostacolo, come un segno celeste di buono o cattivo auspicio per l’intero anno. A notte fonda i fuochi artificiali segnano la chiusura dei festeggiamenti. Quando Catania riconsegna alla cameretta in cattedrale il reliquiario e lo scrigno, la stanchezza si legge sui volti di tutti, ma la gioia e la soddisfazione per aver portato in trionfo il corpo di Sant’Agata è maggiore di qualsiasi fatica. Bisognerà aspettare diversi mesi, la festa del 17 agosto, o un altro anno, per poter vedere sorridere ancora una volta il viso di Agata la Buona, martire e Santa per la salvezza della fede e di Catania.

Le candelore

La festa di Sant’Agata è inscindibile dalla tradizionale sfilata delle “candelore”, enormi ceri rivestiti con decorazioni artigianali, puttini in legno dorato, santi e scene del martirio, fiori e bandiere. Le candelore precedono il fercolo in processione perché un tempo, quando mancava l’illuminazione elettrica, avevano la funzione di illuminare il passo ai partecipanti alla processione. Sono portate a spalla da un numero di portatori che, a seconda del peso del cero, può variare da 4 a 12 uomini. Ognuna delle 11 candelore possiede una precisa identità e sulle spalle dei portatori vive e rappresenta la propria unicità: la forma che caratterizza il cero, l’andatura e il tipo di ondeggiamento che gli viene dato, la scelta di una marcia come sottofondo musicale. Le candelore sfilano sempre nello stesso ordine, ad aprire la processione è il piccolo cero di monsignor Ventimiglia. Il primo grande cero rappresenta gli abitanti del quartiere di San Giuseppe La Rena, realizzato all’inizio dell’Ottocento. Il secondo seguito è quello dei giardinieri e dei fiorai, in stile gotico-veneziano. Il terzo, in ordine di uscita, è quello dei pescivendoli, in stile tardo-barocco con fregi santi e piccoli pesci. Il suo passo inconfondibile ha fatto guadagnare alla candelora il soprannome di “ bersagliera ”. Il cero che segue è quello dei fruttivendoli, che invece ha passo elegante ed è, dunque, chiamato la “ signorina ”. Quello dei macellai è una torre a quattro ordini. La candelora dei pastai è un semplice candeliere settecentesco senza scenografie. Quella dei pizzicagnoli e dei bettolieri è in stile liberty, quella dei panettieri è la più pesante di tutte, ornata con grandi angeli, e per la sua cadenza è chiamata la “ mamma ”. Chiude la processione la candelora del circolo cittadino di Sant’Agata che fu introdotta dal cardinale Dusmet. In passato le candelore erano più numerose, esistevano, infatti, quelle dei calzolai, dei confettieri, dei muratori, fino a raggiungere, in alcuni periodi, il numero di 28.

Alcuni Miracoli di Sant’Agata

Era trascorso un anno esatto dal martirio quando l’Etna minacciò di distruggere Catania con un’inarrestabile e spaventosa colata lavica. Soltanto nel momento di maggiore sconforto qualcuno si ricordò dell’iscrizione sulla tavoletta di marmo con cui l’angelo aveva promesso aiuto alla città di Catania, patria di Agata. Così i catanesi, delicatamente e con grande devozione, presero il velo rosso poggiato sul sarcofago della santa e, tra preghiere e invocazioni, lo portarono in processione dinanzi al fronte della colata. Il fiume di magma infuocato si arrestò per miracolo, lasciando incolumi gli abitanti e intatte le case dei villaggi ai fianchi del vulcano. Fu un tripudio di lodi, celebrazioni, inni di ringraziamento e, proprio in seguito a questo evento, Agata fu proclamata santa. Dopo questo primo miracolo la sua fama si diffuse rapidamente in tutta l’isola e da lì a poco si propagò oltre lo stretto di Messina. La sua tomba, venerata in una cappelletta nei pressi del luogo del martirio, divenne meta di numerosi pellegrinaggi. il suo nome venne in seguito inserito nel canone della messa e, fino alla recente riforma del concilio Vaticano II, era pronunciato ogni giorno dai sacerdoti in testa all’elenco delle sante martiri ricordate dalla Chiesa. Con quel primo miracolo ottenuto per intercessione di Sant’Agata, Catania legò in maniera indissolubile il suo nome e il suo destino alla potente concittadina che, allora, seppe salvare la città dalla furia distruttrice dell’Etna e, in seguito, l’avrebbe salvata ancora molte altre volte da diversi nemici.

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Santa Lucia, una pellegrina speciale

Tra i devoti che ogni giorno visitavano il luogo in cui era sepolta Sant’Agata, una volta giunse anche una pellegrina speciale. Erano passati circa cinquant’anni dal martirio, quando dalla vicina città di Siracusa giunse la giovane Lucia che accompagnava la madre Eutichia, gravemente ammalata. Inginocchiata sulla tomba della vergine e martire catanese, pregò con fervore per la guarigione della madre e fu allora che Sant’Agata le apparve: “Sorella mia Lucia, perché chiedi a me ciò che tu stessa puoi porgere a tua madre? Anche tu, proprio come me, subirai il martirio per la tua fede in Cristo ”. Lucia ritornò a Siracusa col cuore pieno di gioia e di speranza. La madre guarì e la profezia del suo martirio si avverò un anno dopo: il 13 dicembre del 303, durante le persecuzioni di Diocleziano, la giovane siracusana, infatti, venne martirizzata.

La Devozione

Gli avvenimenti più importanti che hanno riguardato la città di Catania sono legati a Sant’Agata: eruzioni, terremoti, assedi, malattie, forze terribili e devastanti, eventi paurosi di fronte ai quali gli uomini si rivelano impotenti. Ma i catanesi, fiduciosi nella promessa scritta sulla tavoletta che l’angelo consegnò alla città, hanno invocato l’aiuto della santa concittadina e hanno ottenuto sempre la sua protezione. Per più di quindici volte, dal 252 al 1886, Catania è stata salvata dalla distruzione della lava. Ed è poi stata preservata nel 535 dagli Ostrogoti, nel 1231 dall’ira di Federico Il, nel 1575 e nel 1743 dalla peste.

La “A” di Agata e altre città a Lei devote

La “A”, lettera iniziale di questo popolarissimo nome, sormonta il monumento principale della città e suo simbolo, l’elefante Eliodoro. Un’altra “A” si staglia nella pietra sulla facciata del Palazzo municipale; una campeggia al centro dello stemma civico, un’altra al centro del gonfalone dell’Università. All’estero Sant’Agata è compatrona della Repubblica di San Marino. Questa devozione ha un’origine antica: secondo la tradizione proprio il 5 febbraio, giorno del martirio della santa catanese, uno scalpellino dalmata di nome Marino, sfuggito con altri cristiani alle persecuzioni di Diocleziano fondò il piccolo Stato sorto attorno al monte Titano. Ma la santa catanese è compatrona anche di Rabat, a Malta, dove una tradizione locale vuole che Agata si fosse rifugiata durante le persecuzioni di Decio.

Catania, Festa di S. AgataGli abitanti di Rabat hanno voluto individuare nelle “catacombe di Sant’Agata” il punto preciso in cui si nascose per alcuni giorni. Anche qui la devozione affonda le sue radici nella storia: il 20 luglio 1551, durante il primo assedio di Malta, una statua della Santa fu collocata sulle mura della città affinché la proteggesse. La tradizione vuole che mille abitanti dell’isola, con il suo aiuto celeste siano riusciti a contrastare e a bloccare l’assedio di diecimila turchi. In Spagna Agata è la patrona di Villalba del Alcor, in Andalusia, dove esiste un simulacro rivestito di preziosi broccati. Sant’Agata è venerata anche a Jena, in provincia di Valencia, mentre a Barcellona le è stata dedicata la cappella del Palazzo reale, dove i re cattolici ricevettero Cristoforo Colombo di ritorno dalla scoperta dell’America. Nella provincia di Segovia, sempre in Spagna, ogni anno, il 5 febbraio viene eletta una sindachessa e quel giorno nella cittadina lo scettro del potere è affidato soltanto alle donne. In Portogallo sant’Agata, in portoghese Agueda, è patrona di una cittadina che porta il suo nome, nella provincia di Coimbra. In Germania è patrona di Aschaffemburg. In Francia molte sono le località sotto il patronato di Agata: a Le Fournet, una città immersa nei boschi della Normandia, nello stemma cittadino, in suo onore, sono raffigurate la palma, simbolo del martirio, e la tenaglia, strumento con cui venne torturata. In Grecia molte località portano il nome di Agata che viene invocata per scongiurare i pericoli delle tempeste. In Argentina, dove è la protettrice dei vigili del fuoco, le è stata dedicata la cattedrale di Buenos Aires. in America esistono una Sainte Agathe des Monts nel Québec e una Sainte Agathe en Monitoba presso Winnipeg, in Canada. In India, a Viayawala, c’è un santuario a lei dedicato.

I fonditori di campane

Un tempo Sant’Agata era considerata protettrice dei fonditori di campane e degli ottonai. Questa tradizione nacque, secondo alcuni, perché, quando scoppiavano calamità, era consuetudine suonare le campane. Quindi la santa, solitamente invocata contro le calamità, fu nominata protettrice di coloro che realizzavano gli strumenti utilizzati per dare l’allarme. Ma, secondo altri, la protezione era invocata dagli stessi fonditori affinché la vergine catanese proteggesse la fusione e la perfetta riuscita delle campane.

I tessitori

La venerazione di Sant’Agata come patrona dei tessitori nasce da una leggenda che l’ha trasformato in una sorta di Penelope cristiana. Si narra che per allontanare le nozze con un uomo molesto e odioso, sicuramente lo stesso Quinziano, lo avrebbe convinto ad aspettare che fosse terminata una tela che stava tessendo. Ma, come faceva la moglie di Ulisse con i Proci, Agata di giorno tesseva e di notte scuciva, cosicché la tela non fu mai ultimata.

Contro gli incendi

La devozione per sant’Agata protettrice contro i pericoli del fuoco si diffuse durante il Medioevo. Si disse a quell’epoca che, se la santa proteggeva contro il fuoco di un vulcano, a maggior ragione poteva difendere contro tutti gli incendi. La prerogativa di allontanare il fuoco ha diffuso il suo culto oltre i confini nazionali. A Lione, in Francia, i contadini il 5 febbraio fanno benedire un pane che scagliano contro le fiamme in caso di incendio.

Contro le malattie femminili

Sempre più donne si rivolgono a Lei, che fu martirizzata con l’amputazione delle mammelle, per scongiurare e i tumori al seno e, più in generale, tutte le malattie femminili. Numerosi sono i casi di guarigioni miracolose operate per sua intercessione su casi diagnosticati inguaribili. Sant’Agata, inoltre, protegge le puerpere che hanno male al seno e le gestanti che le si rivolgono per ottenere un parto felice e la grazia di allattare personalmente i propri figli.

L’Iconografia

Sant’Agata è presente nella tradizione artistica catanese e nella considerazione popolare nelle vesti di santa bambina, “Santuzza”, come viene chiamata con affetto, mite e delicata, ma al tempo stesso potente, fiera e temibile. Il Busto, il veneratissimo reliquiario d’argento e smalto, offre un’immagine dolce della santa, con un sorriso placido; ma lo stemma della città, scolpito nella pietra lavica dell’Etna, la raffigura con lo sguardo fiero e con la spada sguainata e pronta a difendere quanti a lei si affidano, un’immagine che incute timore. Le immagini di Sant’Agata la rappresentano con i simboli e gli elementi del martirio: giglio della purezza, palma del martirio, tenaglie, seno reciso. La sua più antica raffigurazione iconografica è un mosaico nella chiesa di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna che risale alla metà del VI secolo e la rappresenta in piedi, vestita dell’abito ufficiale delle diaconesse, una lunga tunica verde.

Le Reliquie

  • Il Busto: dal 1376 la testa e il torace di Sant’Agata sono custoditi in un prezioso reliquiario d’argento lavorato finemente a sbalzo e decorato con ceselli e smalto. Ha l’aspetto di una statua a mezzo busto, con l’incarnato del volto in fine smalto e il biondo dei capelli in oro, in realtà, però, è un raffinato forziere, cavo all’interno, in cui sono custodite le reliquie della testa, del costato e di alcuni organi interni. L’allora vescovo di Catania, un benedettino francese oriundo di Limoges, l’aveva commissionato in Francia, nel 1373, all’orafo senese Giovanni Di Bartolo. La devozione dei fedeli arricchisce continuamente di gioielli, ori e pietre preziose la finissima rete che ricopre il Busto. Tra gli oltre 250 pezzi che a più strati ricoprono il reliquiario, alcuni sono doni di particolare valore. La corona, un gioiello di 1370 grammi tempestato di pietre preziose, fu, secondo una tradizione non confermata, un dono di Riccardo I d’inghilterra detto “Cuor di Leone”, che giunse in Sicilia nel 1190, durante una crociata. La regina Margherita di Savoia, nel 1881, offrì un prezioso anello, mentre il vicerè Ferdinando Acugna una massiccia collana quattrocentesca. Vincenzo Bellini donò alla patrona della sua città un riconoscimento che era stato dato a lui: la croce di cavaliere della Legion d’Onore. Anche papi, vescovi e cardinali negli anni hanno arricchito il tesoro di sant’Agata di collane e croci pettorali, oggetti preziosi che si aggiungono ai tantissimi ex voto che il popolo catanese continua a offrire alla <Santuzza>. Nella stessa data in cui fu realizzato il Busto, gli orafi di Limoges eseguirono anche i reliquiari per le membra: uno per ciascun femore, uno per ciascun braccio, uno per ciascuna gamba. I reliquiari per la mammella e per il velo furono eseguiti più tardi, nel 1628. Attraverso il vetro delle teche, che protegge ma non nasconde, durante la festa di sant’Agata si può vedere il miracoloso velo, una striscia di seta rosso cupo, lunga 4 metri e alta 50 centimetri, che le ricognizioni garantiscono ancora morbida, come se fosse stata tessuta di recente. Attraverso il reliquiario della mano destra e del piede destro si possono scorgere i tessuti del corpo della santa ancora miracolosamente intatti.
  • Lo scrigno: le reliquie del corpo, che per secoli furono conservate in una cassa di legno (oggi custodita nella chiesa di Sant’Agata la Vetere), daI 1576 si trovano in uno scrigno rettangolare d’argento alto 85 centimetri, lungo un metro e 48, largo 56. Il coperchio è suddiviso in 14 riquadri che raffigurano altrettante sante che onorano Agata, la prima vergine martire della chiesa. All’interno si conservano anche due documenti storici: la bolla pontificia di Urbano Il che conferma solennemente che Sant’Agata nacque a Catania e non a Palermo, come voleva un’altra tradizione, e una pergamena del 1666 che la proclama protettrice perpetua di Messina.
  • La reliquia del seno: fra tutte le città italiane di cui Sant’Agata è compatrona, Gallipoli e Galatina, in Puglia, sono coinvolte in una singolare contesa che vede come protagonista una sua reliquia, la mammella. Una leggenda diffusa in Puglia spiegherebbe con un miracolo la presenza della reliquia a Gallipoli. Si dice che l’8 agosto del 1126 Sant’Agata apparve in sogno a una donna e la avverti che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo, poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo. Il prelato recitò una litania invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella, evidentemente quella di Sant’Agata. La reliquia rimase a Gallipoli, nella basilica dedicata alla santa, dal 1126 al 1389, quando il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, nella quale è ancora oggi custodita la reliquia, presso un convento di frati cappuccini. Le altre reliquie A Palermo, nella Cappella regia, sono custodite le reliquie dell’ulna e del radio di un braccio. A Messina, nel monastero del SS. Salvatore, un osso del braccio. Ad Ali, in provincia di Messina, parte di un osso del braccio. A Roma, in diverse chiese si conservano frammenti del velo. A Sant’Agata dei Goti, in provincia di Benevento, si conserva un dito. Altre piccole reliquie si trovano a Sant’Agata di Bianco, a Capua, a Capri, a Siponto, a Foggia, a Firenze, a Pistoia, a Radicofani, a Udine, a Venalzio, a Ferrara. Anche all’estero si custodiscono piccole reliquie di sant’Agata. in Spagna: a Palencia, a Oviedo e a Barcellona. In Francia: a Cambrai, Hanan, Breau Preau e Douai. In Belgio: a Bruxelles, a Thienen, a Laar; ad Anversa. E ancora, in Lussemburgo, nella Repubblica Ceca (Praga) e in Germania (Colonia).

Numerosi i doni preziosi che nei secoli hanno arricchito il mezzobusto della Santa e che hanno formato nel tempo un tesoro dal valore inestimabile, donato tra gli altri da personaggi famosi come la Regina Margherita di Savoia, il viceré Ferdinando Acugna e Vincenzo Bellini. Fra gli altri il più famoso è la corona che spicca sul capo del busto reliquiario: un gioiello in oro tempestato e pietre preziose, donato da Riccardo Cuor di Leone durante una crociata in Sicilia.

Sant'Agata

L’origine dei festeggiamenti

E’ assai probabile che la venerazione per la giovane catanese divenuta santa abbia occupato il posto di una festa preesistente, quella della dea egiziana Iside. Pare, infatti, che durante l’età pagana, venisse celebrata una statua di donna con al seno un bambino trasportata trionfalmente in giro per la città. Niente di strano che i festeggiamenti in onore di Sant’Agata ne abbiano preso il posto, prolungandone i fasti e riprendendone alcuni elementi. La prima occasione ufficiale per festeggiarLa si presentò quando ritornarono a Catania le spoglie della Santa che erano state trafugate.

Era il 17 agosto 1126 e durante la notte i cittadini si riversarono nelle strade della città per ringraziare Dio di aver fatto tornare, dopo 86 anni, le spoglie della amata martire Agata. Una data questa che ancora oggi viene ricordata con una processione più piccola dello scrigno e del busto reliquiario per le vie del centro. Inizialmente di natura esclusivamente liturgica, fu solo con la costruzione della “vara” nel 1376 che i festeggiamenti cominciarono ad assumere una forma più vicina a quella odierna con l’inizio delle processioni per le vie della città di Catania. Prima veniva portato in processione solo il velo della Santa. Gradualmente alla festa puramente religiosa si affiancò una festa più popolare, voluta dal Senato e dal popolo, in cui alle liturgie si affiancarono spettacoli di natura diversa. E’ questa l’origine di una festa civica che tutt’oggi caratterizza i festeggiamenti di Sant’Agata e che, fino quasi alla fine del ‘600, si svolgeva in una sola giornata, quella del 4 febbraio. Dal 1712, vista l’importanza crescente dell’evento, le giornate dei festeggiamenti divennero due, probabilmente perché la città si era espansa talmente tanto che non bastò più un solo giorno per il giro dei diversi quartieri. La festa ai giorni nostri dura dal 3 al 5 febbraio, concludendosi sempre più spesso nella tarda mattinata del 6.

IL PROGRAMMA

Domenica 3 febbraio

(PROCESSIONE DELLA LUMINAIA OFFERTA DELLA CERA)
I festeggiamenti religiosi iniziano il 3 febbraio con la processione per l’offerta della cera che parte dalla Chiesa di Sant’Agata alla Fornace in Piazza Stesicoro per raggiungere la Cattedrale in piazza Duomo. Da Palazzo degli Elefanti, sede del Comune, escono le due settecentesche “Carrozze del Senato” a bordo delle quali il sindaco e alcuni membri della Giunta si recano alla chiesa di San Biagio per portare le chiavi della città alle autorità religiose. Questo primo giorno si conclude la sera “a sira ‘o tri” a Piazza Duomo con un concerto e uno spettacolo pirotecnico.

Lunedì 4 febbraio

(MESSA DELL’AURORA E PROCESSIONE FUORI LE MURA)
I festeggiamenti continuano giorno quattro con una funzione religiosa, “la messa dell’aurora”, nella Cattedrale in Piazza Duomo. Prima della funzione, il mezzo busto con le reliquie di Sant’Agata viene portato fuori dalla “Cameretta” tra le acclamazioni dei devoti. Subito dopo la messa il fercolo viene portato in processione per il “giro esterno” della città. Un giro lungo che finirà alle prime luci dell’alba del 5 con il ritorno in Cattedrale.

Martedì 5 febbraio

(PROCESSIONE DENTRO LE MURA)
Giorno cinque, nella tarda mattinata, in Cattedrale viene celebrato il solenne pontificale. Alle 18, ha inizio il “giro interno” della città. Il fercolo sale per Via Etnea, giungendo a tarda notte a Piazza Cavour. Qui la Santa si ferma per un altro atteso spettacolo pirotecnico dopo il quale il giro riprende giù lungo la via Etnea fino alla “cchianata ‘i Sangiulianu”. Dopo la sosta in via Crociferi per i canti delle suore benedettine, il fercolo ritorna in Cattedrale in pieno giorno per l’ultimo saluto alla Santa.

Viva Sant’Agata e Catania.

 

 

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