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Palermo

giovedì 20 dicembre, alle 21

Detenute “In stato di grazia”: dal carcere al Teatro Biondo di Palermo | FOTO

16 Dicembre 2018
Foto: Francesco Paolo Catalano
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“Il teatro è qualcosa che riguarda la vita vera di tutti noi, e non di meno quella delle detenute dell’Istituto penitenziario Pagliarelli”. Con queste parole, Roberto Alajmo, direttore del Teatro Biondo di Palermo, invita i cittadini ad assistere allo spettacolo “In stato di grazia” della Compagnia Oltremura, in programma giovedì 20 dicembre, alle 21.

Diretta e curata da Claudia  Calcagnile, in collaborazione con Francesco Paolo Catalano, la pièce si ispira a La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini e vedrà in scena 13 detenute-attrici dare voce alla loro autenticità ed invisibilità, alla voglia di libertà, nonostante i legami e le proibizioni; libertà nonostante la loro non-libertà. Tredici donne che, come ha spiegato la stessa regista, “non diventano attrici per un giorno; è un lavoro quotidiano, di ricerca continua. Il teatro è un lavoro che la persona che fa di sé e per sé”.

“In stato di grazia” è frutto di un volontario impegno collettivo, un momento di riflessione dove le protagoniste hanno modo di esprimere sé stesse e dare un nuovo senso alle cose, allo spazio che le circonda. Il teatro quindi al servizio della persona e della comunità.

Ancora una volta uno strumento di bellezza, ma anche di fuga e sovversione, contro pregiudizi, stereotipi e convenzioni sociali. Nato nel 2015, Oltremura è un progetto che in seno all’associazione Mosaico e attraverso un laboratorio di teatro permanente, si rivolge alla sezione femminile dell’istituto penitenziario Antonio Lorusso Pagliarelli, con l’obiettivo di rendere il carcere luogo di cultura e  produzione artistica, e ancora: rendere questo gruppo di donne una vera compagnia teatrale, ed essere riconosciuta come tale.

“Il carcere – ha infine spiegato Claudia Calcagnile, di origini pugliesi e da sempre impegnata nel sociale – è una realtà che avevo già conosciuto durante il mio percorso formativo, ma non ero ancora pronta ad abbracciarla. Sentivo la necessità di fortificarmi ancora un po’, irrobustirmi le ossa, ma era comunque lì che mirava la mia vita. Per me è una necessità. Per quanto impegnativo, è il luogo in cui mi sento più vicina a me stessa, in cui mi identifico completamente. È il mio mondo”.

 

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