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E Abraham Lincoln chiamò Garibaldi

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19 Novembre 2020

In questi anni, un’onda revisionistica, fondata su luoghi comuni e volgari insinuazioni, si è abbattuta sul personaggio che meglio incarna l’epopea del risorgimento italiano. Giuseppe Garibaldi è, infatti, divenuto bersaglio di dicerie di ogni genere dirette a screditarne le qualità morali e perfino quella conclamata perizia militare che ne aveva fatto, agli occhi dell’opinione pubblica, un condottiero di grande valore.

I successi e le clamorose vittorie nei campi di battaglia, da questi improvvisati calunniatori sono stati attribuiti ora alla fortuna ora a poco chiare macchinazioni frutti, soprattutto, di corruzione. In poche parole, si è cercato di accreditare un’immagine negativa del personaggio, riducendolo ad di un omuncolo, perfino di un farabutto, baciato dalla fortuna e, sicuramente, sopravvalutato.

L’episodio che vado a raccontare, con buona pace dei signori revisionisti, dimostra come invece i suoi contemporanei fossero di tutt’altro avviso, e che al contrario lo considerassero uno stratega affidabile, la cui presenza nei campi di battaglia poteva fare la differenza. Una stima che andava ben oltre la penisola e arrivava perfino nelle lontane Americhe.
Eccone un esempio significativo.

L’8 settembre del 1863, dopo un viaggio lungo e molto disagiato, approdava a Caprera una nave militare battente bandiera americana. A bordo c’era il diplomatico Harry Shelton Sanford latore di una missiva personale del presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln al generale Giuseppe Garibaldi. Quella lettera riservata, che tuttavia Garibaldi volle aprire alla presenza del suo ospite, conteneva l’offerta di assumere il comando di una parte dell’esercito dell’Unione che, in quel momento, si trovava in particolare difficoltà nella guerra intrapresa contro i secessionisti del sud.

Garibaldi, come riferisce Shelton nelle sue memorie, fu molto lusingato dell’offerta anche perché considerava la guerra intrapresa dai nordisti, una nobile causa in quanto diretta alla emancipazione degli schiavi negri sul cui bestiale sfruttamento avevano fatto fortuna gli stati del sud. Infatti, per un uomo che aveva fatto della scelta umanitaria lo scopo della sua vita, la battaglia che conduceva Lincoln non poteva che essere la sua stessa battaglia. Così, nonostante, dunque, i postumi della ferita d’Aspromonte, dove era stato fermato dai bersaglieri che gli avevano impedito di raggiungere Roma, fu lì per lì per accettare.

L’accordo, però, non si realizzò solo per un’ingenua insistenza dello stesso Garibaldi che, in una sorta di soprassalto di delirio d’onnipotenza, avanzò la pretesa di assumere il comando dell’intero esercito yankee, una richiesta che se soddisfatta avrebbe suscitato forti malumori nelle gerarchie militari americane. Inoltre, l’eroe dei due mondi aveva anche preteso da Lincoln la sottoscrizione di un documento nel quale il presidente USA attestasse che la guerra che si stava combattendo era dettata esclusivamente da motivi umanitari, cioè come strumento di lotta contro la schiavitù.

Un impegno che avrebbe messo in difficoltà Lincoln visto che, in effetti, i proclamati fini umanitari non costituivano il fine principale di quella guerra ma ne costituivano un’importante appendice. La guerra che Lincoln conduceva aveva, infatti, come obiettivo principale ristabilire la sovranità dell’Unione federale e non “l’abolizione della schiavitù”. Non fu dunque casuale che “l’emancipazione della popolazione nera” fosse stata proclamata solo due anni dopo l’inizio delle operazioni militari.

La missione del diplomatico Shelton non raggiunse l’obiettivo in quanto era evidente che le richieste di Garibaldi non potevano essere soddisfatte. Fu così che Garibaldi con grande disappunto di quanti l’aspettavano oltreoceano – la stampa americana, che era venuta a conoscenza delle trattative, aveva manifestato grande entusiasmo per l’imminente arrivo del “cavaliere dell’umanità” – decise di rinunciare a quell’avventura che il presidente Lincoln gli aveva proposto.

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