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Ecco come maturò l’omicidio Notarbartolo, il primo delitto eccellente di mafia

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11 Ottobre 2019

Nel maggio del 1892 Giovanni Giolitti veniva nominato presidente del consiglio succedendo al siciliano Antonio Starrabba di Rudinì e iniziava quel lungo percorso che lo vedrà per i successivi decenni protagonista di primo piano della storia italiana.

Da attento amministratore del potere, Giolitti impegnava da subito le sue forze per demolire il sistema di potere crispino che, proprio in Sicilia, aveva le sue basi più solide. Non sorprende dunque, riferendoci alla situazione isolana, il suo annuncio di volere “rimettere in ordine le cose” avendo fatto “delle importanti scoperte a Palermo”.

Giolitti si riferiva, sicuramente, all’intreccio perverso fra cricche mafiose e sistema di politico che facevano capo a Crispi, un intreccio che trovava proprio nel Banco di Sicilia il suo punto critico. Proprio tale istituto di credito era già stato al centro di grandi polemiche che avevano visto il direttore generale, Emanuele Notarbartolo – colui che aveva tentato di mettere fine a certe pratiche avviando il risanamento dell’istituto stesso – entrare in rotta di collisione con il consiglio di amministrazione, presieduto dal potente duca Benso della Verdura. Il Banco era appunto dominato da quel sistema di malaffare che faceva capo a certa aristocrazia e borghesia la quale non si faceva scrupolo di stabilire rapporti col la mafia.

Proprio per questo suo fermo proposito di ristabilire la legalità, che aveva finito per determinare lo scioglimento del consiglio d’amministrazione, Notarbartolo nel 1890 era stato alla fine destituito. Le parole di Giolitti fecero, dunque, suonare il campanello d’allarme fra quanti avevano interesse nel Banco anche perché, immediatamente, circolò la voce che il nuovo presidente del consiglio avrebbe avuto intenzione di reintegrare nelle funzioni di direttore generale proprio lo stesso Notarbartolo: una gravissima provocazione per chi non intendeva affatto rinunciare a servirsi dell’istituto creditizio per alimentare clientele e per finanziare operazioni non sempre limpide.

Una probabile nomina che Raffaele Palizzolo, deputato nazionale e uno dei più potenti politici locali – anche questo legato a Crispi e alle consorterie locali – avvertiva come vera e propria minaccia al sistema di potere. Fermare quella nomina costituiva, pertanto, un imperativo categorico per chi, come Palizzolo, non intendeva rinunciare al controllo dell’istituto creditizio.

Non sappiamo come si addivenne alla decisione, colpire così in alto era un’assoluta novità e non si sapeva quali reazioni avrebbe potuto provocare, ma sicuramente l’assassinio dell’ex sindaco di Palermo, che tante simpatie godeva in città, non dovette essere decisione improvvisata e attribuibile al solo Palizzolo come dai capi d’accusa che provocarono vari processi che seguirono al delitto.

Certo è tuttavia che, il 1° febbraio 1893, nel tratto fra Termini Imerese e Altavilla, Emanuele Notarbartolo, prima vittima eccellente di mafia, venne accoltellato a morte. Nonostante qualche depistaggio, le indagini si indirizzarono quasi subito su Raffaele Palizzolo come mandante e su due membri della cosca di Villabate, Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, come esecutori. Il processo che si svolse a Bologna si concluse nel 1902 con la condanna a 30 anni dello stesso Palizzolo e del killer Fontana.

Ma la vicenda non si chiuse lì. La Cassazione presso la quale il processo era stato impugnato, annullò infatti la sentenza di Bologna e tutto dovette ricominciare daccapo. A Firenze, dove si ripigliò l’iter processuale, alcuni testimoni chiave non ci erano più, e l’altro presunto killer, il Filippello, era già morto. Tutto si concluse, nonostante l’insistenza e la inappagabile ansia di giustizia del figlio della vittima, con la classica formula dell’assoluzione generale per insufficienza di prove.

Una conclusione che in Sicilia indignò ben pochi, visto che il Palizzolo, dopo l’assoluzione del 1904, fece ritorno in tutta tranquillità a Palermo – su un piroscafo della Navigazione generale, la compagnia dei suoi amici e sostenitori Florio – dove, in nome di quel deleterio sicilianismo, che ha segnato la storia siciliana dall’unità in poi, venne accolto come un trionfatore dal popolo palermitano.

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