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El Barbun e il Presepe

di
15 Dicembre 2018

Carissimi,
Non so voi ma io il mio presepe ce l’ho costantemente davanti agli occhi tutto l’anno e non ho necessità di farlo per le festività natalizie.

Scendo di casa e davanti la chiesa ho una costante “natività” quale allegoria di una giovane madre che con qualunque tempo e stagione, alle sette del mattino viene lasciata con il suo bimbo sugli scaloni della chiesa da un moderno San Pietro con il suo vecchio Mercedes.

Si, oggi Pietro ha la barba e un sorriso con tanti denti d’oro e non fa il falegname e non voglio neanche sapere che mestiere fa e se ha un mestiere, ma certamente non ha tempo da perdere per stare nel presepe a guardare la moglie e il bambinello, anzi certe volte la sera, quando ubbriaco viene a riprendersi la sua “madonna” si incazza pure se questa non porta a casa almeno 50 euro quale profitto della commozione umana, naturale davanti il “presepe”.

E che dire dei pastori in adorazione, un gruppo di “pazzi” che si intrattengono a discutere davanti la “mangiatoia” su discorsi tra i più vari e strani con coloro che passano.

Uno di questi molto educatamente ogni volta che mi vede mi saluta ossequioso: “buongiorno dottore”. Io gli sono grato per la sua gentilezza poiché ho abitato per anni in un palazzo dove la vicina casa non mi ha mai salutato ne risposto ai miei saluti e spesso vedendomi arrivare mi sbatteva il portone in faccia.ù

Un altro soggetto più in là, dipinge con tanta passione, quadri che sarebbe ingiusto definire banali o orribili se non avessi visto in questi anni “opere definite contemporanee” nei musei che ambirebbero a somigliare a quelle del mio amico “pazzo” non raccomandato politicamente per esporre in gallerie.

Nel mio presepe, non c’è l’acquaiolo ma c’è l’ambulante con la sua “lapa” e l’ombrellone che vende verdure e peperoncino e nella stagione adatta cuoce anche le caldarroste.

E tutto si perpetra per tutto l’anno, una miseria umana lontana dai telegiornali e dai dibattiti televisivi.
Ogni tanto senza attendere l’epifania arrivano i “re magi” con sacchi pieni di vestiti dismessi e allora quando Giuseppe la sera ritorna in compagnia del figlio maschio, devasta in maniera rituale questi sacchetti cospargendo nel marciapiede tutti i vestiti dopo aver selezionato e preso ciò che gli può tornare utile.

Giuseppe è un uomo pratico, anche se all’oro che già possiede nella sua bocca, l’incenso che sostituisce con pacchetti di sigarette senza filtro, avrebbe gradito al posto della mirra la birra. E così davanti a questa moderna mangiatoia c’è un via vai di “pastori” molto attenti a tutto ciò che succede nel territorio, ma ciò che in questi tempi mi ha colpito più di tutto è una capanna, un alloggio improvvisato di cartone distante o meglio tenuto a distanza da questo presepe moderno, posta nella rientranza di una vetrina, dove sosta un uomo di non stimabile età, con un barbone scuro, capelli ricci scuri e profondi piccoli occhi neri, anch’essi scuri, immerso in un mondo a se, lui non parla o meglio non l’ho mai visto parlare con nessuno, ma capisco che anche il presepe lo ha allontanato.

Costui seduto per terra passa il tempo ad osservare e contare i suoi tesori disposti davanti le sue gambe piegate, qualche tappo metallico, una pietra, monetine e una bottiglietta d’acqua, nulla, non possiede nulla, non ti chiede soldi ma se lo guardi ti paralizza con un dolce sorriso, specchio di chi sa quale storia e di chi egli fu prima di finire vagabondo per strada.

L’altro giorno incrociando il suo sguardo gli ho chiesto scusa, lui non sapendo di che in silenzio come sempre mi ha sorriso, avrei voluto dirgli il perché di quelle scuse, ma avrei dovuto spiegargli che credevo veramente di cambiare il mondo e le cose sbagliate e forse son finito per esser sbagliato anche io, utile idiota come tanti che si voltano dall’altra parte, che vengono usati per perpetrare ingiustizie motivandole con: “una volta sola che danno vuoi che faccia!”

Grande rispetto per chi travolto dalla vita non accetta compromessi e manda il mondo a fanculo come l’Amico “Barbun”.
Un abbraccio, Epruno.

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