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Brand Cinquestelle a parte nessuno vuole i simboli

Elezioni fuorigioco. A Palermo i partiti all’angolo nella corsa per il nuovo Sindaco

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31 Gennaio 2017

Per sapere chi vincerà ci vuole ancora del tempo, per stabilire chi ha perso già ci possiamo portare avanti. Nella campagna elettorale che elegge il prossimo sindaco di Palermo, guai a parlare di partiti. Né bene, né male. La sfida dei linguaggi si inerpica giornata dopo giornata ponendo al centro con chiarezza solo i candidati-interlocutori.

cam-140x180Il “vengo anch’io, no tu no” della politica palermitana pare destinato a fare vittime illustri tra cui il Pd, mentre non si conosce ancora il destino del simbolo italo-forzista, che ha consentito a Diego Cammarata di battere rispettivamente personaggi del calibro di Francesco Musotto nel 2001 e Leoluca Orlando nel 2007.

Un bisogno comune e diffuso oggi vuole vittime sacrificali, incombe alla ricerca del messaggio più accattivante, anche se paradossale. Prendiamo Orlando. Domenica al Teatro Golden non poteva avere partiti accanto a sé. Non li avrebbe potuto mettere a sedere quasi per lo stesso arco di tempo di cui ha avuto bisogno il Palermo per portare via un punto da Napoli. Quando lo slogan poco originale “Facciamo squadra” si è abbattuto sulla scena, il silenzio della sorpresa quasi copriva gli applausi liberatori che scioglievano le righe. Orlando che fa squadra è la rondine che fa primavera.

Con i partiti al fianco Orlando non avrebbe potuto dire tutto e il suo contrario. I numeri delle partecipate si sono colorati di una tinta di ottimismo e gli impianti di Piano Battaglia che la Regione con l’ex Provincia di Palermo ha avviato a conclusione dopo un iter farraginoso di cui c’è poco da gioire, si riaprono per magia quando lui schiocca le dita.

fabrizio-ferrandelliMa i partiti sono di intralcio anche a Fabrizio Ferrandelli. Uno che nel bel mezzo di un’estate difficile della politica siciliana lascia un seggio all’Ars e comincia a sperimentare coraggio e Palermocrazia. E se Orlando commette l’errore di ostentare indifferenza nei suoi confronti non nominandolo quasi mai, lui lo nomina troppo spesso. Adesso che dovrà svoltare sui contenuti anche per lui il linguaggio dei simboli non porta valore aggiunto.

Partiti in declino dunque e storie di ieri dunque. Forse. Se non fosse per il fatto che a Partanna, all’Arenella, a Cruillas, nelle borgate che ieri pulsavano di voti e di richieste, di facce che garantivano un consenso, i partiti sapevano entrare. Con arroganza o in punta di piedi, a colpo sicuro o per tentativi. Nelle amministrative di Palermo il tempo diventa fatato e libera una energia diversa che sa di memoria e di necessità. Di bisogno di riconoscibilità. Al Golden casualmente uno opposto all’altro si trovavano Edy Tamajo e Totò Lentini. Il rosario delle cose belle sfilato da Orlando si andava in quel momento idealmente a sovrapporre alla loro capacità di penetrazione nei territori palermitani. Nel nome rispettivamente di Cardinale e D’Alia, ma soprattutto nel proprio nome. Stessa cosa succederà per i grandi elettori di Ferrandelli. Senza simboli, ma con ognuno con la sua faccia.

La sintesi indiretta dei partiti passa sul campo.

forelloChi non ha bisogno di un linguaggio, ma deve essere solo sufficientemente riconoscibile è Ugo Forello. Potrà leggere i numeri della crisi dell’Amat anche a saltare e ricordare ai partiti di ieri che non è cambiando nome che si nasconde la faccia.

Un vantaggio comunque dalla fine dei partiti al momento rimane. Potremo sentire un sacco di proposte per la città. Nuove, diverse, possibilmente originali. Poi Palermo andrà al voto, assalita in piena primavera, dal brivido freddo di essere stata gabbata. I partiti, saranno rimasti infatti al loro posto, camuffati, mimetizzati, nelle necessità dell’intercessione e del filtro. Nella sopravvalutazione del leader fai da te. Da Partanna, dall’Arenella, da Cruillas. Ma anche dalla città. È un divenire che serve a tutti.

Il mondo plastico della politica. Quello che ha fatto impazzire domenica Orlando nella sua platea over 60. Poi ci saranno gli altri. I giovani e gli arrabbiati. Vediamo chi ne conta di più.

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