ESCLUSIVO | “Un amico lo tradì”. Dopo 31 anni ecco le prove del Delitto Agostino :ilSicilia.it
Palermo

Il duplice omicidio del 5 agosto 1989

ESCLUSIVO | “Un amico lo tradì”. Dopo 31 anni ecco le prove del Delitto Agostino

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9 Settembre 2020

Trentuno anni fa era solo un ragazzino, non aveva ancora compiuto 16 anni, e andava a pescare con Nino Agostino, il poliziotto ucciso a Villagrazia di Carini la sera del 5 agosto 1989. Accanto al corpo dell’agente crivellato dai colpi di una calibro 38 (mai ritrovata) un lago di sangue e il cadavere della moglie Ida Castelluccio, incinta di 5 mesi.

Da quel giorno Francesco Paolo Rizzuto, detto “Paolotto“, quel ragazzino quindicenne “amico” di Agostino, ha vissuto in libertà, nascondendo – secondo i magistrati – particolari importantissimi per risalire ai killer del duplice omicidio. Secondo gli inquirenti sarebbero stati i boss dell’Arenella Gaetano Scotto e Nino Madonia. Due pezzi grossi di Cosa nostra.

Oggi però, grazie alle intercettazioni della DIA e a nuove testimonianze, il caso si è riaperto. Fino a gennaio 2020 sembrava archiviato per sempre; ma dopo appena due settimane, il 13 febbraio 2020, il procuratore generale Roberto Scarpinato e i sostituti Nico Gozzo e Umberto De Giglio annunciavano la svolta: dopo 31 anni, si aprirà un processo con tre indagati sul misterioso delitto, in cui – secondo il giudice Falcone – ci sarebbe stata una convergenza di interessi tra la mafia e le cosiddette “menti raffinatissime”.

Domani, 10 settembre, sarà una giornata storica perché dopo 31 anni si aprirà finalmente l’udienza preliminare

ScarpinatoSui due presunti esecutori materiali del delitto ci sarebbero una valanga di prove, racchiuse nelle oltre mille pagine della richiesta di misura cautelare, rigettata dal Gip il 20 gennaio 2020. Ma quasi nessuno sa chi è il misterioso ragazzino che per i magistrati ebbe quasi un ruolo di basista.

 

GLI INDIZI CONTRO RIZZUTO

Cosa ha visto all’epoca il giovane Paolotto Rizzuto, oggi 46enne? Secondo i magistrati avrebbe assistito al delitto, ma avrebbe taciuto e mentito, non raccontando importanti dettagli per risalire agli esecutori materiali. Rizzuto quindi ora è indagato per favoreggiamento aggravato.

Ecco l’inventario delle ‘prove‘ contro di lui.

1) IL PENTITO MARINO MANNOIA

pentito Francesco Marino Mannoia, il chimicoA fare per primo il nome di Rizzuto, addirittura 76 giorni dopo il delitto, fu il pentito Francesco Marino Mannoia, che il 20 ottobre 1989, all’inizio del suo percorso collaborativo con la giustizia, «aveva riferito spontaneamente alcune circostanze, attinenti all’omicidio Agostino, che gli erano state raccontate da sua moglie Rosa Vernengo», scrivono gli inquirenti.

Ecco uno stralcio del verbale dell’interrogatorio di Mannoia: «…Cosimo Rizzuto (padre di F.sco Paolo, ndr) era solito andare a pesca con quell’agente di Polizia recentemente ucciso a Palermo (Agostino, ndr); anzi mi ha riferito, ma non so se ciò sia vero, che all’omicidio avrebbe assistito il più grande dei figli di Cosimo Rizzuto, a nome Paolo…». Dichiarazioni poi confermate nell’interrogatorio di 29 anni dopo (il 18 maggio 2018).

2) L’INTERCETTAZIONE VIDEO ALLA DIA

Quelle dichiarazioni a pochi giorni dal delitto ovviamente erano troppo poco per formulare accuse.

Le indagini non si fermarono e solo «recentemente, un particolare approfondimento investigativo è stato riservato alla figura ed al ruolo di Rizzuto Francesco Paolo, il ragazzo che la notte precedente all’omicidio era rimasto in compagnia di Agostino». In particolare, «gli elementi acquisiti nel corso delle indagini, senz’altro idonei a rivelare la falsità (o la reticenza)» delle dichiarazioni rese «dai Rizzuto, ed in particolare da Rizzuto Francesco Paolo, inducono a ritenere che gli stessi abbiano conoscenza (anche diretta) di circostanze estremamente rilevanti nella ricostruzione dell’omicidio».

DIA blitz Antimafia-Arenella White Sharks«Tale conclusione è avvalorata, in primo luogo, dai risultati del servizio di intercettazione ambientale… Dall’ascolto e dalla visione della registrazione audio/video eseguita il 22 febbraio 2018 presso la sala testi dell’ufficio della DIA presso cui erano stati convocati i Rizzuto, era possibile rilevare che Rizzuto Cosimo, appena terminata la sua escussione, nel rientrare nella sala di attesa ove si trovata il figlio Rizzuto Francesco Paolo (che doveva ancora essere sentito) si era rivolto verso lo stesso Rizzuto Francesco Paolo e, senza pronunciare alcuna parola, aveva portato il dito indice al naso, con il chiaro intento di intimare al figlio di non parlare; analogo gesto veniva successivamente ripetuto dal Rizzuto Cosimo quando il figlio Rizzuto Francesco Paolo rientrava nella sala di attesa dopo essere stato escusso», scrivono i pm.

3) IL MOTORINO “FANTASMA

L’allora 15enne Rizzuto raccontò nel 1989 in sede di prima verbalizzazione che, dopo aver sentito gli spari a Villagrazia, per paura era scappato a bordo di un motorino verso la vicina casa di suo zio Antonino Castiglione. Ma sarebbe proprio quest’ultimo a smentirlo, poiché ha raccontato che la sera del duplice omicidio il nipote era giunto presso la sua abitazione a piedi:

«Per quanto mi ricordo, mio nipote quella sera non mi parlò dell’omicidio Agostino, del quali appresi solo il giorno dopo dall’ambiente del paese (…) Ricordo che mio nipote arrivò a casa mia a piedi, dicendo di provenire dal mare, proprio nel momento in cui stavo cenando con la mia famiglia. (…) La stessa sera, verso le 23 circa, si presentò nella mia abitazione di via Priamo mio cognato Rizzuto Cosimo che, accompagnato da una macchina della Polizia, venne a riprendersi Francesco Paolo suscitando in me una certa meraviglia».

Stando a questa versione, quindi, quella sera il ciclomotore “fantasma” non sarebbe stato riportato indietro da nessuno. La circostanza del motorino assume un ruolo importante molti anni dopo: gli zii Antonino Castiglione e Maria Antonietta Mandarano sono convocati a testimoniare il 28 maggio 2018.

Alle ore 13:51 del giorno prima Cosimo Rizzuto, forse preoccupato per il figlio, viene intercettato: al telefono col nipote Giuseppe Castiglione, gli dice di ricordare «ai genitori di riferire che quella sera Francesco Paolo era arrivato a casa loro cu’ mutureddu».

RIZZUTO C.: Già lo sanno? A posto? Perché u picciriddu poi sinni vinni da ni mia e la sera se lo è venuto a prendere pure sua madre … hai capito?

CASTIGLIONE G.: si … allora loro quando è venuto Paolo a piedi che se ne era salito da loro perché si spaventava

RIZZUTO C.: Cu mutureddu era… no a piedi…con un mutureddu aveva…

CASTIGLIONE G.: Ah … il mutureddu? RIZZUTO C.: Si, cu mutureddu era.

Nonostante la specifica indicazione del cognato, Antonino Castiglione ribadì che quella sera il nipote Paolo era arrivato a piedi. «L’interesse manifestato dal Cosimo Rizzuto per la questione del motorino (che fino a quel momento non aveva formato oggetto di alcun approfondimento da parte degli inquirenti) nonché l’accertata falsità della dichiarazione resa, al riguardo, da Rizzuto Francesco Paolo, appaiono logicamente riconducibili alla necessità di predisporre una versione giustificativa, nel timore che qualcuno dei testimoni avesse rivelato di aver notato Rizzuto Francesco Paolo effettivamente allontanarsi dall’abitazione degli Agostino a bordo di un ciclomotore, ma non dopo l’omicidio, bensì poco prima della sua esecuzione», scrivono i pm.

A fronte anche di quanto rivelato dal padre di Nino Agostino, il Signor Vincenzo (cioè la strana insistenza con cui quel pomeriggio Francesco Paolo gli aveva chiesto continuamente di Antonino e di quando sarebbe rientrato a casa) i magistrati scrivono che «alla stregua delle risultanze acquisite (non potendosi, al riguardo, omettere anche le indicazioni fornite da Marino Mannoia Francesco), che il Rizzuto Francesco Paolo, pur senza avere consapevolezza del piano omicida (all’epoca dei fatti aveva poco meno di 16 anni), abbia ricevuto l’incarico di avvisare tempestivamente qualcuno dell’arrivo (a Villagrazia) di Agostino Antonino, compito che eseguì utilizzando un ciclomotore per portarsi velocemente nel luogo in cui recapitare il messaggio».

4) LE INTERCETTAZIONI COL PADRE

Un «ulteriore elemento dimostrativo dell’atteggiamento significativamente omertoso dei Rizzuto si trae dal contenuto della conversazione telefonica intercorsa alle ore 16:30 del 26 maggio 2018» proprio tra padre e figlio. Francesco Paolo informava il padre che «hanno mandato a chiamare pure l’altro (facendo riferimento all’avvenuta convocazione dello zio Antonio Castiglione); appresa la notizia, Rizzuto Cosimo ammoniva il figlio a non parlare al telefono dell’argomento».

Nuovamente sollecitato dai magistrati a riferire la verità, «anche a fronte della specifica contestazione delle risultanze emerse nel corso delle indagini, Rizzuto Francesco Paolo confermava la versione già fornita e veniva, pertanto, sottoposto ad indagini in ordine al reato di favoreggiamento personale aggravato».

5) LA MAGLIETTA PIENA DI SANGUE

Un nuovo elemento «di notevole rilievo investigativo», scrivono i pm, è dato da un’intercettazione ambientale del 27 maggio 2018, tra l’indagato e un uomo non identificato.

PAOLO: Tanno la magliettina mia tutta china china i sangue… capisti?

VOCE MASCHILE: va bè ma tu ci dasti aiuto…

PAOLO: Io ci dissi ca io un c’era … (inc.) …scappavo…

VOCE MASCHILE: … (inc.) …

PAOLO: Ma io … (inc.) …tanno… tanno… ora … (inc.) mi vinniru a pigghiari iddi …avevano già un casino …(inc.) …mi livaiu a magliettina, scappavo …(inc.) …

VOCE MASCHILE: a ittassti ddà ntierra

PAOLO: ddà ni so patri, puoi a pigghiò e sa purtò

È lo stesso Rizzuto Francesco Paolo ad affermare quindi che la maglietta da lui indossata era piena di sangue (…Tanno la magliettina mia tutta china china i sangue… capisti?), «sottolineando, a fronte della possibile versione giustificativa suggerita dall’interlocutore non identificato, cioè che questo era spiegabile con il fatto che aveva prestato aiuto (…va bè ma tu ci dasti aiuto…), che invece aveva dichiarato di essere scappato subito (… Io ci dissi ca io un c’era… scappavo…); precisava, poi, che prima di scappare si era levato la maglietta, che era stata presa e portata via dal padre di Agostino (…ddà ni so patri, puoi a pigghiò e sa purtò…)», continuano gli inquirenti.

Il Signor Vincenzo Agostino non ricorda nulla sul possibile ritrovamento, subito dopo l’omicidio, di una maglietta insanguinata. Pertanto è possibile che la frase “a purtò e sa pigghiò” sia riferita a qualche altro soggetto misterioso.

Nino Agostino a pescare

Per i pm «la circostanza della maglietta piena di sangue, risulta particolarmente significativa in quanto:

A) dimostra inequivocabilmente che Rizzuto Francesco Paolo entrò in contatto fisico con le vittime (presumibilmente Nino Agostino) negli attimi immediatamente successivi alla esplosione dei colpi di pistola, risultando in tal senso assolutamente verosimile che fosse presente, nel luogo, anche nel momento in cui fu eseguita l’azione omicida;

B) costituisce un formidabile riscontro alle dichiarazioni rese già nel 1989 da Marino Mannoia;

C) rappresenta un ulteriore elemento di conferma della falsità e reticenza delle dichiarazioni rese agli inquirenti da Rizzuto Francesco Paolo».

 

VERSO IL PROCESSO… 


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