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Una donna d'altri tempi e per ogni tempo

Giovanna Trigona, una siciliana d’altri tempi simbolo di emancipazione femminile

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13 Ottobre 2019

La nostra storia ha per protagonista la nobildonna Giovanna Trigona, figlia di Giulia Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò e del Conte Romualdo Trigona.

Caso Trigona

La sua vita e quella della sorella Clementina furono funestate dall’efferato omicidio della madre, trafitta da numerose coltellate, infertele dall’amante, il Tenente di cavalleria Vincenzo Paternò del Cugno, nella stanza 8 dell’Hotel Rebecchino di Roma, a due passi dalla Stazione Termini, in cui si era recata per l’ultimo incontro, avendo deciso di troncare la relazione, che non sapeva essere con la morte, la nera signora con la falce. Giulia, è importante ricordarlo, sennò le si farebbe un grave torto, non appartiene al paradigma di moglie fedifraga perché stanca del ménage quotidiano, ma di donna trascurata e diventata invisibile per quel marito, Romualdo, tanto amato che, dopo dieci anni di amore e due figlie, Clementina e Giovanna, aveva cominciato a trascurarla, intrecciando una relazione extraconiugale con una ballerina della Compagnia di Scarpetta, vissuta, peraltro, senza alcuna riservatezza che, causandole uno smisurato dolore, la spinse a chiedere la separazione ufficiale.

Questa premessa è necessaria per inquadrare Giovanna che, forse, a causa della triste storia della madre, simbolo della donna schiacciata dall’ipocrisia dei tempi, dalle convenzioni sociali e dall’uomo onnipotente, dinanzi al quale non si poteva che essere impotenti, divenne icona, sin da piccola e capirete il perché, nel cammino di emancipazione della donna siciliana.

Il 2 marzo del 1911, alle 12, si spegne tragicamente Giulia; il 24 ottobre dello stesso anno, Vincenzo Paternò, il femminicida, ad alcuni non piace questo termine, ma essendo ormai piaga sociale e avendo una definizione che circoscrive il reato ai danni delle donne, occorre definirlo così in qualsiasi epoca storica sia avvenuto, fu inviato al manicomio giudiziario di Aversa e affidato al Professore Filippo Saporito, illustre alienista e direttore dell’istituto, che, smentita la tesi della difesa e descrivendo l’uomo come “un volgare simulatore”, sancì il suo trasferimento nel carcere di Roma “Regina Coeli”.

Il processo, che si aprì il 17 maggio 1912 presso la Corte d’Assise di Roma, vide Giovanna e Clementina Trigona, le piccole figlie della vittima, costituirsi parte civile. La Corte, il cui verdetto fu pronunciato la sera del 28 giugno dello stesso anno, non credendo alla volontà suicida dell’imputato, che si era sparato dopo aver accoltellato Giulia, lo condannò alla pena dell’ergastolo. Trent’anni dopo, nel 1942, a 62 anni, Vincenzo Paternò ricevette la grazia, riacquistò la libertà e, tornato a Palermo, morì nel 1949 dopo aver sposato la propria cameriera. Giovanna nata nel 1904, e morta nel 1994, all’epoca dei fatti, quindi, era una bambina di appena otto anni che, però, assieme alla sorella volle farsi carico di un onere troppo grande per le sue fragili spalle, quello di intervenire al processo penale contro colui che aveva stravolto per sempre la sua vita e quella di Clementina, spegnendo i loro sogni di bambine e consegnandole a una precoce adultità senza l’amorevole guida materna.

Giovanna, che sembrava destinata a una giovinezza dorata, vivendo nel Palazzo del Quirinale, visto che il padre era gentiluomo di Corte Reale e la madre non solo prima dama d’onore della regina Elena, ma madrina di battesimo del principe Umberto, dopo la morte di Giulia, fece ritorno con il padre e la sorella maggiore a Palermo; ma il trauma subito, una cicatrice sanguinante che non sembrava potersi rimarginare, e potrebbe racchiudersi in una frase di Isabelle Allende: “E’ inutile ricoprire di terra le ferite psicologiche, bisogna farle respirare affinché possano cicatrizzare“, ricevette quell’aria curativa dall’incontro con Beppe Albanese, comandante della Regia Aeronautica e pilota automobilistico, che sposò nel 1923 e da cui ebbe il figlio Marino.

Targa Florio Bepppe Albanese

Il marito, con il suo entusiasmo, riuscì a lenire la sua sofferenza che, anche se attutita, sempre l’avrebbe accompagnata, coinvolgendola nelle sue passioni sportive: la Targa Florio e il Giro Aereo Internazionale di Sicilia; ma ai compiti di rappresentanza, che svolgeva con la grazia, la classe e il fascino che la contraddistinguevano, Giovanna ne preferiva altri. Infatti, nel corso della seconda guerra mondiale, divenne crocerossina, volontaria di guerra e gestì uno dei primi Comitati femminili, che confluirono nel Comitato nazionale per la Sicilia, subito dopo l’Armistizio dell’ 8 settembre del 1943; si distinse, inoltre, nell’assistenza dei degenti negli ospedali, negli ospizi e nelle case di cura con quello spirito di servizio che albergava in lei e, a fine conflitto, nel 1947, a fianco dell’onorevole Alfredo Cucco, fondò a Palermo il Movimento Sociale Italiano.

Questa grande protagonista, esempio di forza e determinazione, non appena fu concesso alle donne di fare politica attiva, si candidò al Consiglio comunale nel Msi e fu la prima palermitana a sedere sugli scranni di Palazzo delle Aquile, da cui si batté in difesa della famiglia e delle classi meno abbienti della città, azione che svolse, anche, in qualità di Dama della Società San Vincenzo de Paoli, o Dama della Carità, fondata in Francia da Federico Ozanam nel 1833, devoto del Santo. Nel 1949 accanto a Giorgio Almirante, al Primo Congresso regionale del Movimento Sociale Italiano, Giovanna sedette a fianco dei relatori.

Lucio-piccolo-e-giuseppe-tomasi-

Sostenitrice incrollabile della centralità, libertà e consapevolezza della donna, continuò quel cammino di emancipazione, che aveva iniziato, inconsapevolmente, sfidando il moralismo dell’epoca, la madre, diventando importante e ascoltata figura politica. Questa eclettica donna, animata e abitata da tanti mondi, tra le altre cose, fu presidente dell’Associazione a favore dei profughi giuliani e dalmati; fondatrice, assieme alla signora Di Figlia, della Casa del cane, alla Favorita; lettrice attenta, sensibile alla narrativa e alla poesia, cosa che non stupisce essendo prima cugina del poeta Lucio Piccolo, Casimiro e Agata Giovanna, e di Giuseppe Tomasi di Lampedusa; creatrice, a fianco di Teresa Landolfi Di Blasi, dama di Santa Caterina, e alla sorella Clementina, del Piccolo Teatro di Palermo e, con Vittorio Umiltà, storico avvocato palermitano, tra i fondatori dell’Associazione “Salvare Palermo“.

Giovanna Albanese Trigona, inoltre, si adoperò molto per migliorare le condizioni del quartiere intorno a palazzo Trigona, danneggiato dai bombardamenti, e stabilì con tutti un legame così viscerale, fatto di stima e di affetto, che, dopo la sua scomparsa, venne fatta la richiesta al figlio di poter affiggere nell’atrio del palazzo una lapide con scritto: “Amò tutti e fu riamata, unì tutti e non separò mai“.

Una curiosità, che ne fa una lottarice a 360°, la vide impegnata in una querelle con la Rai che, nel 1978, mandò in onda “Il delitto Paternò“, uno sceneggiato che, incentrato proprio sulla dolorosa vicenda che vedeva protagonista l’amata madre, interpretata da Delia Boccardo, fu vissuto da Giovanna come un oltraggio alla memoria materna, tanto da chiedere i dovuti aggiustamenti, appello che, purtroppo, rimasto inascoltato, le provocò un senso di sconfitta che la accompagnò per tutta la vita.

Vogliamo chiudere questo racconto su Giovanna Albanese Trigona, donna straordinaria, con una vita fatta di luci e ombre, gioie e dolori, battaglie di civiltà, impegno sociale e politico, con una frase di Oriana Fallaci, che sembra un vestito cucitole addosso: “Essere donna è così affascinante. E’ un avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai“.

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