14 Ottobre 2019 - Ultimo aggiornamento alle 18.15

nel giorno del terzo anniversario del vile attentato mafioso

Giuseppe Antoci nominato presidente onorario della “Fondazione nazionale Caponnetto”

18 Maggio 2019

E’ Giuseppe Antoci, ex presidente del Parco dei Nebrodi, che ha lottato con coraggio in Sicilia la mafia dei Pascoli creando un Protocollo di Legalità, oggi Legge dello Stato, il nuovo Presidente Onorario della Fondazione Nazionale Caponnetto.

Il Direttivo Nazionale, guidato dal presidente Calleri, ha voluto all’unanimità riconoscere a Giuseppe Antoci l’importante ruolo di Presidente Onorario che affiancherà la moglie del giudice Caponnetto, Elisabetta Baldi Caponnetto, che già lo riveste dalla istituzione della Fondazione.

E’ per me una grande emozione – dichiara Antoci – ringrazio il presidente Calleri e tutta la Fondazione per questa nomina a Presidente Onorario che raccolgo come segnale di grande stima, affetto e amicizia. Ma ne sento forte anche la responsabilità”.

La Fondazione si ispira al Giudice Caponnetto noto per aver guidato il famoso Pool antimafia di Palermo. Dopo l’assassinio di Chinnici ne prese le redini nel novembre 1983. Accanto a sé chiamò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Gioacchino Natoli, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. La loro attività portò all’arresto di più di 400 criminali legati a Cosa Nostra, culminando nel maxiprocesso di Palermo, celebrato a partire dal 10 febbraio 1986. È considerato uno degli eroi simbolo della lotta al crimine organizzato italiano e concluse la sua carriera nel 1990 dovendo assistere prima alla morte di Falcone e poco dopo di Borsellino, assassinati dalla mafia.

Divenne celebre il suo amareggiato commento alle telecamere poco dopo la strage di via d’Amelio, in cui disse: «È finito tutto!», stringendo le mani del giornalista che poneva la domanda. Di tale commento si pentì subito, come spiegò pochi minuti dopo alla cittadinanza durante i funerali di Paolo Borsellino:

«Era un momento particolare, di sgomento, di sconforto. Ero appena uscito dall’obitorio – dice Caponnetto – dove avevo baciato per l’ultima volta la fronte ancora annerita di Paolo. Quindi è umanamente comprensibile quel mio momento di cedimento, forse non scusabile, ma comprensibile. In quel momento avrei dovuto – avevo l’obbligo, forse, e avrei dovuto sentirlo quest’obbligo – di raccogliere la fiaccola che era caduta dalle mani di Paolo e di dare coraggio, di infondere fiducia a tutti. E invece furono i giovani di Palermo a dare coraggio a me, che trovai dopo pochi minuti in piazza del tribunale. Mi si strinsero attorno con rabbia, con dolore, con determinazione, con fiducia, con speranza. E allora capii quanto avevo sbagliato nel pronunciare quelle parole e quanto bisognava che io operassi per farmele perdonare: operassi per continuare l’opera di Giovanni e Paolo».

Da allora, invece di ritirarsi in pensione, iniziò instancabilmente un viaggio per le scuole e le piazze di tutta Italia per raccontare, soprattutto ai giovani, chi fossero Falcone e Borsellino e lo sforzo contro il fenomeno mafioso. Caponnetto intervenne in centinaia di scuole, diventando un testimone di etica della politica e della vita civile, della giustizia e della legalità.

Caponnetto parla di fiaccola caduta dalle mani di Borsellino, di Falcone e di tanti altri trucidati dalla mafia solo perché svolgevano il loro dovere – dichiara Antoci. Nel momento in cui mi hanno comunicato di essere stato affiancato alla moglie di Caponnetto alla Presidenza Onoraria della Fondazione, in quel momento, proprio in quel momento, ho sentito quella fiaccola stretta fra le mie mani e la sento oggi come la sentì quel giorno il Giudice Caponnetto. Con forza, determinazione, umiltà e rettitudine – continua Antoci – insieme a tutti i componenti della Fondazione, farò in modo di onorare la scelta di Caponnetto e di esserne degno, per Lui, per quei giovani che lui amava molto e per la tanta gente per bene e onesta che aspetta solo di prendere nelle mani quella fiaccola e poter accendere il braciere della vittoria contro la mafia. Farò il mio dovere fino in fondo – conclude Antoci.

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