Gocce di anatomia: gli impianti cocleari, le basi anatomiche :ilSicilia.it

la rubrica di Francesco Cappello

Gocce di anatomia: gli impianti cocleari, le basi anatomiche

di
21 Giugno 2021

Cari Lettori,

l’argomento di questa puntata della nostra Rubrica trae spunto dalla recente novità, pubblicata sulle pagine di questo giornale (https://sanitainsicilia.it/cura-della-sordita-profonda-primo-impianto-cocleare-al- policlinico-paolo-giaccone-2_410030/), relativa al primo impianto effettuato in Sicilia occidentale di una protesi cocleare innovativa – costituita da due componenti, una esterna (esoprotesi) e una interna (endoprotesi) – in grado di migliorare sensibilmente l’udito in soggetti affetti da ipoacusia tanto grave che le comuni protesi esterne non riescono a curare.

Facciamo oggi quindi un breve focus sull’orecchio, una regione anatomica complessa, costituita da diverse componenti osteo-muscolo-cartilaginee, muco-membranose, vascolari e nervose.

L’orecchio, tradizionalmente, si suddivide in tre parti: l’esterno, il medio e l’interno. Il primo è fondamentalmente costituito dal padiglione auricolare, dal condotto uditivo esterno (c.u.e.) e dalla cute che li riveste.

Quello medio è rappresentato principalmente (ma non esclusivamente) dalla cassa del timpano (la sottile membrana che segna il confine tra l’orecchio esterno e il medio) e contiene tra le altre cose la catena degli ossicini dell’udito (martello, incudine e staffa) funzionale a trasferire le onde sonore – che, incanalandosi nel c.u.e., fanno vibrare il timpano – ai liquidi presenti nell’orecchio interno.

L’orecchio interno viene ulteriormente suddiviso in due parti, una “vestibolare” (contiene i recettori dell’equilibrio, benché questa contiguità anatomica sia priva di significati funzionali) e una “acustica”, il vero oggetto d’interesse della puntata odierna.

La porzione acustica, detta coclea per via della sua incredibile somiglianza con la conchiglia di una chiocciola, contiene i recettori dell’udito all’interno di una struttura microscopica che prende il nome di “organo del Corti”, eponimo che si riferisce dal noto anatomista e istologo pavese che prima e meglio di altri descrisse questa struttura durante un suo soggiorno scientifico a Würzburg.

Professore Francesco Cappello

L’organo del Corti è costituito da un insieme di cellule capellute (così denominate per via dei
prolungamenti di forma ciliare presenti sul loro versante apicale): le vibrazioni dell’aria, trasmesse attraverso la già citata catena degli ossicini dell’udito ai liquidi presenti all’interno della coclea, fanno vibrare una membrana (m. tectoria) che sovrasta le ciglia, inclinandole e determinando l’apertura di canali ionici di membrana. Quest’ultimo evento genera una modifica del potenziale elettrico della cellula capelluta che viene percepita da una sottile fibra nervosa ad essa collegata.

Ciascuna di queste cellule è in grado di inviare uno stimolo, corrispondente a un “suono”, lievemente differente al cervello; sono un po’ come la tastiera di un pianoforte: ciascun tasto produce un suono diverso e crescente, spostandoci da sinistra verso destra. Per esemplificare, possiamo dire che più o meno lo stesso accade nella coclea, dove i recettori dell’organo del Corti sono disposti in progressione all’interno di essa su di una scala che ascende, avvolgendosi intorno a un modiolo, e percepiscono e trasmettono suoni di tonalità crescente. Il nostro cervello, e in particolare alcune aree presenti nel lobo temporale (corrispondente alla porzione del cranio denominata “tempia”), ha il compito di ricevere e discriminare questi suoni, anche attraverso un confronto con le informazioni ricevute precedentemente e ritenute in memoria (come, ad esempio, i fonemi che compongono le parole).

Il problema principale è che queste strutture – che iniziano a formarsi durante le prime settimane di sviluppo embrionale – laddove danneggiate (per traumi, forti stress, fenomeni degenerativi, agenti tossici o altro ancora, inclusa la degenerazione senile) non sono in grado di rigenerarsi e la perdita sensoriale subita dall’individuo è pertanto irreversibile, determinando a lungo andare l’esigenza di impiantare una protesi con l’obiettivo di recuperare parte della capacità uditiva persa e, con essa, migliorare la propria qualità di vita.

Il progresso bioingegneristico avutosi nel campo delle protesi acustiche oggi consente a molti soggetti affetti da severa ipoacusia di ritornare a sentire in modo decente. La conoscenza anatomica di queste strutture (ovviamente in maniera molto più approfondita di quanto non riassunto in queste poche righe) sta ovviamente alla base di queste innovazioni tecnologiche.

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