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il cielo di paz

Goodbye Lenin o arrivederci tristezza, che differenza fa in un mondo che cambia?

30 Aprile 2017

Non avremo indietro le giornate dedicate alla sopravvivenza. Siamo uno sputo distratto, due orecchie a corollario di un volto, gambe che si muovono sull’asfalto, a tratti due occhi che possono ancora osservare, pigri, la realtà. Nel lasso di tempo che non produce denaro, noi siamo veramente liberi.

Cosa ne è stato delle letture Kantiane in tedesco, dei pomeriggi presi in prestito da quel tempo sottratto alla necessità di diventare adulti? La poltrona piena di polvere, dorata come gli anni ’70, è ancora accanto alla finestra. Inerme come i sogni attaccati alle pareti. Vedo ancora le linee scorrette della grafite, i balconi degli studenti di filosofia, le tende della Palermo che muore di inedia e follia. Quel puzzo della città attaccata addosso come una maledizione.

Vivevamo nel formicaio e non ne eravamo coscienti, mentre la polvere della città sommergeva i libri e lo slancio. Ce ne andavamo in agosto da soli, sulle vespe per via Roma, che era bellissima in uno spazio infinitamente lontano. Che ne potevamo sapere che quel tempo non sarebbe tornato più? E incontravamo alla Magione la meglio gioventù. Adesso Chiara aspetta un figlio, spero sia femmina, ma non ha un lavoro. A pensarla dieci anni fa piena di sogni, mi viene la nausea presa in prestito da Sartre, ma non posso dirle che sono preoccupata per lei. Non ne ho il tempo e neppure la forza fraterna. La immagino mentre percorre i cinque piani a piedi che la dividono dalla realtà e la pragmatica necessità di essere felice.

E poi c’è Daniela e il suo Prometeo incatenato a Torino, lontana come una maledizione dalla terra che sta smettendo di amare. Che il fegato ce lo stanno divorando ogni notte e non abbiamo più neanche il tempo del mito. Non siamo cresciuti, non ne abbiamo avuto la possibilità. Siamo andati in guerra senza aver mai imbracciato le armi, come il protagonista di Air, a lottare tra il sottobosco del Vietnam. E non eravamo abbastanza politicizzati per sopportare le pallottole che ci stanno piovendo addosso.

Goodbye Lenin o arrivederci tristezza, che differenza può fare in un mondo che cambia? Appesi come la classe operaia a costruire l’America, coi piedi a penzoloni sul mare e i polmoni tra i pesci come le tute blu indossate dai nostri nonni mentre lavoravano ai cantieri navali di Palermo.

Che ne sapevamo noi? Chi avrebbe dovuto spiegarci per tempo che l’iperuranio non esiste? Che l’idea di giustizia sociale è una stella cometa da inseguire senza mai arrivare alla grotta dell’idiota nicciano? Che le nuvole in fondo sono solo l’illusione borghese di baci rubati all’ombra di un ficus, tra la rivoluzione dell’anima e il non detto della realtà? Che esistono amori duri come il diamante e altri dolci come biscotti che si sbriciolano tra le dita? Che a pensarci ti monta quella malinconia, leggera e soave, che metteresti su come panna sul gelato ai gelsi di giugno…

E poi volare lontani dai genitori che invecchiano. Chiusi nei barattoli dell’orzobimbo, giacciono ancora le foglie d’alloro. Tra le stanze piene di santi e cristi appesi al muro, mentre i pomeriggi caldi correvano all’ombra del silenzio animoso di mille ragazzi che oggi hanno abbandonato le loro strade per sempre. Non per fare l’unità, ma per ricordare che l’Italia, una non sarà mai.

E ci sono giorni pieni di partenze e non ritorni, in cui la bellezza del ricordo torna a farti compagnia, ma solo per accarezzare quel dolore armonioso che danza nella vertigine della possibilità. Del credere ancora che basta aprire un cassetto per ritrovare intatti i propri sogni. Cristalli andati in frantumi, lavati sotto al rubinetto della necessità e della sopravvivenza, di cui sopra, al primo rigo.

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