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L'articolo di Pasquale Hamel

I giannizzeri

di
23 Luglio 2020

A partire soprattutto dal 1850, il controllo del territorio in Sicilia diviene sempre più arduo per la gendarmeria borbonica. Gruppi armati dediti al malaffare, bande e banditi, nonostante l’inasprimento delle pene – il ricorso all’esecuzione diretta era prassi ordinaria – percorrevano senza molti contrasti le campagne siciliane e rendevano difficile garantire la sicurezza. Il sereno godimento dei beni e la incolumità delle persone erano, infatti, continuamente messi a repentaglio dalla presenza di queste bande malavitose. Alcune aree – si pensi al circondario di Favara, “dove, come si legge in una relazione di polizia, si continuava a vivere fra i delinquenti” – erano praticamente sottratte al dominio della legge.

Di fronte a questa drammatica emergenza la polizia borbonica si risolse a chiedere, ufficiosamente, aiuto e collaborazione agli stessi possidenti locali. L’aiuto dei baroni si concretizzò nella costituzione di polizie private, cosiddetti giannizzeri, che  senza essere ufficialmente riconosciute dalle autorità, di fatto affiancavano i “sorci” – così erano denominati i gendarmi borbonici – soprattutto nell’opera di repressione del banditismo.

Questi nuovi gruppi armati, ben visti dal capo del dipartimento di polizia borbonica Salvatore Maniscalco – l’uomo a cui era stato affidato, dal luogotenente del regno principe di Satriano, il compito di ripristinare l’ordine dopo la rivoluzione del 1848/49 – una volta riconosciuti e legittimati nel controllo del territorio, per raggiungere i loro obiettivi non andavano molto per il sottile macchiandosi di orribili nefandezze. C’è da aggiungere che molto spesso finivano per essere essi stessi fomentatori di illegalità. D’altra parte, nessuna sorpresa perché molti dei giannizzeri erano stati reclutati fra malavitosi e qualche volta fra gli stessi banditi.

Da una lettera di un funzionario borbonico del tempo apprendiamo che “il Maniscalco, se fece prodigi in fatto di sicurezza non è, come molti credono, che li facesse con misure eccezionali. Li fece con i grandi rapporti che si era creato con i proprietari delle province , i quali si tenevano l’obbligo di tenerlo al corrente di tutto, ond’è che di tutto era estesamente informato.” Molti degli appartenenti a questi corpi paramilitari finirono ben presto, sostituendosi alle forze legali, per esercitare essi stessi il controllo del territorio e per ingrossare la mano armata di quella mafia che, contrariamente a quando pensano i soliti detrattori dell’unità, già nel primo trentennio del secolo XIX aveva esteso la sua presenza su molti pezzi del territorio siciliano e su borghi e città, a cominciare dalla capitale del regno.

Per avere contezza di quanto scriviamo basta dare un’occhiata alle famose relazioni “riservatissime” del 1838, redatte dal prefetto di Trapani, il napoletano Pietro Calà Ulloa dell’illustre famiglia dei duchi di Lauria. Ulloa, senza mezzi termini infatti informa che la mafia era una realtà forte e indiscussa in molte aree della parte occidentale della Sicilia. Si può bene dire, senza ombra di dubbio, che fu proprio la scelta poco lungimirante dei funzionari borbonici a regalarci quella peste, che continua nell’oggi a seminare morte e violenze, per la quale non si è trovato ancora un antidoto.

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