14 Agosto 2019 - Ultimo aggiornamento alle 18.20

I Siciliani del XIX Secolo, superbi, diffidenti e… gelosi, ma non gli aristocratici

19 Luglio 2019

Il procuratore del re, Pietro Calà Ulloa, autore di quel rapporto del 1838 molto citato da quegli studiosi che si sono occupati delle origini della mafia, dedica più di una riflessione alla città di Palermo ed ai suoi abitanti e arriva alla conclusione di una sua, non positiva, diversità rispetto al resto dell’isola.

Non è un caso che si lasci andare a considerazioni come quella che “sarebbe utile scardinare la Sicilia intera da Palermo, città feudale e pressoché ingovernabile” confermando quanto scriveva un viaggiatore francese del tempo e cioè che la stessa fosse “abitata da gente superba, attaccabrighe e diffidente”.

Fra le tante “non virtù”, non scrivo vizi, dei palermitani del tempo, era peraltro molto forte il sentimento di gelosia. Non è raro, infatti, scorrendo le cronache, imbattersi in drammi di gelosia sfociati in fatti di sangue che coinvolgevano singoli e gruppi. Un vizio che però, meraviglia delle meraviglie, come ci notizia l’attento studio di Orazio Cancila, non si manifestava nello stesso modo in tutte le classi sociali. Dalla gelosia all’apparenza sembrava “immune l’aristocrazia a giudicare dai tanti pettegolezzi sulla dubbia fedeltà coniugale di molte nobildonne”. La gelosia veniva dunque considerato un sentimento plebeo che mai doveva sfiorare il sentire dell’aristocratico. Ed in effetti, a riflettere su quanto accadeva nel mondo aristocratico, la fedeltà doveva essere considerata un valore minore. Naturalmente, tutto doveva avvenire nel silenzio senza manifestazioni eclatanti, nel rispetto del perbenismo.

Qualche vicenda emblematica ci conferma tutto questo, piuttosto che la reazione violenta, si preferiva soffocare lo scandalo, magari allontanare la fedifraga – colpevoli erano sempre le donne – e con il conforto di ceto, fare come se nulla fosse stato. Un caso emblematico fu quello di Francesco Paolo Gravina, principe di Palagonia, marito Nicoletta Filangeri, dei principi di Cutò, giovane molto vivace che si era innamorata di Francesco Paolo Notarbartolo di Sciara. Solo quando la relazione fra i due amanti divenne di pubblico dominio il principe, ch’era profondamente innamorato della moglie, decise senza però atti eclatanti, di allontanare la moglie trovando consolazione nella fede. Per la cronaca quel sant’uomo del Gravina, che non aveva avuto il dono della paternità, fu fondatore di istituzioni umanitarie alle quali legò gran parte del suo non indifferente patrimonio familiare.

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