7 Ottobre 2019 - Ultimo aggiornamento alle 08.01

“I vestiti nuovi” della dea di Morgantina

25 Luglio 2019

“…un bambino gridò: Ma non ha niente indosso!, e la voce dell’innocenza convinse tutti che l’imperatore era nudo. Ma il corteo proseguì, coi ciambellani che facevano finta di reggere uno strascico che non c’era”.

Questo brano, tratto da una fiaba di Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta il 7 Aprile del 1837, racconta come, i cattivi consiglieri, sull’orlo della disperazione confezionarono al Re, “un bel nulla” facendogli credere che si trattava di uno splendido vestito, fatto di uno straordinario tessuto cangiante con la proprietà di essere invisibile.

Da allora, l’espressione “il Re è nudo”, che ha assunto sempre più, un preciso significato simbolico che viene utilizzato per mettere a nudo le debolezze delle pubbliche autorità.

Una nudità, che non appare alla vista degli stupidi, degli stolti e degli ignoranti, o in tutte quelle situazioni nelle quali una maggioranza di osservatori sceglie consapevolmente di non fare parola di un fatto conosciuto da tutti, fingendo di non vederlo. Come nel caso della famigerata dea di Morgantina, ritornata in Sicilia nel 2011 dopo una lunga trattativa con uno dei più grandi musei del pianeta: il J. Paul Getty Trust di Malibu, in California.

Fiumi di carte bollate, rogatorie internazionali, Ministri della Repubblica italiana e fette di Regione Siciliana, tutti insieme appassionatamente in missione oltreoceano, per far ritornare in Sicilia una parte delle opere trafugate dal nostro territorio e indebitamente esposte, nella sezione antichità del Getty Museum; tra queste la “statua di culto di divinità femminile” (così definita dal museo statunitense).

La statua arrivò direttamente ad Aidone, senza passare dal Quirinale dove il Capo dello Stato aveva chiesto di metterla in mostra prima della sua destinazione definitiva. Una possibilità tanto intelligente che avrebbe intercettato i numerosi turisti della capitale, che fu subito scartata dal Governatore del momento, che motivava: “chi vuole vedere la Dea deve venire nella sua terra”.

Sta di fatto, che per questo secco rifiuto, il destino volle che il Presidente della Repubblica non partecipò alla presentazione in Sicilia per “pregressi impegni istituzionali”. Ma per la Sicilia “culturale”, già si presagiva, che dopo l’illusione del ritorno della dea, non sarebbe tardato l’inizio della stagione del silenzio civile, come effettivamente oggi si è concretizzato.

Bisogna avere il coraggio di denunciare pubblicamente che questa è la causa del miserando declino in cui versa lo stato dell’arte nel nostro Paese. Dove visitare un sito archeologico oppure una mostra è cosa da “tempo libero” e non un concreto momento didattico formativo sempre aperto.

“Tanto rumore per nulla – dichiara Maia Cataldo, esperta in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali – nel 2007 la scelsi come argomento per la tesi di laurea, perché rimasi affascinata dalla misteriosa storia del trafugamento, che portò infine alla sua musealizzazione in quella vetrina internazionale del Getty, ma soprattutto mi turbò l’apprendere che per espatriare clandestinamente la statua, l’avessero maldestramente sezionata, in tre parti!”.

“E’ giusto che la scultura sia rientrata in Sicilia – dichiara Flavia Zisa, archeologa, direttore all’Università di Enna ed ex consulente del Paul Getty – e che rimanga esposta, tra l’altro molto bene, al Museo di Aidone. Ma il problema è che l’opera, una volta arrivata da noi, è diventata vittima, insieme alla maggior parte del nostro patrimonio siciliano, della incompetenza assoluta della politica ad affrontare la valorizzazione dei Beni Culturali in Sicilia, in maniera sistemica, dai trasporti ai grandi collegamenti con la cultura internazionale. La povera Dea di Morgantina è caduta, in definitiva, nel grande calderone in cui si trovano tutte le nostre altre opere, anche quelle che sono sempre state qui: nel dimenticatoio. Ovvero, poco conosciute, poco divulgate, poco pubblicate, poco accessibili. Ricordiamo che la maggior parte dei nostri musei non ha ancora il catalogo e che il turista torna a casa senza potersi portare un ricordo di quello che ha visto. Sempre se l’ha visto”.

Purtroppo, la sorte della dea non si è distaccata molto dal triste destino del suo collega il Satiro danzante o la splendida Phiale Aurea di Caltavuturo e cioè, passato l’effetto mediatico della presentazione, tutto ritorni nel silenzio dell’indifferenza.

Le perplessità, sono rafforzate dal fatto che, al contrario di quanto affermano la folla di “competenti” amministratori pubblici, tecnici e assessori vari, difficilmente si può sperare sulle cosiddette “proprietà turistiche della statua”, fin quando ogni timido tentativo di modernizzazione viene ostacolato sistematicamente da una politica accecata ed incapace di una adeguata programmazione culturale.

Per “vedere” che la Dea è nuda basta recarsi ad Aidone, affrontando le tortuose vie di collegamento, con interruzioni varie che obbligano gli automobilisti a difficoltose gimkane, e una volta arrivati sul posto nessuna ricettività turistico/alberghiero, pubblicazioni in merito o banali souvenir da poter acquistare.

Ricordo un assessore dell’epoca, che confuso nella sua delega, stimava una presenza di oltre 500 mila visitatori che da Piazza Armerina (numero che conta in un anno), avrebbero fatto la fila per andare a visitare Aidone. Come dire a un mendicante di posizionarsi vicino ad una Cattedrale nella domenica delle Palme.

Ancora oggi, mi tornano in mente le parole dei responsabili del museo Getty: “Se non fosse stato per noi, queste opere marcirebbero in qualche magazzino dimenticate”.

Oltre alle Forze di Polizia, sono stato l’unico a rendere pubblico questo furto, denunciando per anni il Getty per acquisizioni e successiva esposizioni completamente illegale. Però una volta stabilità la verità sulla provenienza, e considerando anche che la Sicilia non aveva bisogno della Dea di Morgantina per promuovere il proprio patrimonio, uno tra siti archeologici a “cielo aperto” più grande del pianeta, lanciai la proposta di lasciare in prestito la statua al Getty, come una sorta di punizione esemplare, così da lasciare agli stessi responsabili del museo statunitense l’obbligo di informare il loro pubblico sulla provenienza di una statua rinvenuta illecitamente ed esportata illegalmente dalla nostra terra.

In Sicilia è noto a tutti che ricavare guadagni dai musei è quasi impossibile. Ma allora come fa un solo museo oltreoceano a fatturare più di tutti quelli italiani messi insieme?

Un solo dato per tutti, il biglietto d’ingresso al Getty è gratuito, ma sfruttando al massimo i servizi aggiuntivi, termine con cui si intendono servizi come parcheggio, caffetteria, ristorazione, bookshop, guardaroba ecc, riescono a fatturare oltre 4.000 milioni di dollari all’anno, permettendosi stipendi d’oro come quello del direttore da 690.000 dollari o del tesoriere di 851.760 dollari.

E mentre attendiamo con interesse gli orientamenti del Governo regionale, su una politica culturale che guardi ai grandi numeri, con azioni organiche manageriali e continuate, dove il patrimonio culturale venga considerato come una qualsiasi risorsa strategica, mi chiedo con onestà intellettuale: possiamo veramente dire di aver fatto il possibile per riscattare il passato e per restituire valore alla sicilianità?

 

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